Intellettuale disorganicoIl surreale dialogo platonico tra Giuseppe Conte e Claudio Magris (e cosa significa)

Domenica 29 la Lettura del Corriere della Sera pubblica il riassunto di un incontro tra il presidente del Consiglio e lo scrittore triestino, avvenuto a settembre. C’è tanta filosofia, un po’ di tedesco e citazioni varie. Soprattutto, lo stupore di chi legge e non può non chiedersi cosa significhi questa “operazione cultura”

Angelo Carconi/LaPresse/POOL

Forse è la risposta al complesso di avere guidato il governo più a destra della storia Repubblicana. Forse è un’autentica passione intellettuale.

O forse ancora è un progetto più ampio, che mira a costruire un’immagine pubblica più sofisticata e complessa da spendere più avanti.

Fatto sta che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha indossato di nuovo la casacca dell’uomo di cultura. E il suo format alla Fazio – con intervista pubblica all’intellettuale – è passato in puro spirito transmediale dai video su Youtube, dove dialoga con il filosofo Emanuele Severino (poi deceduto), alle paginate della Lettura del Corriere della Sera, costretta a riassumere le oltre due ore di «gratificazione intellettuale» (Conte dixit) della conversazione con lo scrittore triestino Claudio Magris, avvenuta a settembre a margine di Esof2020.

Fin dalle prime righe all’incauto lettore si apre un mondo di stupore. «Lei», dice Magris a Conte, «ha restituito una figura di uomo politico che pone la cultura tra i suoi interessi primari». Non solo: «Anche sul terreno del linguaggio politico, nel quale sembrano cadute le più elementari regole del gusto e del rispetto, lei colpisce». Sorvolando così sull’invenzione, linguistica e giuridica, dei “congiunti” e la successiva reinvenzione, grammaticale, dei congiuntivi.

Ma il bello deve ancora venire: Conte, oltre a dimostrare una profonda conoscenza delle opere di Magris (cita i titoli, riporta i passaggi), mostra di destreggiarsi con il tedesco, butta lì con scioltezza una parola come “Ungleichzeitigkeit”, discute di Ernst Bloch e la non-simultaneità, discetta di Cervantes, usa un po’ di greco antico ma, da non-contemporaneo, è a suo agio anche con Proust (surreale la domanda: «Le pensa che la vita vera sia quella della letteratura?») e ricorda come se fosse la spesa dell’altroieri la querelle che lo scrittore francese ebbe con Sainte-Beuve «sull’importanza di ricostruire anche la biografia dell’autore per capirne meglio l’opera».

Fine? Certo che no. Si parla anche di filosofia, di identità, memoria, Novecento e anche di Carlo Michelstadter: «Cos’è per lei la vita autentica?», chiede il presidente del Consiglio, per concludere con il mare e, perché no, Eugenio Montale.

Viene da stropicciarsi gli occhi. Non che il contributo di Conte alla conversazione, a parte qualche name dropping, sia profondo, ma l’intenzione alla base della conversazione, per citare Magris, colpisce.

Forse la strategia è solo una divisione dei ruoli– lasciare a Di Maio la santificazione popolare di Lino Banfi, prendere lui quelli più seri – o forse è una riedizione, in puro spirito di Villa Pamphilj, dell’antica tradizione del principe medievale, che amava circondarsi di consiglieri e letterati.

Oppure ancora, come accennato sopra, è un tassello nel cammino, piuttosto irto, di chi vuole creare un’immagine di sé più sofisticata, alta e autorevole. E che guarda al Colle (di fronte a quest’ipotesi, vien da sperare che sia solo una passione genuina, e che il Corriere abbia deciso di pubblicare l’incontro non su segnalazione dall’alto ma per il profondo valore cultuale della discussione, in attesa dei pezzi natalizi).

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