Make destra great againL’ennesima occasione storica sprecata da Meloni e Salvini

Tra le dimissioni delle ministre renziane e la visita al Quirinale di Conte, i leader del centrodestra potevano farsi costruttori, rendendosi disponibili a quel che serve al Paese: un governo dell’emergenza guidato da un nuovo presidente del Consiglio di livello. Così avrebbero scombinato tutti i piani degli avversari

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Annoiati da una crisi a bassa intensità, senza il melodramma del Gran Rifiuto di Fausto Bertinotti o il pathos del Che-fai-mi-cacci di Gianfranco Fini,  una crisi che scalda solo i suoi diretti titolari, modesta nel suo probabile epilogo quanto nel suo svolgimento, ne proponiamo un copione alternativo: il copione che si sarebbe potuto realizzare e invece non c’è perché i possibili attori protagonisti, pur essendo stati tentati dall’accettare il ruolo, non hanno trovato il coraggio di saltare sul palcoscenico, battere banco, cambiare il plot.

Ci riferiamo ovviamente al centrodestra, che tra le dimissioni delle ministre renziane e la salita al Quirinale di Giuseppe Conte, ha perso un’occasione forse storica. Poteva farsi Costruttore, rendersi disponibile a quel che in tutta evidenza serve al Paese – un governo di solidarietà, unità, scopo, insomma un governissimo dell’emergenza guidato da un nuovo premier di livello  – e scombinare ogni piano dei suoi avversari. A cominciare dal tentativo – fin qui riuscito – di confinare in blocco Lega, FI e FdI – che rappresentano pur sempre il 60 per cento dell’elettorato – nel ghetto degli unfit e degli impresentabili, quelli contro cui erigere dighe insormontabili.

Matteo Salvini, per la verità, sembra averci pensato. La cautela con cui ha commentato ogni passaggio della crisi fa immaginare ragionamenti in quella direzione. E di sicuro ci ha pensato un gran numero di forzisti, gente che non si rassegna all’impoliticità dei voti in frigorifero. Ma, alla fine, al contrario di quel che avvenne a El Alamein, mancò il coraggio, non la fortuna. Nello specifico il coraggio di avviare una discussione interna vera, senza infingimenti, e porsi la domanda: che cosa significa, oggi, in Italia, essere patrioti? Agitare la bandiera di possibili elezioni anticipate (richiesta che avvantaggia solo Giuseppe Conte e i cacciatori di Responsabili) oppure sporcarsi le mani per il Paese, dare prova di avere una ricetta, un’idea, oltre i vecchi slogan contro gli immigrati e l’Europa?

Nel Pd era ben chiara la finestra di opportunità aperta agli avversari. Non a caso Nicola Zingaretti, per tre giorni consecutivi, ha ribadito in ogni dichiarazione l’indisponibiità a soluzioni bipartisan  «con gli alleati di Trump».  Il fuoco preventivo fa capire quanto la sinistra fosse terrorizzata dall’ipotesi.

Sarebbe stato davvero difficile respingere una richiesta di dialogo fondata sull’appello agli uomini di buona volontà solennemente lanciato dal capo dello Stato a fine anno. E sarebbe risultato quasi impossibile giustificare politicamente il rifiuto di condividere le responsabilità dell’emergenza con un’opposizione che governa 15 Regioni italiane su 20, tra cui tutta l’area produttiva del Nord e l’intero Sud (con l’eccezione del Deluchistan campano).

E tuttavia, niente. Il Centrodestra, anziché fare il suo tentativo – sarebbe stato probabilmente respinto, ma il No avrebbe dato formidabili argomenti per il resto della legislatura – si è rifugiato sul loggione. Fischia lo spettacolo. Borbotta a ogni incertezza dei primattori. Non si capisce cosa voglia. Persino il più potente dei governatori della Lega, Luca Zaia, ha ammesso che tifare per le urne è una stupidata (anzi peggio: una campagna in piena pandemia, ha detto, sarebbe «traumatica e tragica»). Ma l’ardimento manca. Manca, soprattutto, l’audacia della decisione che cambia le cose, la capacità di scegliere il rischio: anche a destra il tran tran ha preso il sopravvento. Aspettiamo e vediamo. Nel frattempo si farà qualche meme irridente contro i nuovi responsabili  (dimenticando l’arruolamento dei vecchi) e si cercherà di tener alta l’indignazione dei fan.

Peccato. Il nostro copione immaginario sarebbe stato senz’altro politicamente più consistente di quello che viene recitato in queste ore. Avrebbe chiarito, tra l’altro, le intenzioni dell’opposizione italiana nei tempi nuovi del dopo-Covid, dopo-Recovery Plan, dopo-Trump: ha capito che è cambiato tutto – in Italia, in Europa, nel mondo – o pensa ancora che si possa far politica restando in finestra, e magari sperando nella frana del Paese per lucrare sulle sue rabbie?

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