Triste, solitario y finalL’isolamento di Conte sulle restrizioni dimostra che senza il Pd non decide nulla

La linea più morbida del Presidente del Consiglio è stata contestata da importanti esponenti del Partito democratico. Alla fine ha dovuto cedere, trovando un compromesso: più restrizioni nei giorni intorno alle feste. Ma forse non basterà

Olivier Hoslet, Pool via AP

A un certo punto Giuseppe Conte è finito in minoranza. Isolato. Praticamente solo lui inizialmente ha provato a battersi per una linea morbida, “arancione”, per i giorni di Festa: non si può chiudere il Paese in casa un’altra volta per tanti giorni, aveva spiegato in una lunghissima riunione con i capidelegazione dei partiti. Una riunione tesa come poche.

Pur consapevole che i dati del Covid restano gravi, non vuole essere proprio lui, l’avvocato del popolo, a girare il chiavistello delle porte degli italiani, non intende passare per il carnefice di quel poco che resterebbe delle tradizionali feste, il presidente del Consiglio che rovina i ritrovi delle famigliuole italiane, ed è come se a quel tavolo si stessero scontrando due facce della democristianità, quella paternalistico-dorotea impersonata da Conte e quella rigorista, da partito della fermezza, di Dario Franceschini, con i grillini un po’ di qua un po’ di là e Italia viva (assente al lungo vertice pomeridiano sempre per via della Bellanova a Bruxelles) che da partito aperturista per definizione ora appare molto più cauta.

L’avvocato ha tentato di limitare i sacrifici del popolo. Soprattutto di non strangolare il commercio, di consentire gli spostamenti prima del 24 dicembre.

Perché l’Italia di Conte è quella che stende la tovaglia buona per la sera di Natale e ha messo pacchi, pacchetti e pacchettini sotto l’albero ben addobbato. Per cui no, gli italiani non possono essere completamente ristretti proprio in quei giorni cruciali per lo spirito del Paese e per la borsa dei commercianti, avrà pensato l’avvocato timoroso di diventare il bersaglio di una nuova crisi isterica del Paese. Dunque non parliamo di zona rossa prolungata, per carità.

Ma quelli, i dem, la pensano esattamente al contrario. Dario Franceschini e Francesco Boccia, i più duri insieme a un Roberto Speranza allarmatissimo per il riaccendersi dei contagi e soprattutto per le allucinanti cifre dei morti, hanno un interrogativo fisso nella testa: cosa succederà a gennaio, proprio mentre partono i vaccini (si spera), rlfacciamo ri-esplodere i focolai e gli ospedali?

Un incubo. Meglio serrare tutto ora. Anche nei giorni feriali precedenti il Natale, e per tutte le Feste. Non andrà così ma il partito della fermezza concede qualcosa ma non troppo. Franceschini fa la parte dell’inflessibile ed è uno che al tavolo non molla.

Il premier si è reso conto che alla fine non si può prendere nessuna decisione contro il Pd. E quindi ha mediato: zona rossa nazionale nei giorni 24-27 gennaio e 31-3 gennaio, il commercio è abbastanza salvo, lo shopping finale ci sarà. Vedremo se la proposta regge, il Dpcm dovrebbe essere firmato domani.

Ma il Pd teme l’assalto ai treni e ai centri storici prima che l’Italia diventi “rossa”, le scene a metà fra Calcutta e Pietroburgo 1917 già viste prima del lockdown di marzo con l’esercito a dare una mano a poliziotti e carabinieri coi nervi a fior di pelle: e infatti non è escluso che un qualche stop alla mobilità possa essere anticipato.

E Giuseppe Conte, quando a tardissima sera lascia palazzo Chigi, sta per richiudere l’Italia, e forse neppure abbastanza, sperando questa volta di di aver fatto la cosa giusta, e che il Paese capisca.