Oltre i vasi mingLa Cina sta per dominare il mercato dell’arte mondiale

Nonostante gli alti e bassi che hanno caratterizzato il settore negli ultimi anni, la tendenza è quella di un consolidamento di Pechino. Anche grazie alla nuova rete di musei, che compenserà i cali del collezionismo privato

da Pixnio

Un fatto di ricchezza, certo. Ma anche di sensibilità. Il ritorno della Cina, da protagonista, nel mercato dell’arte è ormai un fatto assodato e il volume delle vendite nel 2020 è stato impressionante, anche grazie al numero dei miliardari cinesi, che cresce ogni anno (878 quelli under 40 di 257 di quest’anno) e all’ovvio ostacolo del Covid, che ha bloccato molte operazioni sul mercato occidentale.

Ma il punto, sostiene in questo articolo di Nikkei Asia Alexandra Bregman, è un altro: Pechino ha invertito una tendenza secolare. Da territorio di produzione – almeno dal XVI secolo gli Europei acquistano arte cinese come indicazione di status – è diventato, alla fine del XX secolo, uno dei principali compratori (soprattutto di arte cinese, a parte alcune avventure nelle produzioni occidentali) la cui crescita è stata repentina.

Nel 2008 la crisi e la carenza di denaro obbligava le case d’aste a tollerare li acquirenti cinesi e la loro presunta naïveté. Ma nel giro di 12 anni le cose sono cambiate, con colpi di mercato sempre più importanti (nel 2011 vennero vendute 11 opere per 100 milioni), acquirenti più numerosi e informati e un mercato in crescente espansione, nonostante alcuni alti (il 2017 la Cina costituiva il 21% del mercato globale, seconda solo agli Stati Uniti) e bassi (aste non pagate e numeri non sempre confermati).

Una bolla? Nel 2019 il dato totale delle vendite di arte cinese mostra un calo e arriva al livello più basso dal 2010. Ma come spiega il report di ArtNet per quell’anno, ci sono distinzioni da fare. Se il mercato degli Stati Uniti crolla, quello Europeo tiene e anche nella Cina continentale (cioè non Hong Kong, scossa dalle proteste) si vede un aumento del prezzo medio per la categoria. Soprattutto, si nota, c’è entusiasmo tra i nuovi acquirenti per l’arte contemporanea e quella del XX secolo (mentre per quella tradizionale, comprese le opere calligrafiche, le richieste scendono).

Nella sua radiografia, Bregman ricorda che anche se non ci sono stati (per ora) casi di vendite straordinarie, in cui singole opere venivano acquistate per centinaia di milioni di dollari (cosa che accade in Occidente nel mercato dell’arte contemporanea e degli impressionisti) la base dei collezionisti in Cina è sempre più ampia e gli interessi sono sempre più sofisticati.

Lo dimostrerebbero le vendite di settembre, dove i pezzi di arte cinese sono saliti alle stelle (a Londra una singola vendita per Christie’s è arrivata a 15 milioni di dollari, mentre la Asia Week di New York di Sotheby ha raccolto 36 milioni).

Tutto questo per dire che, se il 2021 si dimostrerà un anno difficile, sia a causa delle restrizioni imposte dal governo cinese e dalle tariffe trumpiane sia dal fatto che le fiammate di interesse potrebbero esaurirsi, la realtà artistica è consolidata. Anche perché, a fare da contrappeso a eventuali crolli del mercato, ci sono i musei. Più o meno ne nascono 100 nuovi ogni anno, con un numero di visitatori sempre più alto e curioso e con molti scaffali da riempire.

Non è ancora chiaro quanto saranno potenti a livello finanziario, di sicuro un’indicazione la dà l’acquisto del rotolo imperiale di Ren Renfa, all’asta di Sotheby’s di ottobre, verrà ricordato per la lunghezza record della gara (un’ora e un quarto) e per la cifra sborsata: 39 milioni di dollari, da parte del Long Museum.

Se questo è il trend, l’allargarsi del collezionismo e il boom dei musei in Cina porterà a un lento ma inesorabile trasferimento di beni artistici dall’Occidente all’Oriente.

All’inizio saranno opere cinesi, antiche o contemporanee, ma con il tempo potrebbero estendersi ad altri settori e correnti. Una sorta di post-colonialismo artistico, che potrebbe segnare, pur in mezzo a tutte le difficoltà, la nuova volontà di potenza di Pechino.