Il no alla conferenza di DamascoPerché l’Ue è contraria al ritorno in Siria dei rifugiati

Assad auspica il ritorno nella zona controllata dal suo governo dei milioni di persone fuggite durante la guerra per dimostrare che il conflitto è finito. Ma per Bruxelles non ci sono le condizioni per un rimpatrio sicuro, volontario, dignitoso e sostenibile

LaPresse

Per il presidente siriano Bashar al Assad e il suo omologo russo Vladimir Putin la guerra in Siria è ormai finita e il Paese è tornato a essere un luogo sicuro nel quale poter vivere e prosperare. Per questo motivo il presidente ha indetto tra l’11 e il 12 novembre una conferenza internazionale sul ritorno in patria dei milioni di rifugiati fuggiti all’estero negli ultimi nove anni. Dall’inizio del conflitto – scoppiato nel 2011 – almeno 5.5 milioni di siriani sono fuggiti in Libano, Iraq, Giordania e Turchia, mentre altri 4 milioni si sono spostati all’interno della Siria in cerca di salvezza, finendo molto spesso con il vivere per strada o in campi profughi improvvisati. 

Il Paese che ospita il maggior numero di rifugiati è la Turchia: sul suolo turco ci sono 3.6 milioni di siriani, la cui presenza si è rivelata un problema tanto per Ankara quanto per l’Ue. L’aggravarsi della crisi economica nel Paese anatolico ha portato a un aumento del sentimento anti-siriano tra la popolazione, mentre Bruxelles si è affrettata a firmare un accordo con Ankara per limitare il flusso migratorio proveniente dalla Turchia e diretto verso il Vecchio continente. Nell’ultimo anno il Governo turco – dopo aver invaso la parte nord della Siria – ha avviato una politica di rimpatri forzati per ridurre la pressione migratoria e la presenza curda nell’area di confine, aumentando invece la componente araba più facilmente cooptabile. 

Ciò che invece Assad auspica è invece un ritorno in patria dei siriani controllato dal suo Governo con il duplice obiettivo di riprendere il controllo dell’intera Siria e dimostrare che il conflitto è ormai terminato e che è pertanto tempo di pensare alla ricostruzione del Paese. L’Unione europea e la comunità internazionale però non sono dello stesso parere. 

La posizione di Assad
Come affermato da Assad durante la conferenza, «negli ultimi anni abbiamo fatto tornare centinaia di migliaia di rifugiati e oggi lavoriamo senza sosta per il ritorno di quei profughi che vogliono partecipare nella ricostruzione della loro patria». Una posizione ribadita anche dalla Russia, maggiore alleato del regime siriano: il presidente Vladimir Putin, collegato in videoconferenza, ha ribadito che è tempo di far tornare gradualmente in patria i siriani dato che «il terrorismo internazionale è stato quasi del tutto sconfitto». 

Il vero problema, secondo Assad, è rappresentato da quegli Stati che stanno ostacolando la ripresa della Siria. Da una parte, il presidente siriano ha accusato alcuni Paesi di star lucrando sui profughi e di voler quindi minare i tentativi del suo Governo di far tornare in patria i cittadini siriani scappati durante la guerra. Dall’altra, Assad ha puntato il dito principalmente contro gli Stati Uniti e le sanzioni imposte tramite il Caesar Act dall’amministrazione Trump. Le misure americane colpiscono tutte le aziende che fanno affari con Damasco e hanno ulteriormente aggravato la crisi economica siriana, ritardando i piani di Assad – e di Putin – per la ricostruzione del Paese.

Nel corso della conferenza, Assad ha anche specificato che chi farà ritorno in Siria dovrà firmare un accordo di riconciliazione in cui si afferma che chi ha lasciato il Paese lo ha fatto «illegalmente»: così facendo, Damasco solleva sé stesso da ogni responsabilità, addossando ai profughi stessi la colpa di aver abbandonato la propria terra in maniera illegale. 

L’Ue e la comunità internazionale
Durante l’incontro non si è però parlato dei problemi che i siriani dovrebbero affrontare una volta fatto ritorno alle proprie case. Prima di tutto, per molti di loro non c’è alcuna casa nella quale tornare, considerando l’alta percentuale di edifici e infrastrutture andate distrutte nel corso della guerra e mai ricostruiti. In diversi casi, tra l’altro, vi è anche il pericolo degli ordigni esplosivi nascosti dai miliziani dell’Isis durante la loro fuga e che rappresentano una minaccia alla sicurezza della popolazione civile. 

Altra questione irrisolta riguarda la pesante crisi economica che strangola il Paese. Damasco non può garantire ai profughi il giusto sostentamento né tantomeno un lavoro, senza contare che il Paese è impreparato ad affrontare la pandemia a causa della mancanza di strutture ospedaliere adeguate e dalla carenza di personale medico qualificato. 

Su questi punti si è invece basata la posizione dell’Unione europea, che ha deciso di boicottare la conferenza nonostante l’importanza che il rimpatrio dei profughi che premono sui confini Ue rappresenta per l’intera comunità. Come si legge nella dichiarazione firmata dall’Alto rappresentante per gli Affati esteri, Josep Borrell, l’Ue «ritiene che la priorità attuale sia un’azione concreta volta a creare le condizioni per un rimpatrio sicuro, volontario, dignitoso e sostenibile dei rifugiati e degli sfollati interni nelle loro regioni di origine».

Secondo Bruxelles «attualmente la situazione in Siria non si presta alla promozione del rimpatrio volontario su larga scala, in condizioni di sicurezza e dignità in linea con il diritto internazionale» dato che gli sfollati interni e i rifugiati rientrati in patria devono fare i conti con «la coscrizione forzata, la detenzione indiscriminata, le sparizioni forzate, la tortura, la violenza fisica e sessuale, la discriminazione nell’accesso agli alloggi, alle terre e alle proprietà e servizi di base scarsi o inesistenti».

Borrell ha poi ricordato l’adesione dell’Ue alla risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e ribadito che è quindi prioritario affrontare «le cause profonde del conflitto» e portare avanti un processo politico inclusivo. Bruxelles e gli Usa non riconoscono la legittimità di Assad, pertanto spingono per un cambio ai vertici della Siria e per un allontanamento del territorio siriano delle milizie iraniane, alleate di Damasco. 

Il ritorno dei profughi e la ripresa del Paese mediorientale, quindi, sono obiettivi ancora lontani, anche a causa della presenza di cellule dell’Isis e di diverse milizie jihadiste finanziate fin dall’inizio del conflitto da quei vicini arabi e turchi che hanno usato la rivoluzione – inizialmente pacifica – per i propri interessi. Senza pensare alle sofferenze che avrebbero imposto alla popolazione civile e a un’intera nazione.

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