Né cabine di regia, né piramidiBisogna rompere il tabù dei fondi Ue per cambiare le cattive abitudini dell’Italia

Sarebbe opportuno concentrare la nostra burocrazia sulla scelta e realizzazione dei progetti europei, togliendo alle strutture nazionali e regionali il potere di monitoraggio, analisi su avanzamento dei lavori, valutazione finale, lasciando che se ne occupino gli uffici di Bruxelles, terzi ed esterni alle nostre realtà e consorterie

Pixabay

Qualche settimana addietro il direttore de Il Foglio è intervenuto sul modello di governance relativa alla gestione dei fondi della nuova programmazione europea. Claudio Cerasa riassume la questione nello scontro tra due scuole di pensiero. Da un lato quella che nel dibattito per semplificazione viene ricondotta al presidente Conte con una struttura centralizzata che risponde direttamente a Palazzo Chigi, necessaria per scavalcare ministeri e altri livelli decisionali e, attraverso corsie preferenziali, realizzare dei progetti scelti e gestiti in modo apicale. Dall’altro l’impostazione ricondotta invece all’ex presidente del Consiglio Renzi che non prevede di scavalcare nessuna struttura né ministeri (con una cabina centrale solo tecnica e senza poteri reali) ma usare l’occasione dell’ingente mole di risorse in arrivo per obbligare ciascun soggetto/amministrazione a far la propria parte nella gestione.

Nel suo intervento Cerasa ci ricorda come questo tema, al netto di politica e politicismi, abbia una rilevanza totale per l’Italia se si considera che – guardando ai numeri – parliamo di un Paese che a novembre 2020 – ultima relazione della Corte dei Conti UE – ha speso circa il 30,7% del fondo sociale e di quello di sviluppo regionale (tra i più sostanziosi fondi strutturali di cui beneficiamo).

C’è però da dire come tale bassa percentuale di spesa, nel giro di pochi mesi, è cresciuta in modo vertiginoso: è di qualche giorno fa infatti la notizia che 21,7 miliardi di fondi strutturali siano stati certificati al 31 dicembre 2020 migliorando di non poco il target di spesa UE a rimborso. Una notizia positiva per economia e bilanci, quanto lo sia anche per comunità e società lo si potrà valutare solo tra qualche tempo, all’impatto dei progetti.

Come ha già ben spiegato Walter Tortorella, economista dell’Ifel, il meccanismo di spesa di tali fondi è a rimborso cioè vengono riconosciuti da Bruxelles dopo una defatigante corsa con i sacchi dove può ritenersi soddisfatto anche chi arriva ultimo, purché arrivi in piedi. In pratica non importa cosa rendiconti, né come e che tipo di impatto/valore abbia il singolo progetto per comunità o amministrazione, l’importante è rendicontare qualcosa e i soldi arrivano, da qua il motivo per cui la percentuale di fondi FSE (Fondo Sociale Europeo) e FERS (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) usati, è destinata a crescere ma non necessariamente a migliorare sempre la nostra realtà. D’altronde già nella scorsa programmazione (2007/2013) di fondi strutturali vi era questa situazione, con una bassa percentuale di spesa certificata nella valutazione di metà termine che diventava invece il 98% di risorse spese o impegnate al momento della rendicontazione finale.

Vi è un’altra strada che vede meccanismi di spesa (e di gestione) diversi, funzionanti e con impatto positivo. Programmi come Erasmus+, Horizon Europe, Creative Europe, Life, permettono in tempo reale di valutare andamento della spesa e cogliere performance e capacità di coinvolgimento, quanto cioè generano in termini economici e di impatto sociale; non sono a rendicontazione (e senza cofinanziamento).

Uffici di Bruxelles e autorità nazionali, cittadini e singoli interessati: hanno tutti la possibilità di vedere l’andamento della spesa e come/cosa questi strumenti realizzano. Gli Stati hanno un ruolo marginale e debbono limitarsi a vigilare che le procedure funzionino e poche altre cose attraverso un sistema di agenzie autonome che, da un lato gestiscono il programma sul territorio e stanno in contatto con i beneficiari (verso il basso), e dall’altro (verso l’alto) aggiornano man mano su attività e risorse informando Bruxelles, che così entra in diretto contatto con beneficiari e scarica a terra tutta la forza dei diversi programmi bypassando altri livelli.

Per non stare a soli programmi noti, in questo contesto val la pena una menzione anche per UIA (Urban Innovative Actions), un’iniziativa UE della programmazione 2014-2020 nel campo dello sviluppo urbano sostenibile destinata alle città europee con più di 50.000 abitanti. Che ha già visto spendere tutta la dotazione finanziaria di “soli” 372 milioni di euro direttamente gestiti dai Comuni (che hanno dimostrato grande capacità di progettazione e realizzazione) senza “intromissioni” di altri livelli istituzionali.

Il tema della governance della gestione e del meccanismo che adottiamo per l’uso delle risorse è quindi più importante del racconto che ne fa la cronaca politica. Sono in arrivo molti soldi, non solo quelli del NextGenerationEu ma anche quelli che pare ignoriamo (pur essendo una parte rilevante di questi a fondo perduto!) della programmazione 2021/2027 per circa 1 miliardo e 700 milioni di euro. Spenderli bene sarà determinante per il nostro futuro.

Non ci mancano le idee e neanche la visione (le cose da fare sono sotto gli occhi di tutti) ma la realizzazione e il passo quotidiano delle attività. Per evitare di arrivare lunghi e con sforzi notevoli legati alla rendicontazione, forse è opportuno valutare la strada che non dibatte su team e cabine ma sulla divisione di compiti: concentriamo la nostra burocrazia, gli organismi e gli uffici su scelta e realizzazione chiavi in mano dei progetti e togliamo invece alle strutture nazionali e regionali il potere di monitoraggio, analisi su avanzamento dei lavori, valutazione finale e di controllo su lavori/attività lasciando che se ne occupino gli uffici di Bruxelles, terzi ed esterni alle nostre realtà e consorterie.

L’Italia si impegna a scegliere e realizzare, l’Europa ci controlla in corso d’opera: noi scegliamo cosa e come fare sviluppandolo nei tempi assegnati, l’Europa verifica e monitora che tutto funzioni. Monitoraggio dei risultati e andamento della spesa sono da sempre due nostri punti deboli: affidiamoli da subito agli uffici della Commissione ma decidiamo noi il merito del cosa e come. Evitiamo di portare a Bruxelles (e solo alla fine) scontrini e giustificazioni per la somma che ci è assegnata, facciamo si che siano invece soggetti terzi a fare il monitoraggio in progress, senza imbastire nessuno scaricabarile e nessuna “corsa dei sacchi”, buona anche se arriviamo ultimi.

Togliamoci dalla contraddizione tra programmazione/realizzazione e monitoraggio/controllo: teniamo i primi ed esternalizziamo i secondi.

Non si tratta solo di una differenza di organizzazione e monitoraggio ma del discriminante tra semplice (burocratica) certificazione della spesa pubblica europea e la capacità di decidere e valutarne l’impatto. Dando così maggiore centralità a merito, impatto e programmazione rispetto alla (sola) capacità di rendicontazione. Serve infatti che tutti possano toccare con mano gli effetti concreti dalle risorse, i risultati generati, la capacità di progettazione, l’utilità reale.

Declinare nel concreto un po’ del sovranismo europeo di cui parliamo, anche qua fuori dai politichese, forse è anche un modo per praticarlo iniettando più Europa su questioni quotidiane.

Con riguardo alle politiche pubbliche, accanto al tema dei meccanismi è anche il momento delle priorità per i settori di intervento, senza pretesa di esaustività ne propongo tre: investimento sul capitale umano e arricchimento di competenze sia in educazione formale che non formale (per nativi europei o chi arriva e sceglie di stabilirsi e integrarsi qua); imprese, con defiscalizzazioni e strumenti diretti per i privati che scelgono questo mercato e contribuiscono al pil dell’eurozona; tecnologia e ricerca che generano non solo eccellenze ma applicazione diffusa.

Avere strumenti giusti e funzionali per questi obiettivi non è indifferente. Se ciò costa rompere un tabù (e poteri ormai stratificati), rompiamolo.

Giacomo D’Arrigo è Presidente di Erasmo – Moving Europe Foreward e gia direttore generale dell’Agenzia Erasmus+ di Palazzo Chigi

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta

Linkiesta PaperIl nuovo numero quintuplo de Linkiesta Paper – ordinalo qui

In edicola a Milano e a Roma dal 4 marzo, oppure ordinabile qui, il nuovo super numero de Linkiesta Paper questa volta è composto di cinque dorsi: Linkiesta, Europea, Greenkiesta, Gastronomika e Il lavoro che verrà.

Con un inserto speciale su Alexei Navalny, un graphic novel di Giovanni Nardone, l’anticipazione del nuovo libro di Guia Soncini “L’era della suscettibilità” e la recensione di Luca Bizzarri.

Linkiesta Paper, 32 pagine, è stato disegnato da Giovanni Cavalleri e Francesca Pignataro. Costa dieci euro, più quattro di spedizione.

Le spedizioni partiranno lunedì 1 marzo (e arriverrano entro due giorni, con corriere tracciato).

10 a copia