Plastic Ono Band L’album con cui John Lennon rinnegò i Beatles per scoprire sé stesso

Il primo disco da solista del cantautore di Imagine è scarno ed essenziale. Usa le canzoni per ridefinirsi e lo fa creando un puzzle, tassello dopo tassello, riempito da ricordi, emozioni, ammissioni, perdoni chiesti e concessi fra sé e sé. Dopo 50 anni non ha perso nulla della sua immediatezza, così nuda e vulnerabile. Read&Listen

Il primo album solista di John Lennon è un disco potente, viscerale, onesto. Vulnerabile e liberatorio insieme. E, per il percorso personale di John, epocale. 

È la rottura col passato, una conversione a U, lasciando indietro – anche con risentimento – i suoi dieci anni passati nella più popolare band del pianeta. È il momento in cui si spoglia della sua identità fin lì, e insieme a Yoko Ono va in cerca di sé stesso. Strappa via tutte le sovrastrutture e l’alone mitologico beatlesiano, e decide – coscientemente – di fare un tuffo nell’inconscio, per arrivare a scoprire chi è davvero.

Lo fa in musica, con un disco scarno, essenziale, niente fronzoli, non sono richiesti abbellimenti se bisogna urlar fuori la verità. 10 canzoni +1 dove l’ansia e il dolore sono catartici e in alcuni momenti l’immersione è così intensa che manda lunghi brividi lungo la schiena e ti mozza il fiato.

Un disco di quelli d’una volta, che richiedevano immedesimazione per poterne carpire tutta l’essenza e, una volta entrati, ti tramortivano per giorni. Un disco non necessariamente facile o piacevole da ascoltare, ma di quelli che vanno nella categoria dischi fondamentali per valore simbolico e artistico. «È la cosa migliore che abbia fatto. Scrivevo di me solo ogni tanto, ora scrivo solo di me». L’album questo è: una intensa, a volte drammatica, seduta psicoterapeutica, per liberarsi dei demoni interiori, dei traumi che il nostro corpo porta come memoria, lenire con un po’ di amore le ferite, e rinascere.

Nell’estate del 1970, i tempi per John Lennon non sono dei migliori. Il 10 aprile Paul dà l’ufficialità a quello che i quattro sapevano già da mesi, la fine dei Beatles. Sigillo finale (questione di management a parte) è il via libera di John a Phil Spector di produrre, insomma arrangiare una base orchestrale sotto a uno dei pezzi chiave di Paul, quel ’Let It Be’ ispirato dal sogno della madre che lo veniva a consolare di tutti i guai beatlesiani.

Spector fa quello che George Martin aveva sempre considerato sacrilego: il garante della integrità aveva sempre coniugato gli echi di musica classica in modo innovativo, mai ordinario, men che meno borderline con la muzak. Paul, inviperito, tenta di bloccare l’album, senza successo, e allora impone alla EMI di uscir prima con il suo primo solo, e annuncia lo scioglimento ufficiale dei Beatles: «solo per vendere il suo disco», sibila John, «li ho sciolti io mesi fa». Putiferio globale. 

Come si è arrivati fin lì è la cronaca dei quattro anni precedenti, da quando John ha incontrato nel ’66 Yoko Ono: la 33enne giapponese è un’artista concettuale, fa parte del gruppo dadaista Fluxus, crea eventi underground surreali. Alla Galleria Indica John prima va in cima alla scala e con la lente d’ingrandimento legge sul soffitto yes, “fosse stato qualcosa di negativo, tipo ’no’, o ’anti’ come molta arte concettuale, me ne sarei andato”. Invece rimane e chiede di piantare, in un’altra installazione, un chiodo nella parete. “Solo se mi dai cinque scellini”, ribatte Yoko. “Ok, 5 scellini immaginari per una martellata immaginaria”. Contatto avvenuto. John ha trovato pane per i suoi denti, una sua pari, diversa intellettualmente, che sarà capace non solo di tenergli testa, ma anche di spingerlo oltre i limiti, pur se con gli atteggiamenti un po’ narcisisti e autoreferenziali che li caratterizzeranno. 

Arrivano poi però le incisioni di “Sgt. Pepper” e il viaggio in India, passano quasi due anni prima che scocchi la scintilla dell’amore. Se ne accorge per prima Cynthia, la prima moglie sottotraccia, di ritorno dalla vacanza in Grecia: trova a casa John, ’Oh, hi’, e Yoko nel suo accappatoio, prima colazione dopo la notte che hanno inciso “Two Virgins” e hanno fatto l’amore all’alba. 

Yoko diventa una presenza fissa nella sua vita. Fino a infrangere il tabù niente fidanzate e mogli in studio, e presenziare alle session del “White Album” e del successivo ’Let It Be’, con qualche tensione che comincia a sorgere.

I fan sono un po’ straniti da questa intellettuale orientale che è entrata nel quartettoperfetto, ci sono anche un po’ di fattori razziali e diffidenza a prescindere. Paul è in sostegno dell’amico, non sente neanche così fastidiosa la presenza in studio «se John è innamorato giusto che lei gli stia vicino», e quando si tratterà di incidere una instant-song sulle loro vicissitudini pre e post-matrimoniali, ’The Ballad of John and Yoko’, ci pensa il Paul one man band.

“Cristo, sai che non è facile 

Sai quanto può essere dura

Per come stanno andando le cose, 

Mi crocifiggeranno”

Yoko più tardi dirà: «Paul sapeva che la gente era cattiva con John, e voleva dargli una mano. Paul ha un lato fraterno molto forte».

In fondo anche Paul sta vivendo un periodo di innamoramento: con Linda, fotografa rock, erede estrosa della potente famiglia americana degli Eastman (Kodak), è stato amore a prima vista e i due insieme si divertono “come fossimo boyfriend and girlfriend”. Linda lo spinge a essere meno formale, più casual, ordinario.

In un certo senso, entrambe le donne arrivate nella vita del men’s club trasformano quei due ragazzi ormai cresciuti in uomini che vogliono lasciare indietro i vent’anni per crescere. Anche Linda non è che sia così ben vista dalle fan, l’eterno scapolo si è ammogliato, ma nulla in confronto a Yoko. Per lei è veramente tiro a segno. Identificarla come la madre di tutti gli scioglimenti sarà un 2+2 facile, per i fan della band.

Yoko diventa di default luna delle donne più odiate d’Inghilterra e non solo. John non se ne preoccupa molto, in fondo nelle controversie ci sguazza, «quando la gente vuole che faccia una cosa, io faccio l’opposto». 

Il 1969 è così denso di avvenimenti che si fa fatica a seguirli. 

Gennaio è dedicato a finire le session di ’Let It Be’. Il 30 per finire il film suonano, per l’ultima volta tutti insieme, sul tetto dell’Apple Corps a Saville Row, tutti sotto in strada che non ci si crede. Il 3 febbraio John George e Ringo danno incarico ad Allan Klein, americano svelto di lingua che ha già tirato un bidone enorme agli Stones, di curare le finanze dei Beatles; Paul si oppone, vorrebbe il fratello di Linda, potente avvocato newyorkese, parte la faida.

Il 12 marzo a Londra Paul sposa Linda, il 20 John e Yoko si sposano a Gibilterra e la luna di miele la passano dal 25 al 31 nell’Hilton di Amsterdam in una versione camera da letto dei sit-in di protesta. Lo chiamano Bed-In, e per John è «uno spot per la pace, al contrario degli spot per la guerra che vanno in onda ogni sera nei telegiornali», con accesso open ai media per rispondere a qualsiasi domanda, dalle nove di mattina alle nove di sera. 

A metà aprile registrano ’The Ballad of John and Yoko’ e incredibilmente, visto gli strascichi di “Let It Be” che è stato per ora abbandonato, Paul convince sia George Martin che i suoi compari a iniziare subito un altro album, “Abbey Road”.

Mentre ’Get Back’ va al numero 1, il 25 John e Yoko – a cui è negato il visto d’ingresso negli Usa – arrivano fino a Montreal per inscenare il secondo bed-in. Il 1° giugno, nella camera 1742 del Queen Elizabeth Hotel viene registrata, in un’atmosfera festosa da pigiama-party, alla presenza di Timothy Leary e Allan Ginsberg e Petula Clark, ’Give Peace A Chance’, che nel giro di poche settimane diventa l’inno dei movimenti contro il Vietnam e a favore della pace. 

Quando tornano in Inghilterra, John e Yoko vanno nella nuova residenza nel parco di Tittenhurst, e iniziano a tirare eroina. Nel giro di due mesi, George compie 26 anni, Paul 27 e Ringo 29. A luglio e agosto continuano in un’atmosfera abbastanza distesa – ovviamente con Paul al timone – le session di “Abbey Road”, anche il 15 agosto, mentre dall’altra parte dell’Oceano si svolge Woodstock, per cui erano stati contattati.

A settembre John crea la Plastic Ono Band, un nome di fantasia che prende spunto da una installazione di Yoko, figurine di plastica contenenti radio e amplificatori. L’idea è quella di una band aperta, tanto che a suonare a Toronto porta Clapton e Ringo, e il vecchio compare Klaus Voorman al basso.

A ottobre John registra ’Cold Turkey’, ovvero la sua disintossicazione dall’eroina, con un suono sporco, distorto, duro. Quando mai i Beatles avrebbero pubblicato un singolo del genere? Il 9 ottobre John compie 29 anni, tre giorni dopo Yoko abortisce spontaneamente; il 25, mentre il nuovo singolo ’Come Together/Something’ arriva al #1, John riconsegna la sua onorificenza MBE protestando contro Vietnam e Biafra (e, col suo classico humour, «l’uscita di classifica di Cold Turkey»).

A dicembre Paul comincia a lavorare sul suo primo album solista, e John pubblica la sua idea di 45 natalizio, ’Happy Xmas/War Is Over’, pubblicizzata in 11 città del mondo da giganteschi cartelloni affissi nelle piazze più famose, da Times Square  a Piccadilly Circus. ’War Is Over’ su fondo bianco, con scritto più piccolo, sotto ’if you want it’. Il seme dell’utopia lennoniana di ’Imagine’.

Il 1970 è solo l’epilogo di una unione che ormai – tranne forse Paul – nessuno reputa più necessaria, viste le circostanze. Per John è l’AP 1, l’anno uno dopo la pace (il suo 45, ovviamente). A gennaio incide e mixa in un giorno (il tecnico «Ma John, è solo un rough mix, devo ancora…», e John al tecnico «buona così») ’Istant Karma!’, una canzone vagamente riferita all’idea di karma, con un suono totalmente nuovo, batteria in primissimo piano, cori e voce metallica. Semplice, veloce, senza tecnologie raffinate. Stile vocale diverso, per esempio sul finale, influenzato dal free form di Yoko. La produzione è affidata Phil Spector, ed è una versione attualizzata della sua wall of sound: «Come la vuoi, John?», «come fosse anni ’50, ma adesso». Istant hit (sarà il karma…). Diventerà il prototipo del suono dell’album ancora da creare.

Ma la chiusura della ditta ad aprile non è traumatica solo per Paul, anche John prende una bella botta, e decide di cominciare una terapia molto particolare con il dottor Arthur Janov, uno psicoterapeuta californiano che attraverso l’emissione senza inibizioni dell’urlo primordiale, il Primal Scream, vuole far regredire l’uomo alla sua dimensione infantile, o anche fetale attraverso tecniche di rebirth (ovvero il rivivere la propria nascita, annullando i traumi del parto), rimuovendo memorie e sensazioni represse. Janov li raggiunge a Londra e ricorda di aver trovato una persona piena di paure, in sofferenza.

Si trasferiscono poi in California, e nei quattro mesi di corsi, John comincia a mettere giù dei demo, che sono profondamente influenzati dal suo processo di liberazione.

Il primo è ’God’. «Parliamo di Dio», dice un giorno a Janov, che risponde da terapeuta: «Per la maggior parte del tempo viviamo nel dolore. Più grande il dolore, di più Dio hai bisogno». Al che John: «Quindi le persone che soffrono molto tendono a credere in Dio con maggior vigore?». Janov è ammirato della capacità di rendere semplice un concetto filosofico profondo: 

“Dio è un concetto attraverso il quale
Misuriamo il nostro dolore”. 

È la strofa-prologo di una canzone nella quale Lennon sfoglia via, come da un margherita, un mito dopo l’altro:

“Non credo nella magia

Non credo negli I-Ching

Non credo nella Bibbia

Non credo nei tarocchi

Non credo in Hitler

Non credo in Gesù

Non credo in Kennedy

Non credo in Budda

Non credo nei mantra

Non credo nelle (Baghavad) Gita

Non credo nello yoga

Non credo nei Re

Non credo in Elvis

Non credo in Zimmerman…”

Scandita dal basso di Voorman e dalla batteria di Ringo, tutta sui tom, resa musicale dai fraseggi al piano gospel di Billy Preston (che in Dio ci crede davvero), quel crescendo di icone del passato e del presente sale, si fa sempre più intenso, fino al ripudio finale…

“Non credo nei Beatles…”

La tensione improvvisamente si libera, il tono di voce si addolcisce…

“…Credo solo in me

Yoko e me

E questa è la realtà”.

E poi, quasi in un aftermath, dopo aver conquistato – con fatica – la libertà, si scioglie, si rasserena e, se ce n’era bisogno, mette il sigillo sul ’primo’ John…

“Il sogno è finito

Cosa posso dire?

Il sogno è finito

Yesterday ero il tessitore di sogni

Ma ora sono rinato

Ero il walrus

Ma ora sono John

E così, cari amici

Fatevene una ragione

The dream is over”.

Liberato dalla responsabilità di essere un Beatle, disinibito emotivamente e in grado di veicolare uno spettro di emozioni in maniera intensa, Lennon usa le canzoni per mettersi a nudo, ridefinirsi, e lo fa creando un puzzle, tassello dopo tassello, riempiti da ricordi, emozioni, ammissioni, perdoni chiesti e concessi fra se e sé. ’Isolation’ inizia come un blues…

“La gente dice che ce l’abbiamo fatta

Non sanno quanto abbiamo paura?

Isolamento.

Solo un ragazzo e una ragazzina

Che cercano di cambiare il mondo. 

Isolamento

Non mi aspetto che tu capisca

Dopo aver causato così tanto dolore

Ma di nuovo, non è colpa tua

Sei un umano, una vittima della follia”.

Si rimbalza avanti e indietro nel tempo, come se sul vinile emergessero lampi di memoria random. ’Remember’ riporta a quando, da piccolo, nei film l’eroe la sfangava sempre.

C’è la durezza pre-punk di ’Well Well Well’ e ’I Found Out’, e due serenate acustiche, ’Love’ e ’Look At Me’, scritta ai tempi del doppio bianco, una sorta di oasi beatlesiana, e si nota.

’Hold On’ sembra predatare l’album di dieci anni dopo, “Double Fantasy”, con la sua melodia morbida e sognante. 

’Working Class Hero’ è una grandiosa ballata dylaniana in cui descrive con tutto the edge possibile il processo di alienazione che la società impone alla classe operaia, l’ambizione di salire di classe sociale, la brutalità dei condizionamenti che vengono imposti:

“Appena sei nato ti fanno sentire piccolo

Non dandoti tempo, invece di dartelo tutto

Finché il dolore è così grande che non senti più nulla…

Ti feriscono a casa e ti picchiano a scuola

Ti odiano se sei intelligente e disprezzano uno sciocco

Finché non impazzisci al punto che non puoi più seguire le regole…

Quando ti hanno spaventato e torturato per una ventina d’anni

Si aspettano che tu scelga una carriera

Quando ormai non puoi funzionare, così pieno di paura…

Ti tengono stordito con la religione e il sesso e la tv

E tu pensi di essere così intelligente e senza classi e libero

Ma siete ancora dei pezzenti del cazzo per quello che vedo…

C’è spazio in cima, ti dicono

Ma prima devi imparare a sorridere mentre uccidi

Se volete essere come quelli sulla collina…

…Un eroe della classe lavoratrice è qualcosa che vale la pena essere

Se vuoi essere un eroe allora segui me”

Lennon viene dalla classe lavoratrice, sa anche che è difficile ritenerlo ancora tale, questo suona come un onesto tentativo di esprimere solidarietà alla gente delle sue origini, e forse anche il rammarico per qualcosa che non ha più, per la purezza a cui non può più aspirare. Ma lo spirito è giusto, l’analisi intuitiva ma dura, le parole taglienti, e quel fucking dovrà essere astericato sui testi nel disco. Pragmatico, John darà l’ok, a patto che venga scritto ’omesso per l’insistenza della EMI’. È politico? A modo suo. È esagerato porsi come eroe? È Lennon.

Ma il brano che meglio esprime la disperata necessità di vedersela coi demoni dell’infanzia, con il condizionamento che lo ha reso infelice, o almeno irrealizzato finora, è quella disperata invocazione alla madre, e al padre, ’Mother’. 

Apre il disco, con quattro rintocchi di campane da morto (tanto per creare subito l’atmosfera), e ci vuole un immenso coraggio ad aprire un album con un brano così, reiterato addirittura nel farla uscire (senza le campane) come singolo. John dirà «è quella che mi rimaneva più in testa», e in un certo senso ha ragione. Una volta che la senti, lo la scordi più:

“Mamma, tu hai avuto me

Ma io non ho mai avuto te

Io ti volevo

Ma tu non volevi me

Per cui ti devo dire

Addio, addio”

È un tuffo al cuore, la voce di John così abrasiva, addolorata, gli accordi gospel sotto che scandiscono l’addio.

“Padre tu mi hai lasciato

Ma io non ti ho mai lasciato

Io avevo bisogno di te

Tu non avevi bisogno di me

Per cui ti devo dire solo

Addio, addio…”

Quando arriva alla fine, si vedono gli effetti della terapia del Primal Scream, perché sono delle urla che vengono da un sé profondo quelle che gridano disperatamente, liberatoriamente

“Mama don’t go

Daddy come home

Mamma non andare

Papà torna a casa…”

E lo fanno una, due, tre volte, e continuano fino a quando l’urlo diventa impossibile, inumano.

Non c’è niente che sia disperato quanto il ricordo di una madre e un padre perduti, John ha ormai 30 anni ma quella ferita è ancora lì, a condizionarlo. È il suo demone, l’ha combattuto o lenito facendo il duro, suonando, avendo successo, ma è ancora lì.

Serve ritornare indietro, fino a quegli anni, papà marinaio mai tornato dalla guerra in famiglia, mamma Julia troppo libera e senza la responsabilità di dedicarsi solo a lui, affidato a zia Mimi, cresciuto da entrambe, fino alla morte di Julia quando è ancora teenager. È il piccolo Lennon che urla dentro la voce, straziata e straziante, del John grande. Non si è mai sentito qualcosa di simile in un disco rock, non almeno con questa intenzione, dichiaratamente terapeutica.

E, per aggiungere un ultimo tocco, mai si è sentito chiudere un album da una cantilena infantile finale alquanto agghiacciante:

“La mia mamma è morta

Non riesco a levarmelo dalla testa

Anche se son passati così tanti anni

La mia mamma è morta

Non so spiegarlo

Così tanto dolore

Non ho mai potuto mostrarlo

My mummy’s dead”.

Non un album come tutti gli altri, è evidente.

L’album esce a fine 1970, compagno gemello di quello che ha parallelamente inciso Yoko, “Yoko Ono/Plastic Ono Band”, ancora più estremo naturalmente, stessa copertina sotto il grande albero di Tittenhurst, in una lui sdraiato in grembo a lei, nell’altra il contrario.

Klaus Voorman e il vecchio compagno di quartetto Ringo ne sono felici, hanno suonato in grande armonia, improvvisando, adattandosi ai brani, cercando di dare a queste canzoni così inusuali il feeling più vero possibile. Il suono, così primitivo (da non intendere come non competente) rimane un esempio fantastico di essenzialità, di poetica sobrietà.

Sarà amato e odiato, fin dalle prime critiche (come al solito adesso è un capolavoro), ma 50 anni dopo non ha perso nulla della sua immediatezza, così nuda e vulnerabile. Unico e irripetibile.

53 (continua)Qui le altre puntate.

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