La fine dello schermo verdeSi chiama Stagecraft ed è la tecnologia che rivoluzionerà i film e le serie tv

Messa a punto dalla Industrial Light & Magic di George Lucas, è stata sperimentata nella produzione di “The Mandalorian”. È un nuovo modo di pensare al set, con schermi in led che riproducono lo sfondo e si adattano ai movimenti della telecamera. Sembra poco, ma cambia quasi tutto

immagine tratta da Youtube

Forse è l’innovazione che George Lucas ha sempre sognato. Forse è quel passo in avanti tecnologico che, in un soluzione unica, manda in pensione il green screen (lo schermo verde posizionato dietro agli attori su cui viene poi proiettato lo sfondo), apre a produzioni meno costose risparmiando le spese per i set monumentali e, infine, riesce a rivoluzionare anche il lavoro della post-produzione.

È la tecnologia Stagecraft, impiegata per la realizzazione di “The Mandalorian”, la prima serie tv live action della galassia di Star Wars.

A giudicare dalle brevi definizioni con cui era stata presentata dal producer della serie, Jon Favreau, gli entusiasmi erano contenuti: si tratta di un modo nuovo di utilizzare schermi in Led per creare sfondi virtuali. Sì, ma quanto nuovo?

A quanto pare, abbastanza da cambiare tutto. Del resto lo studio dell’innovazione è una delle ossessioni di George Lucas, l’ideatore della saga di Star Wars. Negli anni ’70 diede vita alla Industrial Light & Magic, nata per inventare effetti speciali straordinari (e divenne una delle più importanti realtà del settore).

All’inizio del millennio torna alla saga di Guerre Stellari, sposa il digitale e dà vita a una saga girata tutta con il green screen che, in breve, diventa il format universale per la realizzazione di blockbuster. Ma non basta: con “The Mandalorian” la sperimentazione prosegue e il vero passo in avanti è proprio l’addio al green screen. Con Stagecraft il set cambia in modo radicale. È contenuto in una struttura a forma di cilindro (chiamata The Volume) costituita da schermi in Led che, appunto, lo abbraccia.

Lo sfondo è ricreato in maniera virtuale sugli schermi e fornisce l’ambiente in cui si muovono i personaggi. Il dettaglio più importante (che deriva in via diretta dal mondo dei videogame) è che la prospettiva dello sfondo è coordinata con i movimenti della telecamera: si modifica seguendone i movimenti, ricreando lo sfondo proprio come sarebbe se le riprese avvenissero in un ambiente reale. Sembra poco?

In pochi metri di set sono concentrati spazi immensi: la forma a cilindro consente di impiegare poche telecamere, che possono al tempo stesso effettuare riprese da ogni angolatura possibile.

Le sequenze di movimento, come corse, cavalcate, o inseguimenti risultano più efficaci (è lo sfondo che si muove) e, in più, gli attori possono vedere intorno a loro gli ambienti in cui sono inseriti, adeguando al massimo la loro recitazione, senza dover ricorrere all’immaginazione.

Dal punto di vista organizzativo, poi, il cambiamento è tangibile: «Vuol dire che per fare un’inquadratura panoramica (un establishing shot) in Islanda non serve più portare in giro decine di persone, passare settimane a costruire il set del film e poi, una volta fatte le riprese, tornare in studio a fare tutto da interno», spiega Kathleen Kennedy, presidente di LucasFilm. Adesso «basta una persona sola».

Il vantaggio per le piccole e medie produzioni è evidente: cambiano gli scenari, li si può adattare a piacimento, si viene trasportati da un deserto a un interno, e poi ancora in un’altra galassia.

Il risultato è fluido e realistico. Anzi, più fluido e realistico di quanto si potesse ottenere con il green screen. Come spiega bene questo video di Vox, con Stagecraft il mondo della post-produzione cambia in modo radicale. Se di solito il compito dei tecnici è quello di intervenire, una volta fatte le riprese con il chroma key, per armonizzare le luci, adattare i riflessi e rifinire i contorni del nuovo sfondo intorno agli attori, adesso tutto viene rivoluzionato.

«Il nostro lavoro comincia prima», spiega Charmaine Chan, uno dei membri della squadra di grafici (chiamata Brain Bar) che ha seguito “The Mandalorian”. Con Stagecraft non c’è più il problema di togliere e modificare i riflessi delle luci di scena sui corpi degli attori, «che nel caso di questa produzione sarebbe stato molto impegnativo, dal momento che il protagonista indossa una corazza molto lucida». Le luci dello sfondo sono quelle giuste, il ritocco necessario è minimo.

Semmai occorre «adattare, nelle inquadrature, i colori delle scenografie disposte sul set – quelle concrete, con cui gli attori interagiscono – e armonizzarle con i colori trasmessi sul led». Per fare questo non c’è molto tempo a disposizione: l’intervallo tra la preparazione degli ambienti e il ciak iniziale può essere anche di dieci minuti. «Però almeno lavoriamo insieme, e in contemporanea, con il resto della troupe». E questo è senza dubbio un cambiamento importante, anche solo dal punto di vista psicologico.

Certo: spostare in pre-produzione gran parte delle operazioni di post-produzione impone anche un nuovo modo di pensare al film. Come spiega sempre Kathleen Kennedy, si tratta di «prevedere tutto in anticipo, cioè determinare ogni dettaglio della storia, decidere quali saranno gli effetti speciali e a programmarli per le riprese».

È forse questo l’unico elemento di rigidità per una tecnologia che, per il resto, consente una flessibilità incredibile (e un contenimento dei costi consistente) e apre a possibilità inventive inattese, molte delle quali ancora da esplorare.

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