Paracadute pubblicoLo Stato torna proprietario dell’Ilva, ma a guidare sarà ancora Mittal

Dopo una lunga attesa, in cui le condizioni dell’impianto di Taranto sono peggiorate raggiungendo i livelli minimi nella produzione, è arrivata l’ufficialità dell’accordo tra Invitalia e il gruppo franco-indiano. Ma la trattativa con enti locali e sindacati sarà ancora lunga

Foto Donato Fasano - LaPresse

E così, dopo 25 anni, lo Stato torna proprietario dell’Ilva, proprio nel giorno in cui per Fabio Riva è arrivata l’assoluzione anche in appello. L’ufficialità dell’accordo tra ArcelorMittal e Invitalia è arrivata ieri sera poco prima di mezzanotte con un comunicato congiunto dei ministri dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli e di quello dell’Economia Roberto Gualtieri. Sono serviti dieci giorni in più rispetto alla data di scadenza fissata per il 30 novembre, con un lavoro fino all’ultimo minuto tra Roma e Londra. Con la schiera di tecnici e legali che da un lato e dall’altro hanno limato e rivisto ogni parola e dettaglio del testo. Finché, a mercati chiusi, è arrivato il via libera.

L’intesa prevede che lo Stato, attraverso il braccio di Invitalia, rilevi dal prossimo gennaio il 50% del capitale dell’ex Ilva. Con 400 milioni, il socio pubblico entrerà con una quota azionaria del 38%, ma diritti equivalenti al 50%. La governance del gruppo, al momento, resterà quindi paritetica. Il presidente sarà nominato da Invitalia e l’ad da ArcelorMittal. Con la possibile riconferma di Lucia Morselli.

Solo nel 2022 si arriverà al controllo pubblico dell’azienda, quando scadrà il contratto d’affitto sottoscritto nel 2018 dai Mittal, con il passaggio di Invitalia al 60% tramite un investimento di altri 700-800 milioni. Arcelor scenderà al 40% e il socio pubblico avrà quindi la maggioranza nel consiglio.

«L’accordo prevede un significativo impegno finanziario da parte dello Stato italiano e rappresenta un passo importante verso la decarbonizzazione dell’impianto di Taranto attraverso l’avvio della produzione di acciaio con processi meno inquinanti», fanno sapere Patuanelli e Gualtieri. Spiegando che l’intesa prevede anche la «ristrutturazione integrale dell’impianto», la «scrupolosa attuazione del piano ambientale» e che «garantirà a regime il mantenimento dei livelli occupazionali». Con una «attenzione straordinaria» alle manutenzioni e alla sicurezza dell’impianto. Impianto che, nei lunghi mesi di silenzio sulla trattativa, versa ormai in condizioni disastrose e avrà quindi bisogno di grossi investimenti per ripartire.

Secondo i piani, la transizione green dell’Ilva partirà proprio dallo stabilimento di Taranto. Il programma prevede che dalle attuali 3,3 milioni di tonnellate prodotte attualmente, il livello più basso nella storia dell’acciaieria, si arrivi a 5,3 milioni nel 2021 per raggiungere gli 8 milioni di tonnellate nel 2025. Un incremento della produzione che avverrà anche attraverso una nuova linea di produzione esterna al perimetro aziendale e un forno elettrico interno allo stabilimento che a regime potrà realizzare 2,6 milioni di tonnellate annue di prodotto.

Il piano prevede che circa un terzo della produzione di acciaio sarà effettuata con emissioni ridotte, grazie all’utilizzo del forno elettrico e di una tecnologia d’avanguardia, il cosiddetto “preridotto”, in coerenza con le linee guida del Next Generation Eu. La riduzione dell’inquinamento realizzabile con questa tecnologia, si spiega nel comunicato, è «del 93% a regime per l’ossido di zolfo, del 90% per la diossina, del 78% per le polveri sottili e per la CO2». Oltre all’accordo di co-investimento, è prevista poi la costituzione di una nuova società a capitale pubblico dedicata proprio allo sviluppo di questa nuova tecnologia.

Resta però il nodo occupazionale, più volte sollevato dai sindacati finora rimasti esclusi dalla trattativa e che ora aspettano di esseri convocati. Solo a fine piano, quando la produzione dovrebbe superare gli 8 milioni di tonnellate, si potrebbe tornare ai livelli occupazionali attuali. Nel frattempo, si dovrebbe continuare a battere la strada del ricorso massiccio alla cassa integrazione, come sta avvenendo tutt’ora. Ma dal conteggio restano esclusi i 1.700 in cassa integrazione in capo ai commissari dell’Ilva in amministrazione straordinaria, sui quali le parti sociali più volte hanno richiamato l’attenzione.

Intanto, il governo fa sapere di accogliere la richiesta avanzata dalla Regione Puglia, dal Comune di Taranto e dalle altre rappresentanze territoriali per l’apertura di un tavolo di confronto «per accompagnare, monitorare e accelerare la transizione verso le nuove produzioni verdi e per condividere gli interventi per il risanamento ambientale e il rilancio economico della città e del territorio tarantini». Gli enti locali avevano chiesto un accordo di programma per la chiusura dell’area a caldo, facendo scattare l’allarme tra sindacati per la tenuta dei livelli occupazionali.

Insomma, l’accordo è stato raggiunto, ma la trattativa sarà ancora lunga.

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