Icone svelateLo scandalo per la statua nuda di Mary Wollstonecraft è ridicolo, spiega chi l’ha scolpita

Secondo l’artista Maggi Hambling è eccessiva la polemica per aver rappresentato senza vestiti una delle antesignane del femminismo. La scelta non asseconda lo sguardo maschile, bensì serve a collocare la filosofa e scrittrice in una dimensione senza tempo

da Wikimedia Commons

In un anno in cui erano le statue abbattute a destare scalpore, la scultrice Maggi Hambling ha il raro primato di avere suscitato polemiche per averne eretta una. La sua rappresentazione di Mary Wollstonecraft, filosofa e scrittrice britannica del XVIII secolo, suocera di Percy Shelley e soprattutto icona femminista, ha fatto arrabbiare tutti.

Nell’opera svelata a novembre, la donna è rappresentata in cima a una torre, con piglio fiero è però del tutto priva di vestiti. La sua nudità ha provocato uno scandalo, in particolare tra le femministe che da anni chiedevano un monumento che la celebrasse.

Si è parlato di insulto, di presa in giro. Sono stati scritti numerosi articoli indignati, c’è chi ha espresso dolore e addirittura «odio» nei confronti di quell’opera. Un oltraggio, perché asseconda la figura allo sguardo, sempre erotizzante dell’uomo. Maggi Hambling ha fatto spallucce e ha continuato a lavorare e a fumare (un vizio per lei irresistibile, tanto da non volere nemmeno essere fotografata senza sigaretta in mano).

Ma la domanda rimane: è forse questo il modo giusto di onorare una delle prime paladine dei diritti delle donne? Un uomo, hanno chiesto sul Guardian, «sarebbe onorato con il suo arnese messo di fuori?».

Lei ridacchia, e in questa intervista al giornale britannico si diverte, prima di tutto, a passare in rassegna tutti i nudi maschili nell’arte. «Ci sono i marmi del Partenone. Il David di Michelangelo» e, per restare nel contesto, «anche il memoriale dedicato a Shelley». Per cui sì, è possibile ritrarre una persona nuda e celebrarla al tempo stesso. Ma non è questo il punto. «Mary Wollstonecraft doveva essere nuda perché i vestiti definiscono le persone. Se li metti dentro a un tweed, ecco che diventano degli appassionati di cavalli. Se il metti in un abito del periodo, ecco che sono solo delle figurine storiche. Non volevo farlo anche con lei». Soluzione? Nessun vestito.

«Ho scelto di catturare il suo spirito e le battaglie che ha sostenuto per i diritti delle donne. È una lotta che va ancora avanti, per cui la figura deve essere una sfida continua, anche per il mondo di oggi». In altre parole, la statua ha mantenuto la stessa forza provocatoria della persona che rappresenta. Ha sollevato questioni, critiche: ha fatto parlare di sé e, in ultima analisi, ha contribuito a far conoscere di più un personaggio che non tutti conoscevano.

Del resto Maggi Hambling non è nuova alle critiche e alle contestazioni. La sua statua di Michael Jackson, nel 2004, era stata rifiutata dalla Royal Academy per la sua mostra estiva perché l’artista aveva accompagnato l’opera con una nota in cui sosteneva di credere all’innocenza del cantante. Qualche mese prima, il suo monumento a Benjamin Britten, il compositore britannico, era una enorme capasanta (ed era anche il titolo: “Capasanta” (The Scallop), così). Fu criticata e coperta di scritte, alcune anche omofobe (l’artista è omosessuale).

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Non è piaciuta nemmeno la sua statua di Oscar Wilde, in cui il volto e la mano (con una sigaretta) dello scrittore irlandese emergono da una specie di panchina/sarcofago, ed è accompagnata dalla frase «Siamo tutti nella fogna, ma alcuni di noi guardano alle stelle». La sigaretta, per la cronaca, non è durata nemmeno un minuto. È stata subito rimossa, segata, rubata. La statua di Oscar Wilde vanta il primato (non ufficiale) del monumento più vandalizzato del centro di Londra.

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Insomma, dato il track record dell’artista, era da aspettarsi che anche il suo lavoro su Mary Wollstonecraft suscitasse qualche polemica. Ma per lei le critiche sono «come l’acqua sul dorso di un’anatra». Scivolano via, lasciando soltanto le sue opere.