Catch A FireL’album di Bob Marley con cui il reggae si è affacciato sulla scena del rock

Il ritmo del battito del cuore dei Wailers si infilerà, sinuoso e dolce, all’occasione duro e militante, nella musica di tanti altri artisti. È il primo passo per un cantante del terzo mondo che in poco più di un lustro ridefinirà la storia della musica mondiale. Un autore in contatto con la sensibilità della sua gente che negli anni 70 diventerà la più grande star planetaria. Read&Listen

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Quando i Wailers rimangono in mezzo alla strada in una fredda Londra ben lontana dalla loro assolata Jamaica, non è che abbiano molte opzioni. Il tour di supporto a Johnny Nash è finito bruscamente, non hanno i soldi per tornare a casa, e non possono più lavorare perché son scaduti i permessi. Chiedono aiuto al tour manager, che li mette in contatto con Chris Blackwell, il proprietario e ispiratore della più prestigiosa etichetta indipendente inglese di quegli anni, la Island. 

Blackwell, nato in Inghilterra ma cresciuto in Jamaica, papà Maggiore nell’Esercito, mamma ereditiera costaricana, a 21 anni nel 1958 fonda la sua etichetta e produce artisti ska. Negli anni 60 è il primo a importare 45 di musica jamaicana, vendendoli dal bagagliaio, nel ’64 azzecca il pezzo giusto, e quando ’My Boy Lollipop’ va al #1, e nel ’66 scopre lo Spencer Davis Group con Steve Winwood, la strada è tracciata. 

Son passati alcuni anni, ha distribuito anche alcuni dei singoli dei Wailers in G.B., e avrebbe voluto fare una star di Jimmy Cliff, il protagonista di ’The Harder They Come’, film diretto da Perry Henzel che racconta la storia – e la fine – del ribelle jamaicano Ivan, dj diventato star diventato ricercato. 

Il piano di Blackwell è di lanciarlo proprio come la figura ribelle del film, ma Cliff approfitta del momento di successo, firma per la EMI e il piano svanisce. Finché non si vede arrivare in ufficio quella pattuglia di jamaicani, the real thing, ribelli veri. Gli dicono «non ti fidare», perché la reputazione dei rasta quella era, «non è possibile fare affari con loro, sono totalmente indipendenti». Ma Blackwell sa quello che deve fare: dopo aver praticamente lanciato quasi tutta la musica rock inglese più interessante di quegli anni, fa ancora una volta la cosa giusta. Investe. Dà loro 4mila sterline e i biglietti aerei per tornare. Il patto è che gli riportino un Lp completo. Il primo Lp di reggae, fino ad allora musica da singoli. Dopodiché passa del tempo, e qui le versioni divergono: dalla sua, «mi chiedevo che fine avessero fatto», alla loro, «siamo andati subito in studio». Ma chi conosce le cose jamaicane capisce… 

I Wailers tornano a Kingston e sanno che quella è la sliding door della vita. Nell’isola, non si discute, sono già delle piccole star. Si sono conosciuti nel ghetto di Trentchtown, ci sono anche legami di famiglia (il padre di Bunny Wailer ha una storia con la madre di Bob, Peter Tosh con la sorella di Bunny), han cominciato come trio vocale nel ’63 nell’era dello ska con una serie di musicisti a rotazione, nel ’64 hanno avuto un #1 prodotto da Coxone Dodd con ’Simmer Down’, e alla fine degli anni ‘60 si ritrovano, sempre loro tre, a incidere una serie di singoli: alcuni sono prodotti da Leslie Kong, le ultime dal mago degli effetti di studio Lee ’Scratch’ Perry : non immaginatevi però tecnologie moderne o chissà che, solo eco, dub e un suono compattissimo, dato che si registra in presa diretta, microfoni aperti che raccolgono, più che un singolo strumento, un po’ tutti insieme. Roots music, man. 

Quegli album, che rappresentano i Wailers prima fase (“Soul Rebels”, “Soul Revolution” e “African Herbsman”, raccolti tutti recentemente in ”Trenchtown Rock – The Anthology 1969-78”), contengono già alcuni dei brani che compariranno più in là (’400 Years’, Small AxÈ, ’Sun Is Shining’, ’Kaya’, ’Who The Cap Fit’, ’Satisfy My Soul’) e soprattutto i due mega-hit del ’71, ’Trenchtown Rock’ e ’ Lively Up Yourself’. Qualcosa da mandare in Inghilterra quindi ci sarebbe anche, ma per Blackwell i tre tornano in studio e ricominciano daccapo, con la imbattibile sezione ritmica dei fratelli Barrett, più i cori di Rita, moglie di Bob, e Marcia Griffiths. 

«Siamo cresciuti nel ghetto, dove il 99% della gente è povera, abbiamo pensato di poter esprimere i sentimenti della gente attraverso la nostra musica», dice Tosh. Si sentono un gruppo unito, militante, ci sono già le prime canzone che parlano di ribellione agli oppressori. Li unisce anche la fede in Jah Rastafari, l’Imperatore di Etiopia Hailè Selassiè, che ha visitato la Jamaica nel 1966, lui stesso perplesso in mezzo a una moltitudine di rasta adoranti ai piedi dell’aereo. 

Rita, sposata il giorno prima della partenza di Bob per andare a lavorare negli USA come operaio, gli telefona che crede di aver visto sulle sue mani le stimmate di Cristo. Selassiè dice pubblicamente che è tutto meno che un profeta reincarnato, o addirittura Jah, ma vallo a spiegare ai credenti. Bunny, il più anziano e integralista, è un rasta da tempo, Tosh e Bob da poco, i capelli di Bob gli incorniciano il viso come una criniera, non ancora intrecciati nei dreadlocks.

Nell’edizione Deluxe di “Catch A Fire”, che contiene sia i brani incisi in Jamaica che quelli poi pubblicati, arricchiti negli studi della Island, si racconta di come una notte di settembre Blackwell li raggiunga nello studio Harry J’s, al 10 di Roosevelt Avenue, Kingston. Nella abituale nuvola di ganja, stanno registrando quello che sarà il brano più militante del loro primo repertorio, ’Slave Driver’. La sensazione è di «totale euforia. Era qualcosa che era riuscita esattamente come sognavi potesse essere. La musica era fantastica, ma c’era qualcos’altro: che era stato portato a termine, quando così tanti ne dubitavano».

Poco dopo quella notte, i Wailers tornano a Londra con quelle 11 canzoni incise sul massimo del disponibile a Kingston, un 8 piste. È chiaramente Bob Marley la forza che spinge il progetto, l’attitudine da leader occupa tutto lo spazio, lasciando solo due canzoni firmate da Tosh: Bob è molto ambizioso, intelligente, soprattutto pragmatico. Ci mette poco a capire cos’ha in mente Blackwell: così com’è, la musica è troppo esotica, con quel tempo strano, con quel chaka-chaka di chitarra ritmica, niente di riconoscibile per il pubblico del rock. Perché è proprio a quel pubblico, che Blackwell conosce molto bene, che vuole indirizzare i Wailers: come fossero una band nera, un po’ r’n’b e un po’ rock, anche se inusuale. 

Sa che deve cambiare un po’ il suono, se vuole entrare nel mercato americano, bypassando l’Inghilterra dove gli immigrati jamaicani rappresentano già una prima testa di ponte. Quindi, tengono il ritmo base del reggae, e aggiungono tocchi di colore e parti strumentali che nei nastri originali non ci sono.

Chiama negli studi londinesi il texano John ’Rabbit’ Bundrick alle tastiere, e Wayne Perkins, chitarrista dell’Alabama che sta incidendo il suo album nello studio a fianco. Gli fa sentire qualche traccia e Perkins non ci capisce nulla, «mai sentita una cosa così, diversa da tutto, la ritmica sfasata rispetto a quello che dovrebbe essere». Chris e Bob gli dicono «segui il basso e la batteria», entraci piano piano; stessa cosa con Bundrick, che suona il clavinet con piglio solista: «no, no», gli dice Bob, «non fare il solista, devi schiaffeggiare i tasti facendo gli accordi, guarda me». È una lezione di reggae in studio, e Bob non solo non si dispiace che la sua musica venga suonata con altro stile, ma lo incoraggia. Qualcosa dentro gli dice che se è così che si deve fare, si faccia. Se funziona, di tempo per fare vero reggae ce ne sarà tanto.

E così, “Catch A Fire” si apre con un assolo di Perkins in pieno stile rock-blues, che continua per tutta ’Concrete JunglÈ: Blackwell, nel ricordare il momento, dice che «quel lungo assolo potrebbe essere quello che ha introdotto il reggae alla radio americana, più accettabile e familiare per gli ascoltatori mainstream». 

Poi entrano basso e batteria, il clavinet, il clima è una melanconia struggente mista a un’atmosfera cupa:

“Nessun sole risplenderà oggi per me

La alta luna gialla non uscirà a giocare

L’oscurità ha cambiato il mio giorno in notte…

Niente catene intorno ai piedi

Ma non sono libero

So di essere in prigionìa…

Dove si può trovare l’amore? 

Qualcuno mi dice?

Invece di questa giungla di cemento…”

Poi arriva la prima canzone politica, quella che suonavano quella notte, ’Slave Driver’, in metafora l’iniziazione al mondo-Marley, quella maniera così diretta di dire le cose, richiamare in modo stentoreo il passato per sperare nel presente, da «rivoluzionario dell’anima» come si definiva:

“Ogni volta che sento lo schiocco della frusta

Il mio sangue si gela

Mi ricordo sulla nave degli schiavi

Come brutalizzavano le anime

Oggi dicono che siamo liberi

Solo per essere incatenati con la povertà

Slave driver, il tavolo si sta rovesciando

Catch a fire, così che ti brucerai…”

Lo slave driver è il guardiano degli schiavi, quello che li spinge a lavorare fino allo sfinimento, spesso uno schiavo stesso, costretto dai padroni a quel ruolo. Catch a fire, prendere fuoco, è patois jamaicano per bruciare all’inferno. Dentro e fuor di metafora, il messaggio di Bob prende fuoco, e sarà ben presto incendio planetario.

Anche Peter Tosh ci mette del suo, approccio più morbido, reggae fluido meno tagliente di quando Bob rizza la criniera, ’quattrocentoanni’ è la messa in musica di quello che per i rasta è un vero slogan:

“400 anni,

Ed è la stessa filosofia

400 anni,

e ancora la gente non riesce a vedere

Perché combattono la gioventù povera di oggi?”

A ruota la sua ’Stop That Train’, quasi una folk song con un reggae soft dietro, e nonostante scriveranno insieme un monumento come ’Get Up Stand Up’, già si delineano le differenze. Tosh non ha nulla da invidiare a Bob se parliamo di credibilità e di atteggiamento da duro. Forse anche per questo sarà quasi massacrato a morte dalla polizia. Ha anche un che di molto cool, non a caso il logo della 2-Tone (l’etichetta dello ska revival inglese del 1979-80) è disegnato con lui a modello. Bob però, oltre a essere un autore incredibilmente prolifico e di qualità, ha in più quel modo di impattare, di stare sul palco, di scuotere la criniera rasta (nei filmati di quell’anno, già scuote la testa, ma i capelli rimangono tutti fermi…sembra un cucciolo di leone che prova le prime pose), di cantare in modo selvaggio, aperto, e infine di scrivere canzoni che tutti possono cantare, come fossero inni da stadio. Anthemic, si chiamano. In più, è un leader naturale. Bunny, buon armonizzatore vocale, rasta ortodosso, è inadatto alla vita in tour, preferisce una vita meno babilonesca.

Quindi, non è un caso che dopo il successivo Lp, “Burnin’”, sempre 1973, coincideranno il piano di marketing di Blackwell, la loro ritrosia a suonare in luoghi inappropriati per un rasta e l’ambizione di Bob di fare la sua strada con le I-Threes e una nuova Wailer band.  Ognun per sé, Tosh anche con buoni risultati fino all’ennesimo omicidio Jamaica-style non lo lascerà sul pavimento di casa nel 1987. 

C’è poi il lato yin di Bob, quello più dolce, amoroso, che sia romantico e intimo o da festa da ballo. Alle prime appartengono le due tracce rimaste inedite che l’edizione Deluxe svela, la prima ’High Tide or Low TidÈ quasi una ballata soul che Blackwell scarta, «non volevo che potesse confondere lo stile principale», la seconda ’All Day All Night’ un reggaetto carino.

Ma ci sono due gioiellini irresistibili, di quel reggae dondolante – ginocchia morbide a molleggiarsi sul suolo, che sia cemento, terreno o spiaggia -, quel ritmo che piano piano, senza fretta e senza spingere, ti porta avanti senza che tu ti possa fermare. ’Baby We’ve Got A Date (Rock It Baby)’ ha tutto un lavoro di slide di Perkins che a un certo punto non sai più chi e cosa stai sentendo, è veramente musica del tutto contaminata. ’Stir It Up’ è uno dei suoi primi classici, la linea di basso di Aston ’Family Man’ Barrett che copiano ancora adesso e che ti si porta dietro, senza fatica, mentre Rita&Marcia volteggiano sul fondo con coretti angelici e Bob ammicca:

“Stir It Up,

Little darling, stir it up…”.

’Kinky Reggae’ è un gioco di parole, ammiccamenti e citazioni, e ’No More Trouble’ è poco più di un mantra, ma ha una sua melodia bellissima (un giorno verrà usata in coda alla durissima ’War’, come a ribilanciarla):

“Non abbiamo più bisogno di guai

Quello di cui abbiamo bisogno è amore

Per guidarci e proteggerci…”

La intro vocale a più voci è quanto di più vicino a un gospel caraibico, quando poi parte il ritmo e il gioco di chiamata-e-risposta fra Bob e le sue coriste, mentre il clavinet di Bundrick dà al tutto quel tocco un po’ r’n’b, si potrebbe anche andare avanti indefinitamente.

Il viaggio si chiude con ’Midnight Ravers’, uno di quei reggae ipnotici, da jam infinita, Bob a officiare e tutti in fila dietro, le percussioni che girano tutto intorno alla sublime batteria di Carlton Barrett, guardi il minutaggio perché sei fuori del tempo in un attimo. È quasi identica alla versione jamaicana, solo un po’ rimixata, i cori di Peter e Bunny tenuti un po’ più bassi e sostituiti con quelli delle ragazze.  È chiaro che si è scelto di mettere Bob al centro, ma la cosa interessante da notare è proprio la differenza di suono fra le due versioni. 

Quella inglese, diciamo, è più piena, sicuramente più recepibile, tocchi funzionali qui e là, come si diceva. Quella jamaicana, ovviamente, è come erano i Wailers in quel momento, crudi e diretti, già a regime e già consapevoli che il gioco si era fatto alto. Sicuramente più in linea con quello che sarà il loro sontuoso roots reggae, quando il reggae sarà ormai una meraviglia internazionale, e non serviranno più slide guitars e, se mai, il clavinet lo suonerà Tyrone Downie. 

«Se sento ’Stir It Up’ ora, che Bob è diventato un monumento», dirà Chris Blackwell in una puntata di ’Classic Albums’, «la sua originale è meglio della nostra, ma all’epoca cercavamo di cambiare un gusto e conquistare un mercato». E, per chiarire il suo ruolo nel lancio di Marley, «qualcuno mi ha chiesto se ero il produttore. Marley ha risposto «no, il traduttore», e ci sta. Sono felice di quello che ho fatto, arrangiandoli e dandogli la migliore chance di farli arrivare, to get them across».

Copertina

Tanto che, quando si tratta di decidere la copertina, le prime 20mila copie ’speciali’ (ma il primo anno se ne venderanno solo 16mila, anche se oggi siamo ben sopra il milione) hanno l’accendino Zippo, icona di quegli anni, che si apre, con la fiamma e tutto. Oggetto di culto e, ormai, da collezione. Quando qualche tempo dopo l’album verrà ripubblicato, con un’altra copertina, Bob con un bel cono di ganja fra le labbra, sarà Bob Marley and the Wailers, e così tutti gli album successivi.

“Catch a Fire” è il momento in cui il reggae si affaccia sulla scena del rock, e ben presto quel ritmo del battito del cuore si infilerà, sinuoso e dolce, all’occasione duro e militante, nella musica di tanti altri artisti. È l’album con cui il mondo prende nota di un autore in contatto con la sensibilità della sua gente, entrando in quel novero (Marvin Gaye e James Brown, Curtis Mayfield e Stevie Wonder, Gil Scott Heron) che negli anni 70 metteranno la realtà al centro della loro esperienza. Ed è anche il primo passo per un artista del terzo mondo che in poco più di un lustro ridefinirà la storia della musica mondiale, e negli anni 70 diventerà la più grande star planetaria.  

54 (continua)Qui le altre puntate.

 

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