Pietra miliare della musica cantautoraleIl monumentale album d’esordio di Leonard Cohen

L’opera prima dell’allora 33enne poeta e romanziere è uno di quei dischi che cambia la vita: straordinario per qualità, intensità e bellezza. Come in un incantesimo, trasporta in un altro stato, in un mondo in cui sogno e realtà si confondono. Read&Listen

La copertina dell'album

Quella copertina, così sobria e minimalista, foto-tessera seppiata scattata nella metro di New York, quello sguardo così intenso e misterioso, più vulnerabile che macho, quell’eleganza impeccabile, giacca scura, camicia bianca e cravatta (che non si vede ma non può non esserci, «sono nato, con un vestito addosso») e il suono acustico di quelle dieci canzoni così profonde, sono rimasti incastonati nella mia memoria, meglio dire nella mia anima, per ormai più di 50 anni.

La scoperta di Leonard Cohen, qualcosa di totalmente diverso da qualsiasi cosa vagamente rock che tu potessi ascoltare alla fine degli anni ‘60, è stato il mio biglietto d’ingresso per il mondo della canzone d’autore.

Certo, Dylan aveva già creato il genere cantautorale. Come Elvis nel r’n’r, aveva definito le regole del gioco. Aveva aggiunto al folk testi che avevano significati universali. Un gioco autoriale più alto della pop song, musica con un pensiero, una poesia, una narrazione, una finalità. I suoi anni ‘60 erano stati fulminanti, avevano radunato e disperso eserciti di puristi folk e intellettuali beat.

La sua prosa anfetaminica, visionaria, stream of consciousness, era piena di visioni surreali e parole taglienti. I suoi testi erano citati e analizzati e studiati. Un giorno avrebbero vinto un Nobel. In altre parole, cos’era un cantautore in molte sue variazioni Dylan l’aveva già mostrato a tutti, eponimi inclusi. Ma Cohen era un’altra cosa.

Leonard Cohen non era nato cantautore, nel ’67 era un poeta e romanziere di 33 anni che aveva pubblicato, con crescente successo, quattro raccolte di poesia e due romanzi, “The Favourite Game” e “Beautiful Losers”. A cavallo fra i ’50 e i ’60, da molti è considerato uno dei, se non il, poeta canadese più brillante.

Recensendo “Beautiful Losers”, romanzo complesso che ruota intorno a un triangolo amoroso, il Boston Globe scrive: «James Joyce non è morto, vive a Montreal sotto al nome Cohen». I guadagni sono limitati, ma la gloria non manca.

Montreal, Quebec, Canada. È lì che Leonard nasce due giorni prima del Natale 1943, ed è nella comunità anglofona che ruota intorno alla Sinagoga che ha costruito il bisnonno che si svolge la vita, nel quartiere chic di Westmount, buona borghesia ebrea. Il padre Nathan, fragile di salute, è un facoltoso commerciate di tessuti, severo e religioso, e muore quando Leonard ha nove anni. È la madre Masha, espatriata lituana, più giovane, fascinosa e attraente, ad essergli più vicina, in una struttura familiare abbastanza rigorosa, ma che gli lascia però ampie libertà. Il giovane Leonard non è particolarmente coinvolto da tutto il cerimoniere, anche se, per un kohen (“il prete”) l’idea di cerimonia, enfatizzata dalle ritualità intorno a lui, rimarrà sempre una componente fondamentale della sua vita.

Il giovane Leonard sperimenta con l’ipnotismo, realizzando la più comune delle fantasie giovanili. In “The Favourite Game” descrive l’episodio attraverso il protagonista, suo alter ego: ipnotizza la donna di servizio, la fa spogliare e si trova per la prima volta di fronte alla totale nudità, felice, scioccato e con il timore di essere colto in fallo: «Credo sia il principale contenuto dell’immaginazione di ognuno. Tutte le tristi avventure nella pornografia e nelle canzoni e in amore sono solo passi sul cammino verso quella sacra visione».

Religione e lussuria – entrambe ricche di mistero e trasporto, fascino, segreti – sono due fra le componenti-ossimore che caratterizzeranno la sua poetica e la sua vita, sempre in bilico fra gli opposti.

Nella dettagliatissima biografia di Sylvie Simmons, “I’m Your Man”, il momento del big bang in cui poesia, musica e il sesso trovano in lui la sintesi, è a 15 anni quando legge per la prima volta Garcia Lorca, poeta spagnolo omosessuale, grande amante della musica folk, fucilato dalla Guardia Civile franchista.

Ne rimane fulminato e lo spinge alla presa di coscienza della forza della parola, della politica e dell’amore per il flamenco. Anche se da grande dirà col suo classico humour che quello che lo ha spinto verso la poesia è ciò che fa colpo sulle donne: «Prima del r’n’r, era la poesia».

Si compra una chitarra classica, e lo spirito avventuroso di Leonard, quello nutrito da tante uscite notturne per incontrare la vita dei cafè e delle osterie fuori dalla sua comfort zone, si mette in moto. Si iscrive all’Università con risultati mediocri ma lì incontra Irving Layton, uno dei più celebrati poeti canadesi, e i due creano una partnership solida, nonostante i vent’anni di differenza di età, e duratura. Di lui Layton dice: «Il genio è la capacità di vedere le cose per come sono realmente, senza essere ingannato dalle apparenze».

Nel ’56 esce il suo primo libro di poesie, “Let Us Compare Mythologies”, dove si ritrovano molti degli elementi che riverserà nei dischi: religione, sessualità, mitologia, sacrificio, omicidio.

È ben accolto, ma anche con severe critiche del “troppo sesso e violenza”. Al contrario, lui ritiene che la giustapposizione di sesso e spiritualità sprigioni grande bellezza. Di fatto, il suo nome comincia a circolare.

Si iscrive alla Columbia University a New York, e nelle serate del Village incrocia Kerouac e Ginsberg, che ha appena pubblicato “Howl”, “Urlo”, e nonostante sia molto affascinato dai poeti beat, la sua maniera di scrivere versi – tradizionale, rifinita, aristocratica – è all’opposto di questa nuova letteratura. Troppo lontani per fare gruppo con loro, anche se tempo dopo Ginsberg e Corso li ospiterà a Hydra.

Torna a Montreal, viene pubblicato il secondo libro di poesie “The Spice Box Of Earth”, prende una borsa di studio per scrivere un romanzo nelle capitali europee, va a Londra all’inizio dell’era-swinging London, compra una macchina da scrivere e un blue raincoat e – un po’ il clima, un po’ la mancanza di amici – rischia la depressione.

Quando un giorno vede allo sportello di una banca greca un impiegato abbronzato. Scopre che c’è una piccola rocciosa pacifica isoletta nel Mar Egeo, Hydra, dove c’è una nutrita colonia di intellettuali e artisti. È il 1960: si innamora del luogo, della vita spartana, in fondo è disciplinato come un soldato anche se pigro come un bohemienne, e quando la nonna gli lascia una piccola eredità compra una casetta in cima alla collina che dà sul porto.

Sarà il suo rifugio per i successivi vent’anni, un luogo di totale libertà, condito da lsd e Hashish e altre droghe chimiche, vita mediterranea e solare, il traghetto che porta la posta la mattina e belle donne che vanno e vengono. Ed è lì che incontra Marianne, norvegese e mamma da poco, abbandonata dal marito scrittore, un’apparizione come quella di una dea scandinava: Marianne, scrive a Layton, «è perfetta».

I tre anni successivi Leonard li passa fra l’isola, dove torna ogni volta che sente la necessità di isolarsi e scrivere, Montreal e New York. In ognuno di questi luoghi chiama Marianne, devota abbastanza da sopportare di non vivere con lui, che ha una vita senza legame fisso. Le donne sono affascinate da quell’uomo di classe, gentiluomo squisito, sense of humour brillante e spesso auto-scherniente, che seduce attirandoti nel suo mondo di parole. Pubblica il terzo libro di poesie, “Flowers for Hitler”, con prosa meno tradizionale, e il primo romanzo, “Beautiful Losers”.

Lentamente, più per motivi economici che artistici, cresce dentro la voglia trasmutare quelle poesie in canzoni: «Ci sono chitarre dietro tutti i miei lavori, anche i romanzi». La musica che i beat usano durante le loro performance, jazz in primis, gli fa capire che parole e musica creano sinergia, allargano il pubblico, ed è quello che vuole: non essere un poeta elitario ma un artista per un pubblico largo. Sogna di essere ascoltato un giorno da un juke box.

La scintilla scocca quando, sulla via di Nashville dove in ricordo del suo trio da ragazzo, i Buckskin Boys, vorrebbe provare a fare il country singer, si ferma di nuovo a New York. È il ’66, e la scena pullula di folk singers: Joan Baez, Dylan, Phil Ochs, Joni Mitchell, Judy Collins. È lei, considerata la stella della folk music, che in cerca di canzoni nuove ascolta “Suzanne” e “Dress Rehearsal Rag” e le include in “Wildflowers”, il suo quinto Lp: «La gente pensa che Leonard sia dark, ma il suo sense of humour e il suo modo di vedere il mondo sono assai leggeri».

Leonard scopre che scrivere canzoni è molto meno complicato che scrivere libri e lui, che da sempre si porta dietro taccuini pieni di appunti, scopre il mestiere di cantautore. Quello che stupisce è quanta musica ci sia nei testi, e poesia nella musica. Ogni testo sembra magico nella sua completezza, del resto Leonard non è uno che scrive di getto, ci saranno canzoni che richiederanno mesi per esser completate.

Il maniacale lavoro di miglioramento del finger picking, sempre di fronte a uno specchio, un po’ narciso un po’ spettatore unico, gli consente di accompagnarsi e di comporre canzoni tutt’altro che banali. Dylan lo paragona a Irving Berlin: «Entrambi sentono melodie che noi possiamo solo sperare di trovare. È grande artigianato, un uso delle progressioni di accordi classici. È un musicista molto più evoluto di quello che si potrebbe pensare».

A New York succede tutto molto velocemente. Con il passo dell’esploratore di luoghi e anime incontra la cerchia di Andy Warhol, e soprattutto la sua Musa, la austera, gotica, glaciale e bellissima Nico. Leonard la conosce quando si è appena lanciata in una carriera solista post-V.U., al suo fianco come chitarrista un ragazzo californiano di 18 anni, bella faccia e belle canzoni, Jackson Browne.

Leonard la corteggia, si crea un feeling che non riesce a tramutarsi neanche in un flirt. Non si può non amare Cohen, ma Nico non lo vuole come amante, e ciò che ne rimane sono alcune canzoni, da “One of Us Cannot Be Wrong” a “Joan Of Arc”. Va a vivere al Chelsea Hotel, incontra la qualunque, da Patti Smith a, come ben sappiamo da “Chelsea Hotel#2”, Janis Joplin una notte in cerca di Kris Kristofferson, “si dà il caso sia io”, la inganna in ascensore.

È lì, sullo stesso letto, che un dopocena fa ascoltare le sue canzoni a John Hammond Jr., il miglior A&R man in città, colui che alla Cbs ha già portato Billie Holiday e Aretha, Miles Davis e Bob Dylan. Leonard gli canta praticamente metà di quello che sarà il primo album, Hammond ascolta in silenzio e alla fine sentenzia «you’ve got it», ce l’hai. Non è che alla Cbs di metterlo sotto contratto siano così convinti, «un poeta di 32 anni? Ma sei matto?», ma alla fine Hammond la vince, Leonard firma, e a maggio entra in studio. Se le sue prime uscite pubbliche nei club, nonostante la Collins come padrona di casa, sono da panico (chissà se De Andrè ha preso da lui anche questo), lo studio -per il quale richiede il suo specchio- è sicuramente più rassicurante.

Però, stranamente, con Hammond alla guida non funziona, non scatta la magia, forse perché Leonard si aspetta che quelle canzoni nude vengano rivestite, in qualche modo, e Hammond sembra fin troppo rispettoso per alterarle. Ha un’intesa istantanea con il bassista Willy Ruff, jazzista che segue le sue linee melodiche con gusto e fantasia, ma si trova a disagio con altri sessionmen, lo fanno sentire non all’altezza. Il progetto viene messo in pausa.

Quando dopo l’estate – che include la sua ammirata performance di “Suzanne” al Newport Folk festival, sempre introdotto da Judy Collins, e l’inizio di un flirt con l’altra sua protetta, Joni Mitchell – Leonard torna in studio e trova un nuovo produttore, John Simon, fresco reduce da ‘Bookends’ di Simon&Garfunkel.

Leonard mette giù altre tracce (arriveranno a 25, nove delle quali a tutt’oggi inedite), solo voce e chitarra, e Simon successivamente arrangia a suo gusto, esagerando, dal punto vista dell’autore, che almeno sull’assenza della batteria era stato stentoreo. Va detto però che l‘idea di Simon di usare costantemente, quasi come uno strumento, i cori angelici dietro alla voce intima di Leonard rimarrà uno standard nel suo futuro.

Dopo molte discussioni, Simon gli lascia in mano il materiale, non sa come uscirne e ci sono i Blood Sweat & Tears che lo aspettano. Rimasto solo Leonard inizia a rimixare, levare, ma una sera in cui va a vedere dal vivo Nico, incontra i Kaleidoscope, una band di folkpop psichedelico (in cui tutti suonano tutto, anche strumenti insoliti, fra cui c’è David Lindley, presto partner di Jackson Browne). Anche se non presenti sui crediti, sono loro che sovraincidono su molte canzoni ulteriore strumentazione, forse meno raffinata di quella di Simon, ma più particolare: violino, scacciapensieri, flauto e svariati strumenti mediorientali. Alla fine, il 27 dicembre 1967, il disco finalmente esce.

Le parole, la musica, e infine la voce di Cohen.

Quella voce ti seduce, ti chiama, ti accoglie. La sua profondità, la rotondità lussuriosa di ogni sillaba che scandisce ti ipnotizzano, ti chiedono di abbandonarti, perché lui sa come portare carezze alla tua mente, ristoro alla tua anima. Come in un incantesimo, come un velo ipnotico assecondato dalla circolarità degli arpeggi e dal calore della sua voce, senza fretta e senza effetti, “Songs of L.C.” ti trasporta in un altro stato, in un mondo in cui sogno e realtà si confondono.

Apre questo viaggio nello spirito la canzone per cui è già conosciuto e sarà per sempre ricordato. E fin dall’inizio, quel “Suzanne takes you down…”, testo già presente nella sua ultima raccolta di poesie, “Parasites of Heaven”, è un’apertura indimenticabile, una firma elegante e definitiva. Non è la voce degli ultimi anni, che scandaglia l’abisso a profondità intoccabili, ha lo stesso timbro, la stessa autorità ma è ancora una voce giovane. Ispirata, rilassata, incantata.

Suzanne Verdal è la moglie di un amico, lo scultore Armand Vaillancourt. Il loro è un rapporto che rimarrà platonico, ma c’è infinito amore nel modo e nei dettagli con cui Cohen descrive il suo mondo fatato e delicatamente hippy, nel loft vicino al fiume San Lorenzo. L’incontro fra due persone che – per mancanza di opzioni – hanno toccato l’un l’altro il proprio corpo perfetto con la mente, prima che la parabola si apra a includere anche Gesù, anche lui capace di toccare il suo corpo perfetto con la mente:

«Suzanne ti porta giù
Fino al suo posto vicino al fiume
Puoi sentire le barche scivolare via
Puoi spendere la notte al suo fianco
E tu sai che è mezza pazza
Ma è questa la ragione per cui sei lì
E ti nutre col thè e le arance che provengono dalla lontana Cina
E proprio quando stai per dirle che non hai amore da offrirle
Lei si sintonizza sulla tua lunghezza d’onda
E lascia che il fiume risponda che sei sempre stato il suo amante
E vuoi viaggiare con lei
E vorresti viaggiare alla cieca
E sai che avrà fiducia in te
Perché hai toccato il suo corpo perfetto con la tua mente…».

Ci sono poi tre canzoni, con titolo simile: “Master Song”, “The Stranger Song” e “Teachers”. Sono tre lunghe canzoni misteriose, piene di simbolismo, in cui Cohen fa i conti con l’autorità e la gelosia, con il mistero e il fascino degli sconosciuti in transito, con l’iniziazione a un livello superiore di conoscenza.

“Master Song” rivela la diffidenza di Cohen per gli ‘holy men’, gli uomini santi, i guru, i maestri imperfetti. C’è una figura femminile contesa fra loro, una rivalità fatta di gesti e di ruoli, una sfida a chi ha insieme maggior distacco e maggior potere sulle persone:

«Ho amato il tuo maestro in modo perfetto
Gli ho insegnato tutto ciò che conosceva
Stava alla fame in un profondo mistero
Come un uomo sicuro di quale sia la verità
E ti ho mandato da lui con la garanzia
Che gli avrei potuto insegnare qualcosa di nuovo
E gli ho insegnato come avresti desiderato me
Qualsiasi cosa avesse detto, qualsiasi cosa tu avessi fatto…».

“The Stranger Song” è la mia preferita, ancora una volta una lei che accoglie nella sua vita una serie di ‘stranieri’, uomini che arrivano e dipartono, che illudono e tradiscono, solo dei “Giuseppe in cerca di una mangiatoia”, archetipi del giocatore di poker, colui che aspetta una carta “così alta che non ne richiederà mai un’altra”. È un altro frequente ossimoro di Cohen, la libertà e la ricerca di un rifugio:

«È vero che tutti gli uomini che hai conosciuto
Erano giocatori che dicevano di aver finito col gioco
Ogni volta che davi loro rifugio
Conosco quel tipo di uomo
È difficile tenere la mano di chiunque
Si allunghi verso il cielo solo per arrendersi…
…E appoggiato al tuo davanzale
un giorno dirà che hai fatto sì che la sua volontà
Si indebolisse, per il tuo amore e calore e rifugio
E poi, prendendo dal suo portafoglio
Un vecchio orario ferroviario, ti dirà
Te l’avevo detto quando sono arrivato che sono uno straniero…».

La terza, “Teachers”, è più criptica, le giustapposizioni vagamente dylaniane, la ricerca di un insegnamento sulle lezioni del cuore continuamente elusiva, contraddittoria, paradossale: come a un esame di fronte agli insegnanti”, come una prova da superare, un enigma da risolvere, un gradino da salire:

«Ho incontrato una donna al di là del mare
I suoi capelli dorati come solo l’oro può essere
Sei tu l’insegnante del cuore? Sì, ma non per te…
…Molte ragazze mi hanno abbracciato
Poi sono stato abbracciato da uomini
E’ perfetta la mia passione?
No, rifallo ancora…
…Ero bello, ero forte
Conoscevo le parole di ogni canzone
Vi ha soddisfatto il mio canto?
No, le parole che hai cantato erano sbagliate…
…Insegnanti, sono finite le mie lezioni?
Non riesco a farne un’altra
Hanno riso, e riso, e detto
Va bene, bambino, le tue lezioni sono finite».

È un punto di vicinanza a Dylan abbastanza raro. I due divergono nella prosa, ma anche nei contenuti: mentre Dylan parla con immagini flashose, Cohen è più attento alla singola parola, più rifinito nel suo stile. Ma soprattutto, negli anni ‘60 Dylan trae ispirazione anche da quello che vede intorno a sé – la segregazione razziale, il Vietnam, le parole che soffiano nel vento – mentre Leonard è più interessato a temi senza tempo, quelli dello spirito, della misteriosa essenza che lega le persone fra di loro e a Dio.

“Sisters Of Mercy”, con il ritmo simile a un valzer e il suo arrangiamento al suono di giostra, nasce dall’incontro, durante una tempesta di neve ad Edmonton, di Cohen con due autostoppiste, Barbara e Lorraine, rifugiatesi all’ingresso di un ufficio: le invita a casa sua dove crollano sul letto. Leonard le veglia, compone la canzone e gliela canta quando si svegliano.

«Le Sorelle della Misericordia
Non son partite, né andate
Mi aspettavano quando non riuscivo più ad andare avanti
E mi hanno portato conforto
E più tardi mi hanno portato questa canzone…».

“So Long Marianne” e “Hey, That’s No Way to Say Goodbye” sono due canzoni d’addio, con mood molto diversi: la seconda nasce in una fetida camera d’albero (il Penn Terminal, non il Chelsea) con “la finestra che non si apriva, il termosifone che fischiava e il rubinetto che gocciolava. Ed ero con la solita donna bionda sbagliata” (sarà, ma non si direbbe: è una canzone di tenerezza infinita). «Eppure, così come dal fango più oscuro fiorisce il loto bianco, così dalla stanza d’hotel più tetra a volte può venir fuori una buona canzone»:

«Ti ho amato al mattino
I nostri baci profondi e caldi
I tuoi capelli sul cuscino
Come una tempesta dorata addormentata
Sì, molti hanno amato prima di noi
So che non siamo nuovi,
nelle città e nelle foreste hanno sorriso come me e te
Ma ora è il momento delle distanze
Ed entrambi dobbiamo provarci
I tuoi occhi sono morbidi di dispiacere
Hey, questa non è una maniera di dirsi addio».

La seconda, evidentemente dedicata alla sua Musa Nordica, la scrive fra Montreal e New York, sempre indeciso se considerarla una canzone di accoglienza, il primo titolo è “Come On, Marianne”, o una d’addio. Uno di quei casi in cui la canzone decide per te: «Non credevo di dare un addio, ma immagino lo fosse».

«Quando ci siamo incontrati eravamo quasi giovani
Nel parco verde di lillà
Mi tenevi stretto come fossi un crocefisso
E procedevamo in ginocchio nel buio.
Ora addio, Marianne, è tempo che cominciamo
A ridere, e piangere
E piangere e ridere di tutto ancora una volta».

La chiusura dell’album, “One Of Us Cannot Be Wrong”, è affidata a una canzone in cui è evidente il desiderio della inconquistabile Nico, per cui una sera celebrò anche un rituale «ho acceso una candela verde/per renderti gelosa di me», ma contiene una incredibile premonizione su Brian Jones, lo Stone con cui Nico invece una storia la avrà:

«Ho sentito di un santo che ti ha amata
Così ho studiato tutta la notte alla sua scuola
Insegnava che il dovere degli amanti
È di oscurare la regola d’oro.
E proprio quando ero sicuro che i suoi insegnamenti fossero puri
È affogato in piscina
Il suo corpo è andato, ma qui sul prato
Il suo spirito continua a sbavare».

La canzone alla fine devia, si sfalda, e il disco finisce con un canto da stonati ubriachi che è un rovescio della medaglia improvviso, che c’azzecca con la sobrietà e la pulizia formale di tutto il resto? Fa ridere, assomiglia a Iannacci, e per quanto antitetico forse vuole ricordare che anche i santi s’imbriacano, anche gli uomini perfetti hanno il loro lato d’ombra.

Che poi, in un certo senso, è l’essenza di questo album, monumentale per qualità, intensità, bellezza. Percorso da un singolo anelito, che ritroviamo sul retro della copertina, un dipinto messicano della Anima Sola, una donna (come sarà Giovanna d’Arco) avvolta dalle fiamme, lo sguardo verso il Cielo: «Il trionfo dello spirito sulla materia. Una donna bellissima che evade dalla prigione, dalle catene, dalle fiamme».

È l’inizio di un percorso sublime, e come spesso accade c’è già tutto. Basta solo aprirsi, e ascoltare queste dieci canzoni del cantautore nato poeta. Uno di quei dischi che cambia la vita.

52 (continua)Qui le altre puntate.

 

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