Grazie EuropaLe condizionalità del Recovery Plan faranno bene all’economia, dice Tommaso Monacelli

Lo strumento per rispondere alla crisi pandemica provocata dal Covid-19 è condizionato al raggiungimento di alcuni obiettivi. Nel nostro Paese persiste invece l’idea che da Bruxelles arriverà una pioggia di risorse, come manna dal cielo. Il docente di economia della Bocconi: «L’architettura del piano è perfetta, perché ci impedisce di sperperare soldi al vento»

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Il Recovery Plan dell’Italia è ancora una bozza. Sono molti gli aspetti da definire per le sei macro-aree del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ovvero il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea nell’ambito del NextGenerationEU, lo strumento da 750 miliardi di euro per rispondere alla crisi provocata dalla pandemia. Ma servono linee guida dettagliate con programmi di riforme e voci di spesa, che serviranno all’Italia per spendere i 209 miliardi complessivi in arrivo da Bruxelles.

L’effettiva erogazione delle risorse del Recovery Plan europeo è infatti condizionata al raggiungimento degli obiettivi legati agli interventi realizzati. In altre parole: «Non è il “pasto gratis” di cui si parla. Ma può essere una spinta a realizzare riforme cruciali» spiega a Linkiesta Tommaso Monacelli, professore di Economia all’Università Bocconi di Milano. «Far passare l’idea che i vincoli di bilancio del Recovery Plan si siano allentati è una strategia di alcuni politici. Non si parla quasi mai delle condizionalità che sussistono. Anzi, nel dibattito italiano la versione ufficiale è che arriveranno gigantesche risorse, tra cui molte a fondo perduto» continua il professore.

Un messaggio sbagliato, che ci riporta alle caratteristiche principali del Recovery Plan. «Per l’Italia il Piano prevede circa 209 miliardi, di cui 127,4 in prestiti e 81,4 in sussidi a fondo perduto. I prestiti saranno concessi dalla Commissione europea dopo un indebitamento che avverrà sul mercato (con investitori giapponesi e norvegesi, per esempio), e che quindi dovrà essere ripagato. Per ripagarlo la Commissione si rifarà al bilancio europeo, a cui anche l’Italia partecipa» puntualizza Monacelli.

Il Recovery Plan è un’opera «all’interno di una facility: ovvero il governo deve anche stabilire obiettivi economici l’opera da realizzare può generare» continua il docente. Sapendo che l’erogazione finale delle risorse avviene solo se anche gli obiettivi vengono raggiunti.

Nella retorica degli ultimi mesi, però, gioca un importante ruolo anche il fattore demagogico. Nel caso in cui, infatti, alla definizione di Recovery Plan si affiancasse non più termini come pasto gratis o pioggia di soldi ma cavilli tecnici come condizionalità e prestiti, l’Europa da amica tornerebbe a essere padrona e cattiva. Un rischio che in questo momento non possiamo permetterci: «Sopratutto in economia c’è sempre questa schizofrenia, ed è questa la minuzia del dibattito. Perché la verità ultima e corretta sta nel mezzo: certamente il Recovery Plan è una grandissima opportunità e uno scatto in avanti dell’Europa, ma per partecipavi bisogna avere delle idee ben precise e degli obiettivi strutturati. Per l’Italia è un bene che ci siano delle condizionalità, così ci impediscono di sperperare al vento le risorse» dice Monacelli. Soprattutto per un paese come l’Italia, che è «scandalosamente incapace di spendere i soldi dei fondi strutturali Ue». Nel periodo 2014-2020, infatti, l’Italia ha ottenuto «44,8 miliardi di fondi strutturali e ne ha spesi non più del 38 per cento, peggio di noi ha fatto solo la Croazia».

Ad esempio, il governo italiano non può semplicemente chiedere di finanziare la costruzione di un’autostrada o un ponte in Puglia, «ma deve anche porsi l’obiettivo, con quell’autostrada, di far crescere l’indotto economico tra Foggia e Lecce (occupazione, nuove imprese, valore aggiunto dell’area). Solo nel caso di raggiungimento di questo obiettivo sarà alla fine possibile ottenere il rimborso dei costi dell’autostrada» sottolinea ancora.

Nello specifico del Piano, solo il 10 per cento dei fondi del Recovery Plan sarà erogato in tempi brevi (comunque entro fine 2021), per avviare la messa in opera dei primi progetti. Il rimanente 90 per cento sarà invece condizionato al raggiungimento degli obiettivi economici stabiliti in partenza (tra governo e Commissione Ue). Anche per questo motivo l’architettura del Recovery è «perfetta per l’Italia, perché chiede al nostro governo una esecuzione rapida ed efficiente degli interventi. In vista anche del fatto che l’orizzonte temporale per gli obiettivi da raggiungere è di sei anni, quindi relativamente breve» dice il docente.

Una pressione che può essere positiva, ma che può anche far emergere tutte le mancanze delle nostre amministrazioni, che dovranno dimostrarsi in grado di gestire i progetti. Ed è proprio dalla Pubblica amministrazione, secondo Monacelli, che dovrebbe partire una spinta alle riforme: «Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza ci sono alcune idee che si presentano sensate, mentre altre non funzionano proprio. Tra tutte le riforme però una appare cruciale: quella della pubblica amministrazione. La nostra Pubblica amministrazione impiega molti lavoratori anziani e con competenze obsolete. Pochissimi laureati. Pochissimi esperti di data science, statistica, finanza». E non basta inserire giovani laureati in queste materia, perché è «l’intero sistema che necessita di un rinnovamento e non solo di una mosca bianca che finirebbe per essere bloccata dai meccanismi obsoleti» continua Monacelli.

Ristrutturare e snellire il mondo della giustizia e della pubblica amministrazione è centrale, come del resto lo è rinforzare il mondo scuola. Qui il Piano italiano mostra tante criticità di metodo, ma soprattutto una stima dei costi che sopravvaluta le riforme in questione. «Il capitolo su istruzione e ricerca prevede 19,2 miliardi, di cui 10,1 per istruzione e 9,1 per la ricerca. Gli interventi sull’istruzione sono riforme certamente auspicabili, ma che sono sostanzialmente a costo zero. Quindi va bene usare il Recovery Plan per riforme, ed eventualmente modifiche delle leggi, ma in questo caso sarebbe meglio destinare quei soldi alla ricerca di base e non solo a nuovi meccanismi di assunzione dei docenti nella scuola» spiega ancora.

Il Recovery Plan può essere quindi una occasione storica per il paese, per questo motivo «è centrale che l’opinione pubblica comprenda che la forte condizionalità è un importante meccanismo che lega le mani alla nostra politica e rafforza la credibilità dell’intero progetto» conclude Monacelli.