Su misuraL’assurdo bando del Ministero dei Beni culturali per (non) assumere collaboratori

Il dicastero guidato da Dario Franceschini ha pubblicato a fine dicembre un avviso per ingaggiare un certo numero di professionisti a partita Iva. Ma i requisiti lasciano sconcertati: servono 15 anni di esperienza o una docenza universitaria, per un incarico da sei mesi a un anno

museo
AP Photo/Andrew Medichini

Sei un libero professionista e vuoi lavorare con il ministero dei Beni culturali? Ti servono 15 anni di esperienza nel tuo campo, di cui tre nella pubblica amministrazione. Se hai un dottorato, sei fortunato: gli anni di curriculum necessari sono solo 10, di cui due nel settore pubblico. Unica eccezione se sei un docente universitario, in quel caso l’esperienza è abbonata. In palio c’è – udite udite – un contratto fra 6 e 12 mesi a partita Iva presso una delle soprintendenze del ministero.

Sembra uno scherzo, ma è tutto vero: così spiega l’allegato 1 dell’ultimo bando disponibile sul sito del Mibact – in attivazione dal 25 gennaio e fino al 9 febbraio – per la selezione di un certo numero (non si sa quanti) di collaboratori a partita IVA. Sebbene il bando specifichi che la selezione è aperta per storici dell’arte, architetti, archeologi, assistenti tecnici di cantiere, ingegneri e tecnici contabili, non è chiaro né quante figure servano, né per quali sedi. Dalla descrizione si evince solo che «L’attività di collaborazione è svolta personalmente dal collaboratore, in modo flessibile e autonomo e senza vincolo di subordinazione».

«Ormai è da anni che andiamo avanti così», spiega a Linkiesta un funzionario che chiede riserbo assoluto sulla propria identità, pena il rischio di gravi sanzioni disciplinari. Fra i regolamenti centrali all’interno del ministero, infatti, il codice di comportamento impone il silenzio assoluto da parte dei dipendenti verso l’esterno, soprattutto nei confronti della stampa.

Eppure, di cose che non funzionano ce ne sono eccome, e da tempo. «Il Mibact oggi lavora con metà del suo organico, se non peggio. L’ultimo concorso è stato nel 2016, da allora in poi non si è fatto altro che tamponare le carenze di personale tramite Ales, la partecipata al 100% dal ministero, con le collaborazioni esterne e a livello dirigenziale con incarichi ad interim che spesso durano anni. Questo bando è stato evidentemente fatto solo per stabilizzare i collaboratori che già lavoravano con gli uffici», racconta ancora la fonte. Secondo Emergenza Cultura, movimento nato nel 2016 e punto di incontro di diverse realtà del settore, il problema del personale è sia quantitativo che qualitativo.

È la prova plastica di quanto la cultura sia considerata un ministero di importanza tutt’altro che centrale. Ma il danno è anche peggiore, perché nemmeno le poche risorse disponibili vengono ottimizzate. «Così facendo, si attirano e inseriscono soltanto lavoratori ormai avanti con gli anni, mentre invece un’offerta di questo tipo potrebbe essere utile a dei professionisti più giovani per farsi le ossa in vista di un concorso», spiega ancora il funzionario.

Inoltre, la proposta di un rapporto di lavoro così limitato nel tempo è di fatto incompatibile con molte delle mansioni ministeriali, dove «in sei mesi non si chiude nemmeno un cantiere di scavo o di restauro», spiega la fonte, e dove comunque occorre tempo per imparare a conoscere procedure e territori, pane quotidiano delle soprintendenze.

Tutti questi aspetti sono ben documentati in una lettera che alcuni funzionari, ormai esasperati, hanno deciso di scrivere ai giornali.

«Le Soprintendenze sono in cronico affanno, mancano di risorse umane, tanto di personale tecnico che amministrativo, e molte anche di dirigenti. I funzionari riescono a tamponare la normale amministrazione, ma non c’è tempo per i fondamentali compiti di tutela, quali la catalogazione, l’archiviazione, lo studio del territorio e le pubblicazioni. Non riusciamo a perseguire la qualità perché sommersi dalla urgenza di quantità, e questo è frustrante. La carenza di organico ha spesso ridotto il complesso lavoro dei funzionari, carico di responsabilità e fondamentale per la tutela, a quello di meri “passacarte”», si legge nella lettera.

In un simile contesto, il bando avrebbe potuto portare un po’ di sollievo e concreto aiuto ai lavoratori del ministero. E invece «Il rischio è che in uffici che già arrancano per portare a termine i procedimenti si inseriscano ulteriori discontinuità e frammentazione dell’azione di tutela. Inevitabilmente quindi tali collaboratori dovrebbero essere destinati a mansioni di supporto ai funzionari, ma ciò risulta difficilmente compatibile con il profilo di un professionista di lunga esperienza o di un professore universitario», dice ancora la lettera.

«Da funzionari di Soprintendenza dispiace vedere mancare l’obbiettivo di questo bando che, pur con molti dubbi, poteva alleviare la situazione dei nostri uffici, e dispiace vedere esclusi i giovani, molti dei quali nostri colleghi. Se ci fosse stata una prospettiva di lungo periodo si sarebbe favorita la partecipazione di giovani che avrebbero così maturato un’esperienza utile, un domani, ad affrontare (non ad aggirare) un vero concorso».

Al netto della pandemia e del danno che questa continua a causare al mondo della cultura, il ministero appare come il diretto responsabile dei danni al proprio interno. «Gli Uffici ministeriali e il lavoro pubblico sono facili bersagli, ancora di più in questi tempi che acutizzano le difficoltà, ma spesso le detrazioni son state avanzate, anche da associazioni di settore, senza una piena cognizione di causa. Per questo riteniamo utile sollevare, con garbo, la nostra dei funzionari, perché non ci siano storture, e perché sia una richiesta comune quella di un piano di assunzione, di programmazione a lungo termine, di regolarizzazione dei contratti nell’ambito dei beni culturali, per ridare contenuto e qualità ai nostri ruoli», conclude la lettera. O, in attesa di un piano strutturato, almeno la rettifica dei requisiti del bando.

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