L’isola che non isolaPiatti e prodotti per conoscere Procida, prima del 2022

Alla scoperta della prossima Capitale italiana della cultura con un itinerario enogastronomico consigliato da un procidano doc: tra pesci poveri, limoni profumatissimi, vitigni autoctoni e un possibile allevamento di ricci di mare, il primo in Italia

Nell’800 ispirò il dramma romantico di un poeta francese e Graziella, oltre che una musa, è diventata una casa-museo. Fu l’isola che incantò Arturo, protagonista del premio Strega 1957, un fanciullo che si sarebbe accontentato “di essere uno scorfano ch’è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua”. Il suo fascino colpì altresì Virgilio, Stazio, Giovenale e Boccaccio. L’accogliente porticciolo di pescatori valse, poi, a Michael Radford cinque candidature agli Oscar e, ahinoi, a Massimo Troisi la vita. In questi giorni il Mibact l’ha designata Capitale italiana della cultura nel 2022: Procida è “L’isola che non isola”.

Il suo slogan porta con sé un messaggio di universalità e, forte della sua cultura globale e della sua unicità, la più piccola isola del Golfo di Napoli, forse per troppo tempo anche la più marginale, annovera secoli di navigazione per i mari del mondo. Uno scrigno del Mediterraneo che rappresenta appieno la bellezza nostrana perché, si sa, l’Italia è “terra di santi, poeti e navigatori”. Alla fine dell’anno appena iniziato, Parma passerà il testimone a Procida e quindi, dalla Food Valley italiana, dalla regione che detiene il record europeo di prodotti Dop e Igp, salperemo alla volta di Procida, dove la Michelin non è arrivata, al momento.

Tra i procidani doc del panorama gastronomico italiano c’è Gabriele Muro, chef adottato da Roma che oggi cucina al ristorante Adelaide del boutique hotel Vilòn. «Sono così felice ed emozionato che la mia piccola Procida è stata scelta come capitale della cultura 2022 che ho deciso di dedicarle un intero menu degustazione a partire da lunedì 25 gennaio».

 

 

La sua isola del cuore, quella che per tutta la sua adolescenza è stata “il posto più bello del mondo”, rivivrà attraverso diversi piatti in cui reinterpreta alcune ricette di «una cucina povera marinara, per quanto rivista con gli occhi di chi ha viaggiato». Se Gabriele è cuoco lo deve anche al mare e ai bottini dei pescatori che, ancora oggi, verso le 4 del pomeriggio arrivano alla Marina di Corricella, il caratteristico borgo di pescatori, un arcobaleno di case color pastello con tinte talmente vivaci e diverse capaci di essere riconosciute anche in lontananza. Proprio qui,  giungono in trionfo gli uomini di mare mentre procidani e turisti ne attendono l’arrivo sulla banchina. La via del pescato si snoda sui banchi delle pescherie di fronte all’attracco e tra le diverse varietà che caratterizzano le abitudini alimentari locali totani, alici, sarde, gronghi, murene, ricci di mare, polpi, seppie, sconcigli, cefali, merluzzi. Chi mangia a Procida non può prescindere dagli Spaghetti alici e peperoncini verdi (noti anche come friggitelli) o dagli Spaghetti ai ricci di mare, primi che Gabriele ha voluto rivisitare nella sua linea gourmet. Fino a qualche anno fa l’economia procidana girava quasi esclusivamente intorno al mare e il mestiere del pescatore si ereditava di padre in figlio, tranne per il postino Mario Ruoppolo, tra i pochi alfabetizzati che non voleva diventarlo. «La maggior parte degli abitanti sono dei marittimi – precisa lo chef – mio padre è stato direttore di macchina sulle petroliere, uno dei miei fratelli ha un ruolo analogo sulle navi passeggere, mentre l’altro gira il mondo come comandante di petroliera».

Illustrazione di  Serpe_Designer

Appena si sbarca sull’isola la tappa imprescindibile per Gabriele è al Bar Roma per assaggiare una vera specialità: la lingua di Procida, conosciuta pure come lingua della suocera. Rappresenta un dolce tipico preparato con una fragrante pasta sfoglia ricoperta da una granella di zucchero che, nella versione originale, racchiude una deliziosa crema pasticcera al limone. Gli agrumi gialli che profumano la Costiera Amalfitana qui esprimono al meglio tutte le loro peculiarità grazie alla zona e al clima che li rende intensi al naso e gradevolmente acidi al palato. Lo strato bianco e spugnoso abbastanza spesso ha suggerito il nome di limoni di pane, limun ‘e pan’ in dialetto, con cui si realizzano dissetanti granite o l’insalata di limoni, un piatto contadino condito con cipolla, aglio, menta, peperoncino, sale e olio. Una piccola produzione è concentrata su uno dei punti più alti dell’isola, benché Procida non superi i 100 metri con le sue colline, e per trovarlo basta chiedere in giro di Anselmo ‘ncoppa ‘o Cottimo e di Chiara Di Iorio «tanto ci si conosce tutti. – ironizza Gabriele – Non è come a Roma dove bisogna dare un appuntamento altrimenti non sai con chi uscire». Su questo promontorio sorge un limoneto ma l’azienda agricola (non affannatevi a googlarla perché non è censita su internet) è dedita soprattutto alla coltivazione dei carciofi autoctoni, simili ai romaneschi, e pratica una viticoltura che possiamo definire eroica, declinata in Aglianico, Falanghina, Campi Flegrei Pèr’e palummo, diversamente detto Campi Flegrei Piedirosso, e Levante. In occasione della Pasqua, ricorrenza religiosa preceduta dalla famosa e suggestiva processione del Venerdì Santo, si prepara invece il casatiello dolce che secondo alcune fonti storiche sarebbe nato proprio sull’isola. Adombrato dal suo cugino salato, questo casatiello da dessert viene solitamente nasprato, quindi coperto da una glassa di zucchero cosparsa di confettini, mentre strutto o sugna occupano una percentuale importante del lievitato per conferire la sua distintiva sofficità insieme all’alternanza di raffinati aromi tra cui limone, anice, Strega, limoncello, vaniglia o fiori d’arancio.
E mentre l’isola si popola di biciclette elettriche e un giorno, chissà, avrà il suo istituto alberghiero, tra i pochi indirizzi assenti per gli studenti isolani, l’altra novità, non confermata perché in fase embrionale, riguarderebbe un allevamento di ricci di mare: se così fosse sarebbe il primo allevamento commerciale professionale in Italia.

La bellezza con cui si è (ri)scoperta tutt’a un tratto Procida che per conformazione geomorfologica sembra addormentata su un fianco, potrebbe essere parafrasata e riadattata con quell’ingenuo, e allo stesso tempo coraggioso, commento poetico del Ruoppolo: “la cultura non è di chi la scrive, è di chi gli serve”.

 

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta

Linkiesta PaperIl nuovo numero quintuplo de Linkiesta Paper – ordinalo qui

In edicola a Milano e a Roma dal 4 marzo, oppure ordinabile qui, il nuovo super numero de Linkiesta Paper questa volta è composto di cinque dorsi: Linkiesta, Europea, Greenkiesta, Gastronomika e Il lavoro che verrà.

Con un inserto speciale su Alexei Navalny, un graphic novel di Giovanni Nardone, l’anticipazione del nuovo libro di Guia Soncini “L’era della suscettibilità” e la recensione di Luca Bizzarri.

Linkiesta Paper, 32 pagine, è stato disegnato da Giovanni Cavalleri e Francesca Pignataro. Costa dieci euro, più quattro di spedizione.

Le spedizioni partiranno lunedì 1 marzo (e arriverrano entro due giorni, con corriere tracciato).

10 a copia