The Hill We ClimbChi è Amanda Gorman, la poetessa che ha salutato in versi l’insediamento di Joe Biden

Nel 2017 è stata la prima della storia degli Stati Uniti a ricevere il titolo di National Youth Poet Laureate. Nera, con difetti di pronuncia con cui combatte da sempre (come il presidente), è stata una bambina prodigio cresciuta in una Los Angeles multiculturale. Ma è già una figura autorevole della letteratura contemporanea

AP Photo/Patrick Semansky, Pool

«L’America è complicata», ma è un Paese ancora giovane e ha un grande avvenire davanti. È il senso della poesia composta e recitata da Amanda Gorman in occasione dell’insediamento del nuovo presidente americano Joe Biden. Dice questo, e molto altro.

È un inno agli Stati Uniti, un ritratto della loro grandezza, che non evita di considerare gli aspetti più violenti, i disordini, le durezze e le divisioni. Ma che indica anche una strada per la guarigione e la cura delle ferite. “C’è sempre luce / se abbiamo il coraggio di vederla. C’è sempre luce / se abbiamo il coraggio di esserlo”.

“The Hill We Climb”, il testo della poetessa 22enne, nera, la più giovane di sempre a prendere parte a una cerimonia di insediamento di un presidente (prima di lei era toccato ad altri poeti, ma di età più elevata come Robert Frost e Maya Angelou) è stata scritta, in parte, anche di fronte alle immagini dell’assalto del Campidoglio, un evento che «nella sua gravità non poteva essere ignorato».

Raccoglie la sfida di un incarico con eleganza e profondità. La sua stessa presenza è un richiamo alla tradizione democratica: anche Barack Obama aveva chiesto al poeta Richard Blanco di scrivere un testo per il suo insediamento nel 2013. Ed è un’indicazione dell’importanza che avranno le lettere, e lo studio in generale, nella futura amministrazione.

Amanda Gorman si è dimostrata all’altezza e visti i traguardi che, con la sua giovane età, ha già raggiunto, i dubbi erano pochi.

È stata la prima della storia degli Stati Uniti a ricevere il titolo di National Youth Poet Laureate, nel 2017. Tre anni prima era stata nominata Youth Poet Laureate di Los Angeles, la città in cui è nata e cresciuta. Ha inaugurato la stagione letteraria della Biblioteca del Congresso, ha dichiarato di volersi candidare alla presidenza degli Stati Uniti nel 2036. Intanto le sue poesie sono state messe in mostra dalla Morgan Library and Museum.

Come spiega nel suo TedEx del 2018 (ha fatto anche quello), il suo mantra è un richiamo alle origini: «Sono la figlia degli scrittori neri, discendenti dei combattenti per la libertà, che hanno spezzato le catene e cambiato il mondo. Mi chiamano».

Cresciuta da una madre single (l’insegnante Joan Wicks) ha cominciato a scrivere poesie fin da quando era giovanissima. La sua famiglia guardava «poca televisione» ma aveva molti libri. Viveva, come spiega in un’intervista al New York Times del 2018, «in questa e strana intersezione di Los Angeles, dove sembrava che il quartiere nero incontrava l’eleganza nera, e incontrava la gentrificazione bianca, e incontrava la cultura latina e le paludi».

Passare attraverso questi mondi, sia per raggiungere la sua scuola a Malibu o per tornare «a casa, nel piccolo appartamento della mia famiglia», le ha dato la possibilità di «ammirare le culture diverse ma, al tempo stesso, mi faceva sempre sentire forestiera. Mia madre mi descriverebbe come una bambina precoce, ma se guardo a me stessa quando ero alle elementari mi definirei più che altro “strana”. Ho passato gran parte di quegli anni convinta di essere un alieno. Davvero».

Fin da bambina, Amanda Gorman ha dovuto affrontare alcuni difetti di pronuncia (la sua bestia nera è la “r”, cosa che l’ha costretta di continuo a correggere le sue frasi e i suoi versi) e problemi all’udito. «Vorrei tanto dire “le ragazze possono cambiare il mondo” (“young girls can change the world”) ma ci sono tante lettere che mi danno problemi, per cui scelgo di dire “le giovani donne possono rifare il pianeta” (“young women can shape the globe”)».

Ma questo non l’ha demoralizzata. Anzi, «mi ha dato sicurezza per parlare in pubblico: quando sei costretto a guardare di continuo al modo in cui parli, quando devi badare sempre alla tua pronuncia, allora acquisti consapevolezza sia di come funzionino i suoni sia degli effetti che hanno sul pubblico».

L’amore per la poesia arriva presto. In terza elementare scopre la bellezza delle parole da un testo di Ray Bradbury, «non ricordo nemmeno che frase fosse». A 13 anni si mette a leggere Toni Morrison, “L’occhio più azzurro” ed è una rivelazione, sia per lo stile che per il contenuto, cioè storie con protagonisti neri. È quasi una fulminazione, e un invito a trovare la sua voce nella letteratura.

Il suo talento si mostra subito, riceve premi e apprezzamenti. Prosegue negli anni dell’università (sociologia a Harvard) e nell’impegno politico-letterario, con la sua organizzazione “One Pen One Page”, fondata nel 2016.

Tra i suoi ammiratori figura Hillary Clinton (che ha incontrato ai Vital Voices Global Leadership Awards nel 2017) e soprattutto Jill Biden: lei ha deciso di invitarla a recitare una sua poesia alla cerimonia di insediamento del marito.

«È stato davvero complicato iniziare a scrivere questa poesia». Si è preparata documentandosi, ha letto i poeti delle cerimonie del passato, riguardato i grandi discorsi della storia, che parlavano di una America unita e di una America divisa. Abraham Lincoln, Frederick Douglass, perfino Winston Churchill. E poi ha assistito all’assalto a Capitol Hill. Ha dovuto rivedere i suoi piani, ripensare il testo e riscrivere alcuni versi per ricalibrare la sua definizione di America.

Era necessario. La nuova America, pur con la gioventù, le buone idee e la volontà di ferro di Amanda Gorman non può dimenticare, come se niente fosse accaduto, la divisione fomentata negli ultimi anni. Ci sarà molto da fare, per Biden. Ma anche molto da scrivere per lei.

Questo il testo di “The Hill We Climb”:

When day comes we ask ourselves,
where can we find light in this never-ending shade?
The loss we carry,
a sea we must wade
We’ve braved the belly of the beast
We’ve learned that quiet isn’t always peace
And the norms and notions
of what just is
Isn’t always just-ice
And yet the dawn is ours
before we knew it
Somehow we do it
Somehow we’ve weathered and witnessed
a nation that isn’t broken
but simply unfinished
We the successors of a country and a time
Where a skinny Black girl
descended from slaves and raised by a single mother
can dream of becoming president
only to find herself reciting for one
And yes we are far from polished
far from pristine
but that doesn’t mean we are
striving to form a union that is perfect
We are striving to forge a union with purpose
To compose a country committed to all cultures, colors, characters and
conditions of man
And so we lift our gazes not to what stands between us
but what stands before us
We close the divide because we know, to put our future first,
we must first put our differences aside
We lay down our arms
so we can reach out our arms
to one another
We seek harm to none and harmony for all
Let the globe, if nothing else, say this is true:
That even as we grieved, we grew
That even as we hurt, we hoped
That even as we tired, we tried
That we’ll forever be tied together, victorious
Not because we will never again know defeat
but because we will never again sow division
Scripture tells us to envision
that everyone shall sit under their own vine and fig tree
And no one shall make them afraid
If we’re to live up to our own time
Then victory won’t lie in the blade
But in all the bridges we’ve made
That is the promise to glade
The hill we climb
If only we dare
It’s because being American is more than a pride we inherit,
it’s the past we step into
and how we repair it
We’ve seen a force that would shatter our nation
rather than share it
Would destroy our country if it meant delaying democracy
And this effort very nearly succeeded
But while democracy can be periodically delayed
it can never be permanently defeated
In this truth
in this faith we trust
For while we have our eyes on the future
history has its eyes on us
This is the era of just redemption
We feared at its inception
We did not feel prepared to be the heirs
of such a terrifying hour
but within it we found the power
to author a new chapter
To offer hope and laughter to ourselves
So while we once we asked,
how could we possibly prevail over catastrophe?
Now we assert
How could catastrophe possibly prevail over us?
We will not march back to what was
but move to what shall be
A country that is bruised but whole,
benevolent but bold,
fierce and free
We will not be turned around
or interrupted by intimidation
because we know our inaction and inertia
will be the inheritance of the next generation
Our blunders become their burdens
But one thing is certain:
If we merge mercy with might,
and might with right,
then love becomes our legacy
and change our children’s birthright
So let us leave behind a country
better than the one we were left with
Every breath from my bronze-pounded chest,
we will raise this wounded world into a wondrous one
We will rise from the gold-limbed hills of the west,
we will rise from the windswept northeast
where our forefathers first realized revolution
We will rise from the lake-rimmed cities of the midwestern states,
we will rise from the sunbaked south
We will rebuild, reconcile and recover
and every known nook of our nation and
every corner called our country,
our people diverse and beautiful will emerge,
battered and beautiful
When day comes we step out of the shade,
aflame and unafraid
The new dawn blooms as we free it
For there is always light,
if only we’re brave enough to see it
If only we’re brave enough to be it

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