L’albero ghiacciatoStoria dell’ultimo pensiero innocente della mia vita

Un segreto lontano nel tempo, un villaggio che lo vive come un dramma e una vergogna. Torna in libreria “XY” (La Nave di Teseo) di Sandro Veronesi

da Pxfuel

L’ho detto ai carabinieri, l’ho detto al Procuratore, l’ho detto a tutti quelli che mi hanno chiesto «cosa avete visto?»

L’albero, abbiamo visto, l’albero ghiacciato. È stata la prima cosa che abbiamo visto, appena arrivati al bosco – e anche dopo, quando abbiamo visto il resto, è rimasto l’unica cosa intera che abbiamo visto.

L’albero. Era lì, al suo posto, all’imboccatura del bosco, cristallizzato come sempre nel suo cappotto di ghiaccio, la cui trasparenza era offuscata dalla neve fresca – ma era rosso. Era rosso, sì, come se Beppe Formento, nell’atto di ghiacciarlo, avesse messo dello sciroppo di amarena nel cannone.

In quel bianco fatale era l’unica cosa che mantenesse una forma, e sembrava – non esagero – acceso, pulsante di quell’intima luce aurorale che ancora oggi mi ritrovo a sognare. Sogno quella trasparenza rossa, sì, ancora oggi, e la sogno senza più l’albero, ormai, senza nemmeno più la forma dell’albero: sogno quel colore e nient’altro.

Un tramonto imprigionato in un cielo di gelatina, un sipario di quarzo rosso che cala sul mio sonno, un’immensa caramella Charms che si mangia il mondo, ho continuato a sognare quella trasparenza rossa e continuo a farlo, perché è ciò che abbiamo visto, quando siamo arrivati al bosco. Cosa avete visto? Abbiamo visto l’albero ghiacciato intriso di sangue.

Mi vergogno a dirlo ma al primo sguardo, quando l’ho distinto nella nube di latte che ci avvolgeva, per un momento ne ho ammirato la bellezza; e con l’ultimo pensiero ingenuo della mia vita, con l’ultimo pensiero futile, e puerile, e superficiale, e candido e innocente della mia vita, per un momento mi sono illuso che quella bellezza fosse l’unica cosa che era successa. Mi sono illuso che Beppe Formento, quella mattina, per spezzare la monotonia delle nostre giornate, avesse colorato di rosso l’albero ghiacciato e avesse mandato a San Giuda la slitta vuota per attirarci fin lì, e si fosse nascosto tra gli alberi insieme ai suoi passeggeri per godersi insieme a loro la nostra meraviglia.

Mi sono illuso che, mentre scendevamo stupefatti dalle motoslitte e muovevamo i primi passi verso quel totem, tutti loro fossero sul punto di uscire di corsa dal nascondiglio, allegri, gridando a squarciagola per farci paura.

Mi vergogno a dirlo, ma nel momento in cui ho ammirato la bellezza extranaturale di quell’albero, e ho pensato a uno scherzo spettacolare di Beppe Formento, ho rimpianto che non fossero venuti anche gli altri: ho pensato a Rina rimasta allo spaccio, ho pensato a Perla e al suo bambino, ho pensato a Ignazio, a Wilfred, a Florian sulla sedia a rotelle, a Enrico e Manrico Antonaz, alla moglie di Reze’, Urania, rimasta vedova da poco, a Argenia, a Adua, a Regina, a Heidi, a Genise, ai gemelli Lechner, a Polverone, a Terenzio, a Nives, alla Fernanda, a Maria, Armin e Lorenzetto; ho fatto in tempo a pensare, e me ne vergogno, a quanto fosse stato sciocco non averlo capito subito, all’arrivo di Zorro in piazza, che si trattava di un invito di Beppe Formento ad andare tutti al bosco, tutto il villaggio, a piedi, sotto la nevicata, per stupirsi tutti insieme dell’albero ghiacciato che lui aveva colorato di rosso. È stato, come ripeto, l’ultimo pensiero ingenuo di tutta la mia vita, e sebbene sia durato un lampo, lo ricorderò per sempre.

Con le motoslitte spente c’era un silenzio pazzesco. La neve cadeva sempre fitta, i fiocchi si stagliavano uno a uno contro il bavero scuro del bosco, ma se uno si voltava indietro, verso San Giuda, era come non avere più gli occhi. Purtroppo però gli occhi li avevamo ancora, tutti e tre. Col tempo mi si è formata la convinzione che a vedere i corpi per primo sia stato Zeno, anche se l’urlo – straziante, agghiacciante – lo lanciò suo padre.

Di sicuro io fui l’ultimo a vederli, e col tempo mi si è formata anche un’altra convinzione: che se fossi stato solo non li avrei visti, mi sarei rifiutato. La parola corpi, poi, non rende l’idea: innanzitutto perché si trattava di resti, perlopiù, povere parti sparse di povere perdute integrità; e poi perché la neve aveva già coperto tutto, e quindi al nostro sguardo apparivano più che altro come rigonfiamenti, rughe informi del tappeto bianco che era calato dal cielo. E viene da pensare che quella nevicata prodigiosa sia stata davvero un dono della Madonna delle Selve che tanto pregavamo, nella nostra chiesa, perché intercedesse, lenisse, consolasse – ed evidentemente allora ci ascoltava, se sull’orrore di quella mattina aveva steso quel velo bianco, per salvarci.

Sì, si può dire che quel manto di neve ci abbia salvato: la vita – la mia, quella di Sauro Formento e di suo figlio Zeno – o perlomeno il senno, perché credo che la vista di quel che c’era sotto – di quel che in seguito si è saputo esserci sotto – ci avrebbe fatto impazzire.

L’albero ghiacciato era sempre rosso, sempre acceso e fosforescente. Sauro continuava a emettere il suo grido disperato. Ai suoi piedi, un grosso uovo di neve: era la testa di suo fratello.

 

da “XY”, di Sandro Veronesi, La Nave di Teseo, 2020