Un’avventura storica“Emozioni” di Lucio Battisti è la pietra fondante del nuovo pop italiano

Nell’album del cantautore di Poggio Bustone vengono raccontate storie semplici e di vita comune, ma è la sua voce così originale e nuova, il timbro un po’ rauco e un po’ strozzato in alto che le rende credibili. I testi di Mogol dipingono piccoli drammi sentimentali in cui ognuno si può riconoscere. Read&Listen

Se c’è un singolo album che può rappresentare la nascita della canzone italiana, è questo. È la pietra fondante del nuovo pop nostrano, la manciata di canzoni che trasforma il gusto popolare e con cui dovranno fare i conti – e a cui dovranno ispirarsi – tutti coloro che seguiranno. In verità non è un album come si era già cominciato a intendere in quegli anni, ovvero due facciate tenute insieme da un fil rouge, quelli arriveranno dopo e raggiungeranno il capolavoro nel ’74 con “Anima Latina”.

Come il primo “Lucio Battisti”, “Emozioni” è una raccolta di singoli, con due brani, “Non è Francesca” e “E Penso A Te” che sono importate dalla prima raccolta, chissà se per mancanza di altri titoli o solo perché eran troppo belle da lasciar fuori in un disco definitivo del periodo, oltre alla poetica “Io Vivrò (Senza Te)”. Solo che mentre la prima raccolta è il Battisti dell’inizio, talentuoso ma acerbo, “Emozioni”, il secondo album di Lucio, è praticamente l’insieme (purtroppo non in senso cronologico, sarebbe stato molto meglio) dei 4 singoli pazzeschi usciti fra il ‘69 e il ’70, ognuno beatlesianamente a doppia facciata A. Una sequenza irripetibile vissuta da teenager, a ogni uscita a 45 sorpresa, stupore e meraviglia, popolarità che cresceva a vista d’occhio, il seguito di culto che diventava fama.

Chi c’era, e anche chi è arrivato dopo, li sa cantare tutti per intero:
Acqua Azzurra Acqua Chiara/Dieci Ragazze
Mi Ritorni In Mente /7 e 40
Fiori Rosa Fiori Di Pesco/ Il Tempo di Morire
Emozioni/Anna

Nessuno in Italia ha mai avuto una progressione del genere. E pensare che era solo l’inizio. Lucio Battisti ha 19 anni quando nel 1962 parte da Poggio Bustone, un paesino in provincia di Rieti, e arriva a Milano. Suona la chitarra, fa la gavetta nei Campioni, uno dei migliori complessi beat dell’epoca, ogni notte a suonare nel vivace ambiente milanese, il Santa Tecla, il Paips’, il Parco delle Rose d’estate. Alla Ricordi, l’etichetta più importante di Milano (a Roma domina la RCA, un giorno verranno rilevate entrambe dalla BMG) viene portato nel ’65 da una talent scout, Christine Leroux, e lì incontra Giulio Rapetti.

È il figlio del direttore delle Edizioni Ricordi, il padre l’ha messo in condizione di tradurre la maggior parte dei testi delle cover che negli anni 60 impazzano nella classifiche italiane: una sorta di fabbrica fordiana di traduzioni, spesso banali, stereotipate, ma che lo rendono un riferimento. Cominciano a scrivere insieme, e all’inizio le sue canzoni hanno più successo interpretate da altri: “Per Una Lira” e “Nel Sole Nel Vento Nel Sorriso Nel Pianto”, quest’ultima è beat e Motown insieme (I Ribelli), “Balla Linda” (hit americano dei Grass Roots), “Io Vivrò (Senza Te)” (Rokes), “Uno In Più” (Riki Maiocchi), “Il Vento” (Dik Dik).

Sono quelle del suo primo album, a cui vanno aggiunte due canzoni un po’ particolari, “29 Settembre” e “Nel Cuore Nell’Anima”: le versioni di Lucio sembrano poco più di provini carini ma fragili, la seconda con qualche licenza di arrangiamento pretenzioso con coretti insulsi, nelle mani dell’Equipe 84 (gruppo Ricordi, coveristi seriali, dai Traffic a Sonny & Cher, i rivali per il #1 dei gruppi beat con gli anglo-romani The Rokes), diventano gioielli. “29 settembre” e il suo TG fa parte di noi come Italia -Germania 4-3, è evidentemente ben arrangiata, ma è risentire “Nel Cuore Nell’Anima” – una delle mie canzoni preferite – che lascia sbalorditi.

Cantata e arrangiata benissimo da Maurizio Vandelli, le sue scale di voce emozionanti, è una produzione con effetto philspectoriano sontuoso: il suo arrangiamento beatlesiano d’archi, un baroque pop straordinario suonato dall’Orchestra della Scala, ti fa capire in tre minuti quanto una produzione possa trasformare completamente un brano. Potrebbe stare, e non scherzo, su “Sgt. Pepper”. Anzi, se è vera la leggenda che l’entourage di Paul McCartney voleva metterlo sotto contratto, scommetto i miei 10 cent che quel 45 italiano del ’67 l’avevano sentito.

È evidente: a Lucio manca un vero produttore, suono e missaggi non sono all’altezza delle canzoni, ma la loro qualità è tale che diventa l’autore da cui tanti vanno a rifornirsi di hit: ne manda a Sanremo per Paul Anka, Gene Pitney e gli Hollies (con Graham Nash), arrivano poi Patty Pravo (‘Paradiso’, a sua volta hit inglese degli Amen Corner), “Questo Folle Sentimento” della Formula 3 (che lo accompagnano nelle suoi unici due brevi tour, ’69 e ‘70), alfine nel ’70 arriverà anche Mina la regina (“Insieme” e “Io E Te Da Soli”). Tutto quello che tocca è oro, ma per gli altri.

Poi, arriva Sanremo ’69, come partner voluto uno dei suoi eroi, Wilson Pickett, soul star della Atlantic, il genere che ama di più: “Un’Avventura” parte morbida, come una folk song sognante, sale di ritmo ed esplode in una seconda parte che è puro r’n’blues, fiati a punteggiare e ritmica a spingere. Quello è il momento in cui l’Italia nazional-popolare si accorge di lui, il nostro eroe nel campo minato della tradizione. Che viene accolto da un fuoco di sbarramento ridicolmente segno dei tempi: «impacciato», «pettinatura alla Pierino Porcospino» (lui così carino, il foulard al collo che detterà una moda). La Aspesi sentenzia sul Corrierone «c’ha i chiodi in gola». Non sanno che, come per Dylan, la voce è il messaggio. Prima ancora delle canzoni, è la voce che rompe col passato. 

Se Modugno aveva di colpo svecchiato la melodia italiana, consentendole di entrare nella modernità, e prima di Lucio avevano già esordito De Andrè e Guccini (con popolarità abbastanza limitata) e Dalla, l’arrivo al Festival di Battisti, esattamente dieci anni dopo “Volare”, è però il nuovo che avanza, l’asticella settata più alta, il nuovo libro di testo. Uno di quei rari casi in cui c’è un prima e un dopo. Una rivoluzione dopo la quale qualcosa (o tutto) cambia per sempre: si va per strade che non erano mai state percorse, e neanche immaginate. 

Intanto ha gusti che in Italia pochi condividono. Pazzo per la musica americana degli anni ’60, rock ma soprattutto il ryhtm’n’blues della Stax, Otis Redding in primis, capace di scrivere cose piene di ritmo ma anche ballate acustiche delicatissime, Battisti è una sintesi naturale, senza sforzo e con risultato eccellente, di quegli echi di musica nera e le linee melodiche, originali e ariosamente italiane insieme. Ha un dono innato per la melodia, la talentuosa capacità di scrivere canzoni che sembrano semplici da quanto sono orecchiabili, ma che spesso semplici non sono affatto: non si eran mai sentite canzoni di neanche tre minuti che cambiano direzione, e mood, una due tre volte.

A volte non sono canzoni, ma micro-suite. La maestria di Gian Piero Reverberi è di riempirle musicalmente, di arrangiare con gusto, il senso melodico degli archi bilancia alla grande il senso del ritmo insito nei fiati. Lucio gode del piacere puro dell’essere “autore” (per lui la musica nasce e finisce in studio, il live lo riterrà presto solo popolarità divistica fastidiosa) ed ha una grande padronanza della chitarra che nel giro di poco ne farà uno straordinario arrangiatore delle proprie canzoni. E poi, quella curiosità maniacale che lo spinge ad ascoltare a 360° tutto il meglio della musica internazionale e ad essere sempre aggiornatissimo – sicuramente molto più dei suoi contemporanei italiani – che lo farà evolvere senza sosta per 30 anni di carriera.

Poi, c’è la parte rock di Battisti, condivisa in studio da alcuni musicisti che il rock lo sanno suonare: Alberto Radius e Franco Mussida alle chitarre, Flavio Premoli alle tastiere e Franz di Cioccio alla batteria, e altri che si incrociano nei club e nelle sale di registrazioni milanesi. Questi ultimi tre di lì a poco saranno nei Quelli e poi nella PFM, e quando serve danno la grinta e la cattiveria che serve, peccato il suono sia dell’epoca, fatto per le radio più che per gli hi-fi.

In “Emozioni” ci sono due uptempo ballabili, “7e40” e “Dieci ragazze”, gran tiro entrambi. Poi , di rock ce ne sono due, e belli tosti: il folk-blues di “Il Tempo Di Morire”, acustico prima, con quel ritmo in battuta, e poi elettrico su e giù e per le scale e per l’anima graffiata e ferita, il ragazzo disperato che darebbe via «tutto quello che ho», ovvero la moto tutta cromata, praticamente la moglie, per poter «morir fra le tue labbra così». Come e con cosa ci morirebbe è lasciato intendere, come i vecchi blues erotici che mascheravano il sesso con metafore di tutti i tipi (però Mogol magari intendeva un bacetto e io penso male).

È una facciata B che nel tempo è diventata un classico, come “Anna”, che comincia con due chitarre che arpeggiano e la voce modello-disperato (di nuovo) di Lucio che invoca la sua amante. Quando entra il thump thump della cassa di Franz si capisce che non è a ballata che si andrà a finire. Lucio parte e si ferma, si infiamma e si strugge, finché alla fine dal lamento in ginocchio non esplode in un «voglio Annaaaaaa» squarciante, organo Hammond a spianare la strada a una rullata di quelle che partono da lontano e non finiscono più. «Famme ‘n breakkaccione…se deve sentì la disperazione», gli dice Battisti, e lui fa “una rullata terzinata in un brano quattroquarti”, che non so cosa voglia dire, ma suona da paura. 

 “Anna” è la facciata B di “Emozioni”, una canzone esattamente opposta. Un arpeggio acustico morbidissimo (sa di qualcosa del clima di “Impressioni di Settembre”), archi che delicatamente crescono, Franz racconta di come l’abbiano registrata senza neanche una prova: «Dai, registriamola comunque», dice Lucio, «scegli tu dove entrare con la batteria». Franz aspetta, e aspetta, ipnotizzato dall’atmosfera, al suono di «quando cade la neve non fa rumore» capisce l’antifona, butta le bacchette, prende i mallet (le bacchette col feltro) ed entra morbido anche lui.

Non è una canzone facile da cantare, ma Lucio sa calarsi dentro qualsiasi parte, trasforma un testo un pò retorico, da cuccioli esistenziali, fra rose rosse e «fari spenti nella notte per vedere com’è difficile morire» (lo cantasse oggi sui social provocherebbe una strage), in qualcosa di sentito. In studio Lucio è commosso, e si sente. Come Dylan, buona la prima, è quella la take che va sul disco. La prima capita, ma raramente improvvisando.

L’ultimo tassello che contribuisce al salto in avanti sono i testi di Mogol. I due sono profondamente diversi, Lucio Rapetti classico uomo comune, già sposato con figli, Lucio più estroso e scapolo. Li separano sette anni e nel giro di un decennio li separerà il valore che ognuno attribuisce alla sua parte di composizione, però qui siamo all’inizio e funziona tutto benissimo.

I temi di fondo di Mogol sono piuttosto ordinari, piccoli drammi sentimentali in cui ognuno si può riconoscere: al centro c’è sempre il ragazzo ingenuo, a volte disperato (“Il tempo di Morire”) a volte tradito (“Non è Francesca”); che ha finalmente trovato la sua “Acqua Azzurra, Acqua Chiara”, peccato che c’abbia già pensato prima un altro, e allora in fondo alle 4 del mattino può bastare pure l’altra; quello che ricordando i “Fiori Rosa Fiori Di Pesco” ci ripensa, torna da lei ma sbaglia il timing, si presenta a casa e trova quello nuovo, che suppongo lo guardi basito quando chiede «mi scusi anche lei/io ero proprio fuori di me» (e lui scambia le mani fredde di lei imbarazzata per il segnale che lo ama ancora, stacci dai che è andata); c’è sempre, insomma, una lei che gli “Ritorna in Mente”, purtroppo gli aveva anche chiesto «lui chi è?» e la cosa era andata a finire come sempre.

Praticamente uno sfigato cronico. L’unica volta che ha sottomano “10 Ragazze” che «dicon solo di sì» lui vuole l’11esima che non se lo fila. Quando per rincorrere lei che se ne è andata col treno delle 7e40 prende l’aereo delle 8e50 (e il taxi delle 9 e sessanta no?) e si abbracciano non credi alle tue orecchie: ce l’ha fatta! 

Sono storie semplici, ma è la voce così originale e nuova, quel timbro un po’ rauco un po’ strozzato in alto di Lucio che le rende credibili. Anzi, alle parole non fai neanche più caso di tanto perché hanno il grande dono di suonare bene, di esser tagliate su misura per i passaggi, di avere scorrevolezza ed essere cantabilissime. Mogol dà lezione di come – senza uscire da un linguaggio basic, popolare – si possano trovare parole per un caleidoscopio di input musicali pazzeschi.

L’incontro funziona perché Mogol ha la capacità di conformarsi ai brani di Battisti, che sono assolutamente diversi da tutto il resto della musica che gira intorno: in un brano non ci sono intro-ponte-ritornello e melodia canonici, ci sono continuamente cambi di ritmo, da ¾ a 4/4, di tonalità, si passa da maggiore a minore, si crea il tiro e poi ci sono improvvise e sorprendenti aperture melodiche, e viceversa: “Acqua Azzurra Acqua Chiara”, “Fiori Rosa Fiori Di Pesco”, “Mi Ritorni In Mente”, sono tutte così. Mogol è bravo a usare queste variazioni per seguirlo con salti di narrazione, salti di temporalità, di scena. Insieme, fanno piccoli film che vanno solo immaginati. Un mix continuo di cambi di scena e di cambi di genere musicale.

Prendi “Mi Ritorni In Mente”: si apre con una bella melodia italiana orchestrata, che cede il passo a un pizzicato di chitarra e archi, romanticismo nell’aere, entra la voce…

“Mi ritorni in mente,
Bella come sei
Forse ancor di più

Mi ritorni in mente
Dolce come mai
Come non sei tu…”

Cioè, ti ricordo dolce, sì, ma ‘nsomma… Entra la batteria, diventa una ballatona…

Un angelo caduto in volo 
Questo tu ora sei
In tutti i sogni miei
Come ti vorrei
Come ti vorrei…”

Fine prima strofa. Già senti che c’è qualcosa di strano. Effettivamente, è iniziata direttamente col ritornello. E mò? E mò si ferma di colpo e diventa r’n’b bello funky. Tipo “Un’Avventura”. La sezione fiati che entra e pompa è quella di Chico and the Strokes, visti al volo in un locale e portati dritti in sala. 

“Ma c’è qualcosa che non scordo
C’è qualcosa che non scordo
Che non scordo…”

Il tempo di entrare nel mood e ricambia tutto, arriva un altro break: parte una terza sezione, rock stavolta. Il tempo da funky si distende, gli archi volano bassi minacciosi e una elettrica svisa lunga, strecciando il suono e il testo. È arrivata la parte drammatica, si soffre…

“Quella sera 
Ballavi insieme a me
E ti stringevi a me
All’improvviso
Mi hai chiesto “lui chi è?”
“Lui chi è?”
Un sorriso
E ho visto la mia fine sul tuo viso
Il nostro amor dissolversi nel vento
Ricordo, sono morto in un momento …”

E tu pensi. Sono tre canzoni diverse, con tre tempi diversi, come si rimettono insieme? Con la melodiona! 

“Mi ritorni in mente
Bella come sei 
Forse ancor di più
Mi ritorni in mente
Dolce come mai
Come non sei tu

Un angelo caduto in volo 
Questo tu ora sei
In tutti i sogni miei
Come ti vorrei 
Come ti vorrei…

Riparte il r’n’b, ma è un attimo..

Ma c’è qualcosa che non scordo
C’è qualcosa che non scordo
Che non scordo…

Su quel «che non scordo»  Franz e la band e gli archi rallentano, frenano, tutti insieme in diretta fanno un “break terzinato”, come se l’ansia e la nostalgia e i ricordi si allentassero, dai proviamo a ricordare solo le cose buone. Riparte il melodione… «qualcosa che non scordo» cantato adesso sulla melodia iniziale, che scivola via così grandiosa che si vedono feste in piazza, sorrisoni, gente che s’abbraccia e – ora – sembra persino la fine dell’incubo Covid. 

Tutto in 3’ e 40”, tre generi in uno, e #1 in classifica. E forse è più chiaro perché Battisti ribalta e rifonda la canzone italiana: è un permesso speciale di fare le canzoni che volete, mischiare le carte e le note e anche i generi, potete sussurrare e urlare e modulare e stridere. Vale tutto. Certo, poi serve tanto talento per farlo così, ed è solo l’inizio.

Dopo un ultimo Lp così così per la Ricordi, Lucio passerà nell’etichetta creata con Mogol, la Numero Uno, e il primo lustro degli anni 70 sarà una straordinaria evoluzione di questi primi semi: musica che almeno quattro generazioni hanno cantato di fronte a mille falò e alle feste, che ha suonato nei mangiadischi e in macchina, negli stereo e finalmente su Spotify, musica così pervasiva da avere il crisma di una sorta di musica “nazionale”. 

PS: Per comprendere come Battisti, anche se non è mai riuscito a sfondare sul mercato anglosassone, abbia lasciato una traccia importante in coloro che lo hanno non solo ascoltato ma anche capito, questo è il link alla rubrica “The Blue Moment” di Richard Williams, uno dei migliori scrittori di musica inglese della mia generazione. Ne parla con ammirazione, ed è così raro sentire apprezzamenti venire dalle capitali della musica in GB o USA. Nel racconto di Williams mancavano però proprio questi due album, e mi son permesso di ricordarglielo. Se vuoi conoscere Battisti, è da qui che devi partire.

51 (continua)Qui le altre puntate.

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