Green DealL’ambizioso piano della Commissione per rilanciare l’energie rinnovabili offshore

Bruxelles prevede un investimento di 789 miliardi di euro e la creazione di 62 mila posti di lavoro per dare una scossa a un mercato che ancora procede a rilento nei vari Stati membri. Finora solo la Germania ha promosso un piano di aumento della produzione

Wikimedia Commons

La nuova strategia europea per l’energia eolica offshore (prodotta da impianti eolici con turbine a fondo fisso o galleggianti posti in mare aperto) presentata dalla Commissione europea è un salto ambizioso verso il futuro. In questo settore l’Ue parte avvantaggiata, poiché possiede il più grande spazio marittimo del mondo e il 42% della capacità offshore globale, la fetta più grande. Ma Bruxelles vuole portare i 23 gigawatt attualmente prodotti dalle 5047 turbine offshore a 60 nel 2030 e a 300 nel 2050, aumentando così la capacità di ben 25 volte.

«La leadership europea in questo settore è indiscussa: il 90% dell’energia eolica europea è prodotta da compagnie del Continente e il primo parco eolico offshore è nato in Europa, a Vindeby in Danimarca nel 1991», ha detto Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo della Commissione con delega al Green Deal, «L’Unione Europea ha tutto il necessario per affrontare la sfida».

Attualmente la maggior parte dell’energia eolica viene prodotta da pochi Paesi: Regno Unito (43%), Germania (34%), Danimarca (8%), Belgio (7%), Paesi Bassi (5%). L’uscita di Londra dall’Unione non è il solo problema che si trova a dover affrontare la Commissione. Per raggiungere la neutralità climatica servono investimenti da parte dei Paesi membri e, al momento solo la Germania ha promosso un piano di aumento della produzione dell’energia eolica, destinato a portare il Paese verso la produzione di 40 GW entro il 2040 dagli attuali 7,5.

Poco o nulla si muove negli altri Paesi, visto che gli impianti importanti si contano sulle dita di una mano e l’unico ibrido, Kriegers Flak (a metà tra Germania e Danimarca), ha spesso operato in regime di transizione a causa della mancanza di una legislazione europea che ne stabilisse le modalità d’uso. Negli altri Paesi, come la Francia, gli impianti offshore sono spesso ostacolati da burocrazia e costi al di sopra del mercato che impongono scelte diverse meno redditizie, come gli impianti onshore.

In un contesto simile la strategia dell’Unione sarà quella di aiutare il più possibile gli Stati membri. I primi passi saranno quelli di incoraggiare la cooperazione transfrontaliera, fornendo loro leggi più chiare e semplici; incentivare gli investimenti green, in particolare attraverso il Next Generation Eu e collaborando con la Banca europea degli investimenti, e migliorare la rete infrastrutturale di appoggio agli impianti.

Il piano europeo prevede un investimento di 789 miliardi di euro e la creazione di 62 mila posti di lavoro. L’obiettivo è dare una scossa al mercato dell’energia eolica che ancora procede a rilento. Infatti, per raggiungere l’obiettivo andrebbero costruiti nuovi impianti dalla portata di 7 GW all’anno fino al 2030 e portare la capacità degli impianti fino a 18 GW all’anno entro il 2050. Una quota per il momento irrealistica, se pensiamo che al momento vengono aggiunti appena 3 GW all’anno che potranno arrivare a 7 GW dopo il 2030.

«La necessità di investimenti in questo settore diventa ogni giorno più importante: nel solo 2018 la Cina ha effettuato la metà degli investimenti offshore globali», dice Ivan Pineda, direttore degli affari pubblici di Wind Europe, l’ente che rappresenta il settore offshore. Non c’è solo Pechino, visto che vanno inclusi anche India, Stati Uniti (ci si aspetta un segnale in questo senso dalla nuova amministrazione di Joe Biden) e Regno Unito, dove già oggi oltre 1 milione e 600 mila famiglie ricevono l’energia dagli impianti offshore di Walney e Hornsea 1. «L’eolico offshore è economico ma richiede enormi investimenti iniziali: è perciò fondamentale ridurre al minimo i costi finanziari. La competizione per l’Europa può essere un bene perché permetterà innovazione, apprendimento e collaborazione, rendendo l’offshore ancora più competitivo», conclude Pineda.

La svolta europea in materia di energia eolica è stata accolta con una certa freddezza da parte dall’ufficio europeo per l’ambiente. Come evidenziato da Sergej Moroz, responsabile per le politiche della biodiversità, «è importante che la Commissione e gli Stati membri si impegnino oltre che ad aumentare la quota di energia eolica offshore, anche a tutelare il 30% di aree protette dei nostri mari, un passo in avanti significativo rispetto all’attuale 11%».

Jonathan Bonadio, responsabile per le politiche ambientali, ha invece dichiarato che «la Commissione potrebbe sovrastimare la quantità di energia eolica necessaria per raggiungere la neutralità climatica: potrebbero bastare soltanto 150 GW entro il 2040, se verranno messe in atto anche altre misure. Sarebbe la metà esatta di quanto chiede la Commissione». L’ambiente però è rimasto al centro anche nella strategia in materia eolica: i Commissari hanno infatti proposto di creare un comitato di esperti dal 2021 per valutare gli impatti ambientali, sociali ed economici delle energie rinnovabili offshore.

Oltre a tutelare le aree marine protette e gli ecosistemi fragili la Commissione si impegna inoltre a favorire la riciclabilità di tutti i componenti dei parchi eolici e a valutare attentamente i possibili danni di eventuali smantellamenti degli impianti. 

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