Roots reggae“Marcus Garvey” di Burning Spear è l’album che trasforma la musica in potere

Il cantante giamaicano, il cui vero nome è Winston Rodney, con il disco rende omaggio a uno degli attivisti neri più importanti della storia e allo stesso tempo cerca di risvegliare il senso di appartenenza nelle nuove generazioni. L’intensità della musica e la drammaticità della sua voce lo rendono un manifesto della musica di ribellione. Read&Listen

Burning Spear, la lancia che brucia, si traduce Jomo nel linguaggio Kikuyu. Jomo Kenyatta è stato il Primo Ministro del Kenya al momento della sua indipendenza, nel 1963. Dopo esser stato sicuramente una punta infuocata conficcata nel fianco dell’Inghilterra colonialista per vent’anni, e dopo averne passato diversi in prigione, la sua vittoria alle elezioni ha rappresentato un momento di fierezza e di speranza per la sua nazione e per tutta l’Africa.

Burning Spear è il nome che sceglie Winston Rodney pochi anni dopo, al momento di trovare un titolo per il progetto che ha in mente, reggae con un messaggio. In origine è un trio, con Rupert Willington e Delroy Hines che accompagnano con i loro cori, che nel reggae sono sempre i benvenuti. Qualche anno dopo Rodney porterà da solo la lancia, ma è comunque fin da subito l’uomo al comando: è lui che scrive i brani, è lui che li canta con quella voce così intensa, drammatica, come quella dei suoi idoli soul, James Brown e Curtis Mayfield, aggiungerei Otis. Un’intensità che deriva dalla maniera di indirizzare il suo messaggio, dichiaratamente ribelle, consapevole, politico. 

Siamo in una dualità consueta nel reggae: da una parte parole dense, a volte di rabbia o di sconforto, sempre di orgoglio e identità, che vivono però su musica orecchiabile, che tira sù, che spinge sempre avanti. Fatta per essere ballata. Le canzoni che scrive Winston sono catchy come i migliori singoli che puoi comprare nei negozietti di Kingston. È lui, con la sua voce senza grande dono melodico ma potente e veicolata dal cuore, che mette il dolore in questi ritmi sinuosi e gioiosi. 

Rodney nasce nel ’45 a Saint Ann’s Bay, la capitale del distretto omonimo nella contea Middlesex, sulla costa nord jamaicana, definito “the garden parish” per la sua lussureggiante bellezza. Nello stesso anno, pochi chilometri più a sud, in mezzo alla campagna, nasce a Nine Miles Robert Nesta Marley. Sarà Bob, qualche anno più avanti di lui nel cercare il successo discografico, a consigliargli di cominciare dove aveva fatto lui con Peter e Bunny, allo Studio One di uno dei grandi produttori del tempo, Coxone Dodd. 

Ma l’uomo più influente nel pensiero di Winston non è Bob, anche se con lui condividerà il miglior roots reggae isolano. Non è neanche un artista, ma un politico che nasce anche lui a Saint Ann’s Bay nel 1887: Marcus Garvey, appunto, che all’inizio del secolo si forma come sindacalista fra Centroamerica, Inghilterra e Jamaica e crea la Universal Negro Improvement Association, dedicata a creare una fratellanza fra gli appartenenti alla razza nera, per promuovere orgoglio di razza e creare una connessione con l’Africa. Il sogno è quello di uno stato unico Africano, l’invito è il ritorno alla Terra Madre di afro-americani che volessero ripercorrere al contrario la propria origine.

Apre poi una sede della UNIA a New York, da dove continua a predicare la sua utopia di panafricanismo, che nel tempo raccoglie sempre più sostenitori. Nel 1919 diventa il presidente della Black Star Liner, transatlantico per trasportare merci e persone fra i due continenti, exodus via mare. Questa idea di “ritorno a casa” influenza anche Marley stesso, uno dei suoi fondali dipinti dal vivo era proprio il volto di Garvey col profilo della sua nave. Per tutti coloro che si identificano nelle sue parole, nel poter tornare liberi da dove il viaggio era iniziato, Garvey è una speranza – noi magari diremmo un’utopia in termini pratici – nella quale credere. La sua figura, pur contestata da coloro che vedevano nel suo separatismo razziale la versione al contrario del KKK (col quale aveva rapporti, altra critica durissima), gode in Jamaica di uno status di eroe nazionale. La sua visione anticipa di poco, influenza e poi procede intrecciata a quella rasta, anche loro sostenitori del ritorno in Africa, come caldeggiato anche da Hailè Selassiè, Ras Tafari. È questa la doppia elica del DNA di questo album, un manifesto che riassume le due figure e i due movimenti. 

“Marcus Garvey” quindi è allo stesso tempo un sincero omaggio a Garvey, morto nel 1940, un grande reminder della sua importanza e una crociata in levare per riportarne il messaggio e il nome all’attenzione delle nuove generazioni: si parla sempre degli altri padri della patria, canta in “Old Marcus Garvey”, e il primo eroe nazionale jamaicano viene dimenticato:

“Nessuno si ricorda del vecchio Marcus Garvey
Nessuno si ricorda, nessuno
Parlano di Paul Bogle, di William Giddon
Parlano di Norman Washington Manley
E anche di Bustamante
Ma nessuno si ricorda del vecchio Marcus Garvey”

Questo è un grande album, una delle pietre angolari di quel reggae che, oltre a Marley – chiaramente il più conosciuto a livello planetario – vede fiorire una quantità di cantanti, gruppi, dj’s, musicisti, produttori, la cui densità per chilometro quadrato di Kingston è sicuramente la più alta di qualsiasi altro posto nel mondo. Soprattutto in quegli anni 70 che sono la decade d’oro del reggae.

È un roots reggae superbo, suonato da manuale dai Black Disciples, la band che per l’occasione gli organizza il suo tecnico del suono promosso produttore, Laurence Jack Ruby Lindo, una sorta di nazionale rossoverdegialla di maestri del loro strumento. Fra gli altri: il basso di Robbie Shakespeare e Aston Barrett dei Wailers, come anche Tyrone Downie alle tastiere; Leroy Wallace alla batteria, Earl Chinna Smith alla chitarra, e una sezione di quattro fiati sempre pronta sullo sfondo a raddoppiare o contrappuntare la voce.

Suonano magnificamente, fluidi e ondeggianti come deve essere, precisi sul singolo down beat, tutto l’album è una masterclass di roots reggae, potrebbero essere dei chant intonati nel bush, ma qui sono rivestiti in studio con classe e magnifici arrangiamenti. Niente di complicato, ma dannatamente efficace.

E fra l’altro questa è la versione “non originale”, smussata e rimixata senza eccessi sonori dai tecnici della Island al momento di pubblicare l’album a livello internazionale. La prima era più dura, ancora più roots, peccato non sia mai stata rilasciata. Nel 1976 la Island pubblicherà anche “Garvey’s Ghost”, la versione dub, bel titolo ma anche lì un’operazione un po’ annacquata, cioè senza la voce e qualche strumento, ma poco a che fare con l’estetica dub, fatta di dinamiche possenti.

I primi tre sono brani da antologia del reggae. “Marcus Garvey” apre le danze rimbalzando come una palla di gomma, le trombe e il Farfisa (? il suono è quello) che scandiscono, rullata secca ed entra la voce di Rodney, morbida, triste e determinata insieme, e con dolcezza inizia:

“Marcus Garvey’s words have come to pass
Le parole di Marcus Garvey sono state dimenticate
Non trovo cibo da mangiare
Non ho denaro da spendere Woo-wo- oo…
Vieni piccolo e fammi vedere cosa posso fare per te
Venite piccoli Woo-oo-oo”

Quel lamento è dolce e amaro insieme, mentre la marcia sotto non si ferma, e la storia si intreccia con citazioni bibliche, il figlio di Satana che lo ha tradito, la prima profezia che si è avverata. Rasta e Marcus si incrociano. Se malauguratamente vi siete alzati in piedi irresistibilmente tirati dentro, farete fatica a fermarvi.

“Slavery Days” riprende il tema carsico del reggae, i 400 anni di schiavitù inflitti ai jamaicani. I fiati ti accolgono e suonano come a chiamare a raccolta, l’adunata prende un ritmo medio, la chitarra ritmica entra dura, il coro entra “do you remember the days of slavery?” una, due volte, poi arriva la voce del capo che chiama a raccolta coloro che non si ricordano da dove vengono, che non conoscono le radici del loro albero:

“Cercate di ricordare, vi prego ….
Vi ricordate i giorni della schiavitù?
Come ci hanno picchiati e maltrattati
Ci hanno usati fino a rifiutarci…
Un grosso toro nero
Lo portavamo dappertutto
Con catene intorno al nostro collo
Non posso più vederlo…”

Quando parte “Slavery Days”, con quel canto ipnotico e così accorato, siete finiti, volontariamente o meno, al centro di quel mistero gaudioso che è il roots reggae. Ogni strumento con la sua identità ha il suo spazio nel mix, ma tutti insieme sono un’onda che ti porta dove vuoi. Dimentica i tuoi guai, e balla.

“The Invasion” inizia soffusa, come a riportare alla memoria un pezzo di storia perduta…“you take us away from Africa to steal our culture’…Winston intona con dolcezza:

“Ci avete portato via dall’Africa
Per rubare la nostra cultura
Il buon padre passa vicino e dice
Sii umile, bambino mio
Siate umili, miei figlioli
Oh miei fratelli, è…”

Entra il canto, ed è di quelli che è difficile levarsi dalla testa…

“…Wadada wo-ho Wadada…”

La chitarra con la sua pennata in levare, la bacchetta che picchia sul bordo del rullante, le congas schiaffeggiate e la tastiera usata come una percussione, il coro dietro continua 

“Wa-da-da wo-ho Wadada
che in Africa vuol dire amore”

Waddada, “amore”, viene dall’aramaico Weddede, siamo in terre bibliche, citazione continua nella religione rasta:

“ogni ginocchio si piegherà,
ogni lingua racconterà
In questa valle di Jehoshaphat…”

Mentre il canto va avanti, invocando amore in Jamaica e in tutto il mondo. Una version di deep reggae in piena sintonia con il Deep Soul del profondo sud americano. Musiche di pancia e di anima prima che di tutto il resto.

Poco più di dieci minuti e l’asticella è stata settata. Questo è reggae al suo massimo. Conviene seguirlo. “Live Good”, col suo flauto, trova un modo diverso di ondeggiare, “Give Me” è una jam con canto e controcanto, “Tradition” col suo pianino elettrico e tutti i coretti che duettano con la voce solista è nella vena dei classici trio vocali jamaicani. “Jordan River” è di quei reggae shuffle che scivolano via proprio come il fiume Giordano, “Jordan River roll, roll, roll”. “Red, Gold and Green”, i tre colori dei rasta, ha quell’aria militante che prende il reggae quando gonfia il petto: “Rosso giallo e verde, è l’arcobaleno, il leone incorona il re, in Addis Abeba”. 

Chiude “Resting Place”: «Dove devo trovare il mio posto per riposare? Oltre le colline, dall’altra parte della vallata…»

Ed è la chiusura perfetta di uno degli album must di chi ama il reggae delle radici. Musica militante e godibilissima insieme, questa è la cifra di Burning Spear a metà della decade d’oro, ancora in pista oggi con dreadlocks sale e pepe infiniti, dopo una trentina di album di cui molti live, 11 nomination e due vittorie ai Grammies. È uno dei grandi del reggae roots mai dimenticate.

La scrittura di Rodney non è quella di Marley, molto più narrativa e dettagliata. Rodney sembra scavare dentro di sé, poche frasi per sommare tutto quello che ci sta dietro. Prima che arrivasse il punk, il reggae negli anni 70 era l’unica musica di ribellione, la orecchiabilità non tragga in inganno. 

È un album che ha un’anima, un pensiero e 37’ di groove che non si ferma mai, sempre quell’incedere medio e molleggiato, denso di vibrazione, il battito da metronomo del chunka-chunka della ritmica, i fiati dietro che punteggiano e tengono vivo il dialogo, le frasi intense ululate o scandite con tono da predicatore rasta, un cantato rauco e potente che entra dentro ogni parola. Tirate sù prima il volume e poi lo spirito, ed entrate in quella semi-trance ipnotica senza la quale è meglio lasciar perdere subito. Fatevi portare dal basso, dondolando al suono delle trombe e dei fiati, e fatevi investire dalla voce di Burning Spear. 

Questa è musica con un potere.

60 (continua). Qui le altre puntate.

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