Amazing GraceL’album del 1972 con cui Aretha Franklin ha cantato il Nuovo Testamento del gospel

Un’ora e mezzo di musica e canto che può farti emozionare, commuovere, sobbalzare, gridare, ballare, piangere, gioire e in ultimo trascendere. La più grande black singer di tutti i tempi ha fatto un gesto di umiltà, devozione e ricongiungimento con le sue radici, musicali e spirituali. Read&Listen

“Amazing Grace” è un album (e un film) di una bellezza e una intensità trascendenti. Ha un valore artistico, spirituale e storico che Aretha riesce a intrecciare fra di loro in una performance che – a detta di tutti, dalla critica ai suoi pari – è il suo album migliore. Quello definitivo. Un’ora e mezzo di musica e canto che può farti emozionare, commuovere, sobbalzare, gridare, ballare, piangere, gioire e in ultimo trascendere, perché questo è il potere del gospel.

È il momento in cui la Queen of  Soul, o più semplicemente la migliore black singer in circolazione (e vale ancora oggi), fa un gesto di umiltà, devozione e ricongiungimento con le sue radici, musicali e spirituali. Un magnifico, irresistibile, ritorno a casa.  E se tornare alle radici è sempre un momento importante per un artista, tanto più lo è se le tue radici sono la Chiesa e il gospel che hai imparato a suonare e cantare da bambina, e che ha influenzato tutta la tua carriera.

Come disse una volta il grande Charlie Mingus, la grande musica deve avere la capacità di entrarti nell’anima. Git into your soul. Nulla di più facile, se la musica in questione è già musica dell’anima, nel senso più letterale del termine. 

Il gospel (da good news, la ’Buona Novella’, in inglese è anche il nome dei Vangeli) è la musica religiosa degli Stati Uniti. Nasce parallelamente al blues e al jazz  – le tre grandi radici che tengono su l’intero albero della black music – ma a differenza delle altre nasce e vive all’interno di un perimetro preciso, quello della Congregazione dei fedeli delle Chiese Battiste e Pentescostali la domenica mattina, rurali al Sud e urbane al Nord, comunioni di anime che esprimono il ringraziamento e l’invocazione alla forza salvifica del Signore, The Lord, o di suo figlio Gesù, Jesus. È musica che unisce, che conforta, che connette.

È musica della comunità, e le cerimonie – quella che noi chiamiamo Messa – sono il prodotto della cultura afroamericana, molto diversa dalla nostra: confessioni e pentimenti, preghiere, letture di passi della Bibbia, sì, ma in un contesto totalmente immersivo di musica, ritmo, cori, invocazioni al Signore. The minister preaches, predica e carezza, tuona e infiamma, la compostezza non è necessaria. Si battono le mani o si alzano al cielo saltando, ci si scuote e si balla, c’è un continuo gioco di chiamata-e-risposta fra il preacher e i fedeli, di frasi-chiave, can I get a witness?.  Ci si lascia andare in balia di un’onda di compassione ed empatia che tutto lava, tutto redime. Un’esperienza interiore ma anche fisica. Chi hai mai partecipato a quella seduta di psico-spiritualità che è una cerimonia gospel, sa.

Tutti i grandi di quella generazione di black music fra gli anni 50 e i 70 vengono da lì. Inutile nominarli, ci sono tutti. Sono loro che lasciando la musica spirituale per quella secolare, aggiungendo un po’ di ritmicità, e temi che sono quelli del mondo, creano il soul o il r’n’b.

Il salto Aretha lo ha fatto a diciott’anni, quando convinta dal suo idolo Sam Cooke ha lasciato la New Bethel Baptist Church a Detroit retta dal padre, il Reverendo C.L. Franklin, e ha firmato per la CBS. Fino ad allora, è stata immersa nell’ambiente che ruota intorno al padre, uomo con la voce d’oro, i cui sermoni sono richiesti come dei veri show in molti Stati. La famiglia se l’è portata dietro, da Memphis a Buffalo a Detroit, e i figli son rimasti con lui quando mamma – stanca delle relazioni extraconiugali del marito – se n’è andata. Aretha, le due sorelle Erma e Carolyn e il fratello Cecil crescono fra Chiesa e casa, luogo di incontro e scambio fra le grandi personalità del gospel: Mahalia Jackson e Clara Ward, le due superstar del gospel (Clara avrà anche una relazione 25ennale con papà) fanno da chiocce ad Aretha, altre figure presenti sono Sam Cooke, i Caravans, Jackie Wilson, il Rev. Jesse Jackson.

Aretha debutta dal vivo a sei anni, è in tour con papà (e col Rev. Martin Luther King) a 12, incide un primo disco gospel a 14 (live, ovviamente, “Songs of Faith”), e tutti sanno che il suo potenziale è di livello stratosferico. Dinah Washington, una delle Regine del jazz, parlando con Quincy Jones gli dice «Aretha è la prossima». Più o meno come Landau su Springsteen.

È John Hammond Sr., sempre lui, Direttore Artistico della potente CBS (preferita alla RCA di Sam Cooke  e alla nascente Tamla di Berry Gordy) a farle firmare un primo contratto, ma in sei anni non trovano mai la formula giusta: canta gospel, jazz, blues, pop, musical. Bei dischi, grandi interpretazioni, ma non sfonda. Quando passa alla Atlantic di Jerry Wexler e Ahmet Ertegun, la prima intuizione – il nascente soul, versione di strada del gospel- è quella giusta e nel giro di cinque anni e dieci (10!) Lp Aretha diventa una diva. 

Wexler, o forse lei stessa, le versioni divergono, pensa che fare un album di gospel, un ritorno alla matrice originale, potrebbe essere una idea. Ha un po’ paura di perdere la sua base di fan, ma Wexler le dice che, al contrario, potrebbe allargarla. Durante la cerimonia, il Rev. Franklin viene chiamato a prender la parola sotto gli occhi della figlia, e dice: «ieri ho parlato con una fedele che mi ha detto che l’aveva vista in tv. Mi ha detto che era ok, ma le sarebbe piaciuto che tornasse alla Chiesa. La verità è che lei non ha mai lasciato la Chiesa».

Difficile contraddirlo. Per Aretha è più di un ritorno alle origini, è un momento di ristoro, come abbeverarsi di nuovo alla fonte. Nella ottima biografia di David Ritz ’Respect: the Life of A.F.’, Cecil mette in contesto il momento delicato della sorella: in perenne lotta col marito e manager Ted White, alcool fuori controllo, attacchi dalla stampa, divorzio, e ciononostante gli hit seriali, tour e pressioni sempre al massimo: «la sua anima aveva bisogno dello Spirito. Il suo cuore lo stava invocando. In più, vedo questo disco come un momento sacro nella vita della black nation: avevano ucciso Malcolm X e Martin Luther King, i Kennedy. Eravamo in una guerra immorale, c’era Nixon, rabbia, corruzione, confusione. Avevamo bisogno di essere rassicurati e ribadire la nostra devozione. Aretha ci ha aiutato a ricondurci a Dio, l’unica forza del bene che rimane stabile in questo mondo senza amore. Lo chiamerei storico. All’inizio del 1972, come cantavano i Beatles, era tempo che tornasse dove appartiene». To get back to where she once belonged.

L’appuntamento è per il 13 e 14 gennaio 1972 al New Temple Missionary Baptist Church, nel quartiere di Watts, Los Angeles. Il co-protagonista è il Rev. James Cleveland, soprannominato The King of Gospel: era il responsabile della musica nella Chiesa del Rev. Franklin a Detroit, quindi i rapporti sono di lunga data, il miglior partner possibile per Aretha, con cui studiare gli arrangiamenti di Arif Mardin (super produttore e arrangiatore di fiducia di Wexler, con tendenze verso il r’n’b) e provare con il coro.

Nel frattempo, Cleveland si è trasferito a L.A., dove con il suo Southern California Community Choir ha iniziato una stringa di cerimonie (e Lp) considerate le migliori su piazza. Ha un direttore del coro straordinario in Alex Hamilton, che nel film ruba gli occhi con la sua mimica ispirata. Per il piccolo gruppo d’accompagnamento («La rythm section del diavolo portata in Chiesa», commenta Wexler) si son scelti gli abituali, eccellenti, session men dei suoi dischi: Bernard Purdie alla batteria e Chuck Rainey al basso, Cornell Dupree alla chitarra, Pancho Morales alle conga, e all’Hammond Ken Lupper, del gruppo di Cleveland. Wexler, odorando il profumo di Storia, incarica il regista Sidney Pollack (fresco di ’Non Si Uccidono Così Anche I Cavalli?’) di registrare l’evento: solo che Pollack viene dal cinema, e riempie la sala (che sembra un cinema parrocchiale, non una chiesa come la intendiamo noi) di una quantità di fari che sembra di stare allo stadio.

Di atmosfera non se ne parla: evidentemente a digiuno di illuminazione teatrale, forse pensa che per riprendere facce nere ci voglia una illuminazione sovraesposta. Ma il suo vero errore è quello di non portarsi dietro i ciak, e in montaggio le camere multiple si riveleranno impossibili da mettere a sync audio-video. Per questo motivo le pellicole giaceranno per 46 anni su uno scaffale finchè -nell’era delle tecnologie digitali- il tenace e certosino produttore Alan Elliott potrà finalmente mostrare questa meraviglia al mondo con lo stesso titolo dell’Lp, ’Amazing Grace’ (per questo motivo e per questioni economiche Aretha non firmerà mai una liberatoria, e si dovrà aspettare la sua morte per pubblicarlo: eppure il suo momento migliore, strana la vita). 

Il cd singolo del 1972 è stato ripubblicato nel 1999 con la sequenza originale, un disco per ognuna delle due serate. Il film è più breve, ma senza vederlo non si entra fino in fondo nel mood, nell’interazione di sguardi e gesti, non si colgono le perle di sudore sul volto di Aretha e la commozione del Rev. Cleveland, non si vedono i fedeli che si eccitano e saltano in piedi, o ballano come se fossero in trance. Non si vedono Charlie Watts e Mick Jagger che, in mezzo alla folla mezza seduta mezza in piedi, segue il ritmo battendo le mani e sculettando per abitudine come fosse a un suo concerto, non si vedono il Rev. Franklin che si alza ad asciugare il sudore della sua bambina al pianoforte, non si vede l’ingresso trionfale la seconda sera di Clara Ward, che gli si siede al fianco in prima fila. Posto d’onore per una leggenda vivente.

Non si vedono i trenta coristi, tutti col gilet argento su camicie e pantaloni neri, seduti ordinatamente sul fondo, ma che ogni tanto non resistono e si alzano eccitati: quando su ’Old Landmark’ Aretha si gira e canta verso di loro, su tonalità inarrivabili per gli umani, spalancano occhi e bocca, la incitano, «Go Aretha!», sanno di essere di fronte a qualcosa di unico. 

E non si può vedere lo sguardo, sereno e determinato, dolce e umile, di Aretha. Emana un’aura di grandezza nella semplicità. Ha la sicurezza dei nervi distesi, tranquilla e concentrata mentre intorno succede di tutto. Se sulla copertina è ritratta in un abito africano, qui entra in scena con due lunghi caftani, bianco imperlato la prima sera, verde menta la seconda, la sua pettinatura afro che incornicia il volto di una 29enne che ritorna la bambina prodigio, gli occhi che mentre canta fissano lontano, verso l’infinito e oltre. 

Oppure li tiene chiusi, come sul brano d’apertura, in cui viene accolta dal coro e improvvisamente comincia a volare alta, altissima. Il brano è ’Wholy Holy’, è su “What’s Going On”, l’album con cui l’anno prima Marvin Gaye ha cambiato la traiettoria della musica nera, pretendendo libertà creativa dalla Tamla e parlando di realtà contemporanea. Marvin, cresciuto come Aretha ascoltando le prediche e il canto del padre (che un giorno lo ucciderà, che storia incredibile) ne è commosso ”non solo per aver scritto qualcosa meritevole della sua voce, ma dalla bellezza della sua interpretazione. L’ha resa immortale. Nessuno ama ’Respect’ o ’Natural Woman’ più di me, ucciderei per il privilegio di vederla incidere un album di mie canzoni, come Curtis Mayfield in ’SparklÈ. Ma nonostante la bellezza di tutto quel materiale, nulla ha il livello di “Amazing Grace”, il suo album capolavoro”.

Ma l’inclusione di un brano dell’ennesimo fuoriuscito dalla Chiesa, così come la scelta di includere anche il superhit ’You’ve Got A Friend’, magicamente fusa con ’Precious Lord, Take My Hand’, oltre a ’My Sweet Lord’ di George Harrison e ’You’ll Never Walk Alone” dal musical Carousel (già allora l’inno della curva del Liverpool, e nell’era del Covid inno di supporto per il personale ospedaliero inglese) viene criticata duramente dagli ortodossi. Non parliamo della presenza di Mick (sempre al posto giusto nel momento topico), quello simpatico col diavolo.

«Io sono un liberal, musicalmente», commenterà il Rev. Cleveland, «è tutta musica del Signore, ed è tutta buona. Marvin alla fine è un Ministro, e gli dò il benvenuto nella mia Chiesa. Carole King ha scritto ’Natural Woman’ per Aretha, ed ha un’anima profonda. L’idea era quella di usare ’You’ve Got A Friend’ per dire che l’amico è Gesù. Mi ricordo di aver visto ’Carousel’ e di aver pianto a ’You’ll Never Walk Alone’, sarà Broadway ma mica è incompatibile con il gospel. Broadway can preach, può predicare, e così anche i Beatles. Certo, la parte principale sono gospel tradizionali, quello con cui io e Aretha siamo cresciuti. Ma non importa cosa canti, importa a chi e per chi stai cantando. Noi cantiamo per il Signore».

Che Aretha sia molto lontano dalle sue serate laiche di soul sister è evidente: durante le prove, quando si lascia andare, riferiscono che è in piena modalità-Ministro. Bernard Purdie ricorda che «il coro e tutti erano molto colpiti, perché la signora stava predicando. Stava da qualche altra parte». Non lo fa altrettanto durante le riprese, anche se durante ’Give Yourself To Jesus’ scivola in un sermone dal Salmo 37:5: su un fondo soffuso di pianoforte predica di come esser condotti sul sentiero della rettitudine dopo aver camminato fra le ombre della morte.

A volte i brani sono brevi, esplosioni di eccitazione, perfetti per batter il ritmo coi piedi e lasciarsi portare, simili a un r’n’b infuocato, vedi ’Old Landmark’ o ’Climbing Higher Mountains’. Altri sono ballate che lentamente crescono fino a diventare maestose, come ’Give Yourself to Jesus’, o ’You’ve Got A Friend/Precious Lord’, che Cleveland introduce con un «Gesù ha detto chiama il mio nome, perché io ci sarò». Altri sono lunghi, dei viaggi interiori che passano attraverso gli opposti, intimo raccoglimento dello spirito ed esplosioni di entusiasmo: ’Amazing Grace’, forse il più famoso degli inni folk sacri, composto nel tardo 700 da John Newton, ex-schiavista poi ordinato come curato, dura oltre dieci minuti nei quali Aretha canta così alto e potente da portarsi dietro quasi fisicamente tutti i presenti, che la incitano, in quel botta e risposta continuo alla base della cerimonia. È come esserci dentro.

È il gospel più cantato, dalle chiese al SuperBowl, Aretha lo canterà nel 2008 alla cerimonia di insediamento di Barak Obama, in un momento simbolicamente storico.

’Precious memories’ è un gospel del 1925, interpretato da tutti, da Rosetta Tharpe e gli Edwin Hawkins Singers a Bob Dylan e Dolly Parton. Chiama al piano Cleveland, lei in piedi al podio, incorniciata dai microfoni, e la canta con una voce così pura e così alta da lasciarti frastornato, quasi intimorito:

“Ricordi preziosi, angeli invisibili

Mandati verso la mia anima

Come rimangono sempre vicini

Mentre il sacro passato si svela di fronte a me

Mi riempiono l’anima

Nel silenzio della notte

Mentre preziose scene sacre si svelano”.

’How I Got Over’ l’ha scritto nel 1951 Clara Ward dopo esser riuscita a sfuggire con la madre e la sorella a un tentativo di violenza nel segregato Sud da parte di un gruppo di bianchi, forse irritati da vedere un gruppo di donne nere in che viaggiavano in una Cadillac: riescono a salvarsi solo perché la madre Gertrude fa finta di essere posseduta dal demonio e comincia a lanciare anatemi su di loro. 

“Come ce l’ho fatta 

La mia anima guarda indietro e ancora se lo chiede

How I got over

Tutti questi anni…

Appena potrò vedere Gesù 

L’uomo che ha sanguinato e sofferto ed è morto per me

Voglio ringraziarlo per come mi ha insegnato

Per come mi ha protetto

Per come non mi abbia mai lasciato.”

È una delle grandi canzoni gospel, già interpretata da Clara stessa e Mahalia Jackson, Aretha ne fa una versione trascinante, batteria e congas che spingono, basso che riempie, coro che contrappunta. Thank you, Jesus, thank you Lord! Quando il coro maestoso si alza e lei si alza ancora di più è un decollo, il tetto della Chiesa vola via. È la cosa più vicina alla sua realtà soul, impossibile star fermi. 

Ci sono molti altri momenti di questa gloriosa crudezza, come è stata definita, ma sono i due dischi nel loro insieme che rappresentano una testimonianza sontuosa del senso di sanctifying insito nel gospel. È un momento in cui si allineano le stelle, ogni elemento giusto e al suo posto. Billy Preston, tastierista straordinario imbevuto nel gospel ne ha detto: “è un momento importante nella storia del gospel nero, illumina l’incrocio. Ci sono i gospel storici, quelli di Clara Ward e dei Caravans, ma anticipa anche il gospel moderno, includendo Marvin Gaye, una sezione ritmica funky e un coro tagliente come un rasoio. È più della più grande performance di Aretha. È un disco radicale”.   

Venderà due milioni di copie, il maggior successo della Franklin e in assoluto il disco di gospel più venduto della storia, ed è un libro di testo -che tutti possono intendere- aperto sul passaggio dal gospel al soul/r’n’b. 

Ma la parola finale la lasciamo a Jerry Wexler, discografico duro ma diplomatico, visionario ma paziente, che è stato al fianco di Aretha per dieci anni: «Sono un ateo hard core, non credo in Dio ma credo nell’arte. E nonostante possa suonare come una iperbole, il mio punto di vista è che “Amazing Grace” sta alla musica religiosa come la Cappella Sistina di Michelangelo sta all’arte religiosa. In termine di prospettiva e profondità, poco altro può paragonarsi alla sua grandezza».

Amen.

56 (continua). Qui le altre puntate.

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