Un angosciante ritornoL’attacco in Austria mostra che la minaccia islamista è più presente che mai, e mira all’Europa

Chi si era illuso che la sconfitta del Califfato islamico in Siria e Iraq nel 2016 segnasse la fine del terrorismo nell’Unione europea si deve ricredere. Dopo la notte di Vienna è chiaro un dato inquietante: nel continente opera, di nuovo, una centrale terrorista estera

LaPresse

Dopo la notte orribile di Vienna è chiaro un dato inquietante: opera in Europa, di nuovo, una centrale terrorista estera, c’è stato un ordine che è stato eseguito, dietro ai terroristi c’è una strategia, una campagna preordinata. Non più i terroristi “spontanei” che abbiamo subìto dal 2015 in poi come Anis Amri al mercatino di Natale di Berlino, sulle Ramblas a Barcellona o sulla Promenade des Anglais a Nizza.

Terroristi senza cellule alle spalle, a «prevedibilità zero» come li definì Marco Minniti, che sfuggono alla rete della Sicurezza, dei controlli, degli infiltrati.

La serie è inequivocabile, terribile e palesemente concatenata: nelle ultime settimane cinque attentati di seguito in Francia, il primo, di nuovo contro Charlie Hebdo, il 25 settembre, poi il 16 ottobre l’uccisione di Samuel Paty, il 29 ottobre la strage nella cattedrale di Nizza, il giorno dopo l’attentato sventato a Digione, il 31 ottobre colpito a fucilate un prete ortodosso a Lione. Infine Vienna. Per ora. Esattamente come nella notte del Bataclan del 13 novembre 2015 (130 i morti falciati dai jihadisti), e come gli attentati a Bruxelles del 22 marzo 2016 (32 vittime), non più un attentatore singolo, ma un commando. Quindi una progettazione, una logistica complessa, una cellula che si prepara da tempo con target preordinati.

Chi si era illuso che la sconfitta del Califfato islamico in Siria e Iraq nel 2016 segnasse la fine del terrorismo in Europa si deve ricredere.

Esattamente come accadde dopo l’uccisione di Osama Bin Laden il 2 maggio 2011, l’idra del terrorismo, decapitata di una testa, ne crea due dal moncherino. Così fu allora con la vittoria, sia pur effimera, del Califfato islamico in Mesopotamia nel 2014.

In realtà, l’Isis, pur decimato in Asia, ha avuto la forza di spostare il suo baricentro dalla Mesopotamia all’Africa sub sahariana. È attivissimo in Mali, assieme a manipoli ancora legati ad Al Qaida, così come nel Niger, in Burkina Faso e nel Corno d’Africa. Decimato anche nei suoi vertici, ha sostituito Abu Bakr al Baghdadi con Abu al Qurashi e rappresenta un temibile pericolo in tutti i paesi africani nei quali ha trasferito la sua azione. E ora torna a operare in Europa.

È palese, lo dimostrano le indagini sull’attentatore della cattedrale di Nizza Brahim Aouassaoui, transitato per Lampedusa e con contatti in Sicilia (non dimentichiamolo) così come quelle su tutti gli altri attentatori in Francia, che i Servizi europei sono stati presi in contropiede. Si brancola palesemente nel buio in Francia, i Servizi italiani (che unici in Europa ci hanno preservato da ogni attentato) tentano ora, ex post, di ricostruire i rapporti in Italia dell’attentatore di Nizza e i primi elementi indicano che una complessa organizzazione terrorista si è strutturata in Austria (Paese che ha una rigidissima legislazione sulle armi) senza che i Servizi di quel paese ne abbiano avuto sentore.

Si riapre una fase di terrore organizzato in Europa. Un angosciante ritorno.