Cambiare versiLe poesie sulla quarantena sono più noiose della quarantena stessa

Le composizioni di autori americani raccolte da Alice Quinn in “Together in a Sudden Strangeness” si concentrano sugli oggetti di casa, perlustrano il vicinato dalla finestra e arrivano a rivelazioni e intuizioni sconvolgenti per la loro banalità. Il tema (lockdown) non era facile, ma lo svolgimento non è stato all’altezza

da Pixabay

Dopo i saggi, dopo i romanzi, dopo (perfino) i film, non poteva mancare la raccolta di poesie sulla pandemia. Versi scritti durante la pandemia, che raccontano (indovinate un po’) la pandemia. Che altro non è che un modo diverso per dire lockdown, ossia l’obbligo di stare a casa e guardare il mondo fuori, concentrandosi, stavolta con una buona scusa, sul proprio ombelico.

È il senso di “Together in a Sudden Strangeness: America’s Poets Respond to the Pandemic”, libro che, sotto la guida di Alice Quinn, raccoglie poco più di un centinaio di opere, una per ogni autore, che cerca di dare un quadro di cosa abbia significato la quarantena per la poesia. Bastavano due parole: la noia.

La maggior parte si concentra su descrizioni casalinghe. Si dilunga sulle voci ai piani di sotto e ai piani di sopra. Si parla di piante, di giardini, di silenzio (ma va). Brooks Haxton guarda la primavera che arriva. Le strade, ci fa sapere George Green in “Covid-19 Lockdown, Easter Weekend” «sono vuote», le ha guardate a lungo «insieme ai film sulla Bibbia nel weekend». Rick Barot, i cui versi compaiono quasi all’inizio, non ha fatto di meglio: «Durante la pandemia ho guardato il cielo». Poi, aggiunge, «ho notato le matite». Non solo: «ho guardato il telefono». A differenza di noi umani, però, «ho camminato intorno alla doppia vita della punteggiatura».

Erin Belieu guarda al futuro, intitola la sua poesia “Apres moi” e conclude così: «lascio in eredità un mondo in cui le credenze sono chiuse e non c’è niente che le faccia cigolare». La fine della vita sulla Terra, insomma, passa anche per queste buone cose di pessimo gusto.

Ognuno ci mette del suo: George Bilger le conversazioni sulla cena con la moglie, Jill Bialosky le medicine che prendeva dopo le sbronze con le amiche, Richie Hofman ha passato metà giornata «nella vasca da bagno» Jane Hirshfiel ci comunica che «Oggi, quando non potevo fare nulla / ho salvato una formica». Complimenti.

L’impressione è che, a conti fatti, l’immobilità del corpo abbia portato a una lentezza anche nel pensiero. L’obbligo dei versi a tema (su un tema del genere, poi) genera risultati tiepidi, soluzioni semplici.

Ci sono alcune eccezioni: Danielle Chapman fa a pezzi la nostalgia per le buone maniere: «Non devo essere più gentile con nessuno / a parte le persone in questa casa» e intona un anti-inno di libertà: la quarantena, per chi è solitario e asociale, è stata una manna. Catherine Cohen si diverte (e diverte) con versicoli inverosimili, dicendo che «c’è una pandemia e credo che le mie braccia siano grasse», o Jay Parini che, tra i pochi, si muove: «Cammino in una piccola città, solo in una strana luce blu». Infine, merita di essere salvata anche April Bernard, in “Haunt”, parla del fantasma della madre, che la viene a trovare a distanza di sei mesi, e approfitta del lockdown per essere ancora più fastidiosa.

A conti fatti, la raccolta dimostra che non sempre le piccole (o piccolissime) cose sono in grado di sprigionare grandi ispirazioni, che le vite bloccate dalla quarantena, a quanto pare, non sono un buon soggetto per riflessioni sull’anima e che nemmeno il confronto impacciato con Zoom e gli altri mezzi tecnologici riesce a suggerire impressioni profonde.

Il lockdown, insomma, ha appiattito le esperienze e creato il dominio della banalità. Che ci ha regalato, a monito eterno, versi come questi di Grace Schulman, “Gone”: «Dalla mia finestra vedo il mondo senza noi dentro, un parco vuoto, un acero argentato che non dà riparo a nessun lettore»