Il folk elettricoL’unione di Crosby, Stills e Nash ha portato il rock in un mondo nuovo

Le loro capacità musicali hanno creato qualcosa di straordinario, paragonabile in quel momento solo ai Beatles, anche se è durato solo due anni. Ma “CS&N” è soprattutto l’album che apre, oltre a un genere musicale, anche una visione, la California come lontana terra ideale, new frontier musicale e di lifestyle. Read&Listen

La copertina dell'album

Il primo album di Crosby, Stills e Nash, estate 1969, è uno degli album più importanti e influenti di tutta la storia del rock. E per più di una ragione. Uno stargate oltre il quale c’è un mondo nuovo.

Intanto, per la prima volta un gruppo sceglie di non inventarsi un nome, ma usa solo i cognomi, come a sottolineare l’unione di artisti già popolari, autonomi, con una loro personalità precisa, dei solisti all’interno di un sodalizio. Con sottintesa libertà di fare anche in proprio.

Poi, il suono: il 1969 si annuncia come l’anno della chitarra elettrica, bombastica effettata psichedelica acida, la lista degli apprendisti eroi della seicorde del rock-blues in quell’anno è infinita: Clapton e Hendrix, Beck e Page, Townshend e Rory Gallagher, Alvin Lee e Jerry Garcia, Johnny Winter e Mike Bloomfield, ce n’è per tutti i gusti e per qualsiasi sordità precoce.

Facendosi largo in mezzo a questo scenario, o meglio volandoci sopra con leggerezza, i tre vanno in direzione ostinata e contraria, con le loro chitarre acustiche e tre voci che armonizzano come gli angeli lassù.

Sono tre cantautori, in pratica, e l’unione delle loro capacità crea un qualcosa di straordinario, paragonabile in quel momento solo ai Beatles. Quando arriverà Neil Young, saranno quartetto anche loro, anche se molto più egomaniaci dei quattro di Liverpool (che è tutto dire).

Questo è l’album che setta la barra e l’asticella della musica californiana della decade successiva. Riprende alcuni elementi già presenti in situ, dal folk-rock dei Byrds di Crosby ai Buffalo Springfield di Stills (ancor di più quando Young si ricongiungerà al vecchio partner) e, se vogliamo, le armonie vocali degli inglesi Hollies, dove Graham Nash era l’incontrastato padrone delle tonalità alte.

Perché se cerchiamo l’essenza, è tutta nelle voci. Non sono i primi a usare polifonie nel pop, nel rock, o se è per quello anche nel folk o nel soul. The Kingston Trio, gli Everly Brothers, i Beatles, i Beach Boys, i Temptations: nel 1969 sono tutti predecessori illustri, anche loro capostipiti di altri generi. Ma l’impasto di queste tre voci, fin dal primo momento, è magia pura.

Anche le canzoni che scrivono sono nuove. Sono frammenti di vita personale, e l’intimo non è stato mai raccontato così esplicitamente, senza metafore o idealizzazioni o nomi fittizi. È il primo giorno di scuola della scena losangelina, musica estremamente personale che caratterizzerà gli anni 70 californiani.

La cantautrice che porterà fino all’estremo questo stile (pericolosamente) trasparente è Joni Mitchell, di cui Crosby, con cui ha una storia, ha appena prodotto il primo Lp. Lei e Carole King sono le gentili maestre della masterclass delle donne smascherate. Poi arriveranno Jackson Browne, gli Eagles, James Taylor, gli America e tanti altri singer songwriters.

Ma c’è anche un altro lato. Crosby prima, Young poi quando si unirà al gruppo l’anno successivo, scrivono canzoni sull’uccisione di Robert Kennedy, contro la guerra nel Vietnam, in quel momento l’argomento principale della controcultura, contro l’Amministrazione Nixon. Il gruppo diventa una voce della protesta e guadagna uno status impensabile presso i giovani americani.

Ma oltre a tutto questo, “CS&N” è l’album che apre, oltre a un genere musicale, anche una visione, la California come lontana terra ideale, new frontier musicale e di lifestyle. In America forse faceva un altro effetto (loro non parlavano di West Coast ma di Southern California, perché la sede di tutto questo era Los Angeles), ma per la mia generazione quest’album è l’inizio della mitologia westcoastiana che per molti anni risuonerà sui nostri giradischi: buone vibrazioni e introspezioni accorate, sonorità atmosferiche, morbide, con cui scaldare le nottate e filare via veloci in macchina. Eravamo un po’ salgariani, forse, ma ricordiamoci sempre che allora la California, direbbe Dalla, era davvero dall’altra parte della luna.

La scintilla scocca un pomeriggio in un bungalow di Laurel Canyon, la strada che si inerpica sulle colline di Hollywood, punteggiata di ville o casette semplici in buona parte abitate da musicisti e alternativi. La pietra focaia la porta Mama Cass, voce dei Mama’s and Papa’s e donnona di grande cuore, simpatia e contatti.

È lei che presenta Nash a Crosby, è lei che ospita nel suo salotto amici musicisti, inclusa quella ragazza dai lunghi capelli biondi che Crosby esibisce un po’ come la pepita d’oro: Joni Mitchell affascina tutti, con Graham un incontro c’è già stato l’anno prima in tour in Canada, e data la filosofia hippy del ‘non possesso’, Crosby, che comunque ha una sua tollerante fidanzata storica, Christine (che morirà in un incidente l’anno successivo) è “felice di vedere innamorati due che io amo”.

Quel pomeriggio Crosby e Stills intonano a due voci una delle prime canzoni composte, “You Don’t Have To Cry”, Graham gli chiede di ricantarla, e poi un’altra volta ancora, cercando di capire come potersi aggiungere. Quando finalmente il trio si compone, è meraviglia ed eccitazione in tutti i presenti. Brividi, sorrisi, magia. La stessa che, come racconta la biografia “Long Time Gone” di Carl Gottlieb, provano Simon e Garfunkel quando una sera a New York armonizzano tutti e cinque: «Il ruolo di Crosby è quello di stare fra la voce molto personale di Stills e quella alta di Graham: come è tradizione nei gruppi vocali come i Four Freshmen, è l’uomo di mezzo fa il lavoro che fa funzionare l’accordo, anche se non te ne accorgi mai. David tiene il tutto insieme, come un cemento vellutato, il suo vocalizzo ha una morbidezza Zen».

Bisogna portare questa preziosità sul mercato, che i tre conoscono bene. Non sono al primo giro sulla giostra: Stephen Stills, capelli biondi e basettoni, figlio del Sud e un passato da Accademia Militare (e di conseguenza sempre in giacca o pullover), è un chitarrista straordinario, in particolare alla acustica.

È un po’ prevaricatore, e dato che è il musicista più completo (ha cominciato come batterista, suona di tutto, Hendrix gli aveva offerto di entrare nella Experience come bassista), si prende di fatto la direzione artistica.

David Crosby, capelli e baffoni ricci che lo fanno assomigliare a un tricheco hippy, sindaco.alt di Laurel Canyon, è il ribelle, l’anarcoide pronto a prendere posizione su questioni politiche e sociali o, alternativamente, a cacciarsi nei guai. Vestito di base: giacca di pelle con frange, un po’ da cosmic cowboy, eredità dei Byrds, ha una passione per la vela, e saranno molte le canzoni composte sul suo Mayan di 30 metri.

Graham Nash è un vero giovin signore inglese: gentile, rispettoso, determinante per le armonie a tre voci e soprattutto per tenere insieme gli altri due, occasionalmente pazzi furiosi. Gli Hollies con cui sbancava le classifiche inglesi (vennero anche a Sanremo nel ’67) non gli avevano accettato “Sleep Song” (troppo osé, si parlava di due che vanno a letto insieme) e “Marrakesh Express”, perché non l’avevano capita (era l’unico si fosse mai fatto una canna): «Per me era un momento incredibile, il più intenso e creativo e libero che io abbia mai vissuto. Non solo ero innamorato di Joni, ma anche di David e di Stephen e della nostra musica».

Grandi talenti individuali che, uniti, sono il classico caso di un’entità più grande della somma delle sue parti. Eppure, quando vanno a Londra e cercano di far ascoltare i loro demos alla Apple, non li prendono in considerazione. A L.A., invece, la macchina che si mette in moto (Elliott Roberts e David Geffen come manager e agente, e come patron Ahmet Ertegun, venerabile presidente della Atlantic) è formidabile. I tre hanno tutto: la reputazione, il talento, l’accessibilità, gli amici, lo status di poter parlare a nome della controcultura.

Però la loro alchimia artistica non ha un impatto trionfale subito: quando esce il primo “CS&N”, mica tutti capiscono che si è di fronte a una svolta epocale. Ma la è: il suono, quel folk che si trasforma in elettrico, le tri-armonie che si contrappuntano in maniera nuova, tre stili diversi di autori che rimangono tali e allo stesso tempo si arricchiscono del contributo altrui. È veramente una nuova frontiera.

Si apre con Suite: Judy Blue Eyes, perchè composta in realtà di tre parti abbastanza diverse fra loro, tenute insieme da passaggi strumentali dell’acustica di Stills che le fanno fluire una nell’altra. La Judy dagli occhi blu è la bellissima Judy Collins, colei che negli anni 60 insieme a Joan Baez è l’impersonificazione della folk music, e attenta interprete delle canzoni di artisti di fama (Dylan, Beatles, Jacques Brel ), o nascenti (Leonard Cohen, Joni Mitchell, il cui “Both Sides Now” le varrà un Grammy per migliore interpretazione).

Il brano racconta la loro relazione piuttosto tormentata, piena di on e off:

«Stiamo arrivando al punto in cui non sono più divertente, mi spiace,
A volte fa così male che devo urlarlo forte, sono solo.
Ricordati cosa abbiamo detto e provato, abbi pietà,
Non fare che il passato ci ricordi quello che non siamo adesso, non sto sognando,
Sono tuo, tu sei mia, tu sei quello che sei, e la rendi difficile…».

È un tour de force di 7’, si sale e si scende, ci si ferma e si riparte, si alternano folk, blues, e sul finale – fra percussioni e spagnolo, o meglio spanglish – il sapore è afro-cubano (lato che Stills porterà avanti con la sua band Manassas).

Apertura sontuosa, ma da lì in poi il filo di perle è prezioso: “Marrakesh Express”, la corsa in treno da Casablanca alla più famosa città marocchina è il viaggio che migliaia di ragazzi europei fanno in quegli anni, scorre fluida a ritmo di shuffle, sottolineata da una slide, orecchiabilissima e non a caso il primo singolo, successo moderato (contro il parere di tutti, scelgono per il secondo una “Suite: Judy Blue Eyes” rieditata, e andrà meglio).

Poi arriva una di quelle meraviglie vocali, delicate carezze ai sensi, a cui Crosby ci abituerà: “Guinevere”, Ginevra, nome leggendario, una sorta di Beatrice dantesca in salsa anglosassone.

L’insieme forse di donne diverse, idealizzate, fra cui (per sua ammissione) la terza strofa dedicata a Joni:

«Guinivere aveva capelli dorati
Come i tuoi, milady, come i tuoi
Che si sfilavano quando facevamo vela
Nel vento caldo giù alla baia, ieri
I gabbiani girano in tondo senza fine
Saremo liberi».

C’è la canzone dolceamara di quel pomeriggio, “You Don’t Have To Cry” di Stills, chissà se ancora dedicata a Judy Blue Eyes, che fra voci e acustiche si allarga per tutta la larghezza dello stereo, e sembra abbracciarti:

«La Mattina, quando ti alzi
Pensi a me e come mi hai lasciato in lacrime?
Pensi alle telefonate e ai manager e a dove devi stare a mezzogiorno?
Stai vivendo una realtà
Che ho lasciato anni fa, mi ha quasi ucciso
Alla lunga ti farà piangere
Ti renderà vecchia e pazza prima del tempo
E l’unica differenza fra me e te
È che io ho tempo per piangere
Tu, my baby, non devi piangere…»

C’è una delle ballate-simbolo della musica californiana, le “Wooden Ships” sulle quali fuggire lontano dall’olocausto nucleare:

«Se mi sorridi capirò,
Perché è qualcosa che tutti, ovunque,
Fanno nella stessa lingua…».

È una iscrizione che David Crosby legge un giorno, fuori di una Chiesta Battista nel Sud degli Stati Uniti, e simbolizza bene il senso di fratellanza che unisce di fronte a un dramma epocale, il conflitto nucleare che ha distrutto tutto. È l’epoca della guerra fredda, delle schermaglie fra Kennedy e Kruscev per l’installazione dei missili a testata nucleare nell’isola di Cuba, la paura della bomba è alta, in quegli anni si costruiscono rifugi anti-atomici in molte case, perché si è davvero convinti che il peggio ha buone probabilità di arrivare:

«Vedo dal tuo cappotto, amico mio,
Che sei dell’altra parte,
C’è solo una cosa che vorrei capire:
mi puoi dire per favore…chi ha vinto?».

E prosegue, Stills e Crosby che dialogano:

«Posso avere qualcuna delle tue bacche viola?»
«Sì, le ho mangiate per 6 o 7 settimane,
Non mi sono mai ammalato.
Probabilmente ci terranno in vita entrambi…».

La musica la scrive nel 1968 Crosby in Florida, durante una crociera sul Mayan. Il testo lo scrivono Stills e Paul Kantner dei Jefferson Airplane, che la incideranno lo stesso anno nell’album “Volunteers” in una versione leggermente diversa nel testo e nelle armonie, con un grande assolo di chitarra di Jorma Kaukonen.

Entrambe le band la suoneranno a Woodstock, anche se la versione dei CSN entrerà nel film e quella dei Jefferson – 21 minuti! – rimarrà inedita fino a qualche anno fa. E ci ricorda quale tragedia di sentimenti e di relazioni è qualsiasi guerra, tanto più un olocausto nucleare nel quale entrambi i contendenti si sono annientati:

«L’orrore ci afferra mentre vi guardiamo morire
Tutto quello che possiamo fare è ripetere il vostro grido d’angoscia
Guardare mentre tutti i sentimenti umani muoiono.
Noi andiamo, non avete più bisogno di noi…
Prendi la tua sorella per mano,
portala via da questa terra straniera,
lontano, dove potremo ridere di nuovo…».

Le barche di legno scivolano via sull’acqua, free and easy, lasciandosi alle spalle solo distruzione e morte e gente nelle tute argentate anti-radiazioni. Quando la sentirà Jackson Browne gli e si chiederà «e tutti quelli sulla riva, lasciati indietro?», e scriverà per loro “For Everyman”, epica fuga questa volta inclusiva.

C’è un momento intimissimo di Nash con la sua “Lady Of The Island”, ispirata da due donne, “le isole sono Ibiza e Long Island”, si sente ogni respiro, si sente il calore del focolare acceso. “Helplessly Hoping” è un momento intimo anche di Stills, di nuovo alle prese con una donna che gli sfugge come la sabbia fra le dita (la sua insegnante di inglese al liceo, “a knockout”), cantato in terza persona :

«Senza parole guarda e aspetta di fianco alla finestra e si chiede
Dello spazio vuoto all’interno
Entrando senza cuore nei suoi cattivi sogni si preoccupa
Ha sentito un addio? Oppure un ciao?».

“Long Time Gone” la scrive Crosby la notte dell’uccisione di Robert Kennedy, che è il trionfatore delle primarie del partito Democratico e con ogni probabilità il futuro Presidente americano. È il 1968, sono passati cinque anni dall’assassinio del fratello John, e l’America riceve un altro colpo durissimo.

Crosby dirà: «Credevo in Robert, nella sua voglia di fare cambiamenti positivi nel nostro Paese. Non era uno venduto ai poteri forti e alle corporation come Nixon e Johnson, gente che aveva fatto accordi per guadagnare potere. Ero già arrabbiato per l’uccisione di John, quando hanno fatto fuori anche il fratello».

Il testo è scarno, come a ripetere un solo concetto:

«C’è voluto molto tempo per arrivare fin qui
E sembra che ci vorrà molto tempo ancora, prima di vedere l’alba».

Geffen la imporrà – in cambio della liberatoria per il film – come canzone d’apertura di “Woodstock”, e diventerà una delle canzoni-simbolo contro il sistema americano.

Con “Pre-Road Downs” e “49 Bye-Byes” sono dieci canzoni, pagine di diari delle emozioni e delle difficoltà delle relazioni personali nell’era di una America divisa e impaurita. Sono la fotografia di un’intesa sbocciata all’improvviso fra tre uomini davvero diversi, che per due anni vivranno un percorso gioioso e fatato.

Poi, con l’arrivo di Young – che aggiungerà molto ma leverà anche qualcosa, almeno in termini di serenità personale – quel momento passerà presto e devastati da drammi personali, cocaina a gogò, amori che precipitano e rivalità interne, aspettative altissime di pubblico e stampa, una montagna di soldi (in discussa antitesi con la loro reputazione “alternativa”) depauperati da una montagna di sprechi, i CSN(&Y) imploderanno serialmente.

Guardateli sulla copertina, seduti con aria casual su un divano scassato di fronte a una villetta a downtown Los Angeles. Quando si renderanno conto che si sono seduti nell’ordine sbagliato chiederanno al fotografo, l’onnipresente Henry Diltz, di rifarla. Torneranno il giorno dopo, e troveranno la casa rasa al suolo da un bulldozer. C’era già tutto, nella metafora. Due anni, due album (questo e il successivo “Deja Vu” con Young) e poi succederà di tutto, montagne russe emotive e creative come pochi. Come hanno scritto in occasione del 50enario: «Due anni di gioia, e i 48 successivi saranno litigate e drammi e ricordi di quei primi due anni irripetibili».

57 (continua). Qui le altre puntate.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta

Linkiesta ForecastÈ arrivato Linkiesta Forecast + New York Times

Il nuovo super magazine Linkiesta Forecast, in collaborazione con il New York Times, è pronto.

Duecentoquaranta pagine sugli Scenari 2021, le tendenze, l’agenda globale della nuova èra post Covid.

Con interventi di Premi Nobel, di dissidenti, di campioni dello sport, di imprenditori, di artisti, di stilisti, di ambientalisti e delle firme de Linkiesta e del New York Times.

Un progetto straordinario de Linkiesta che si aggiunge al Paper, a K, ad Europea, a Gastronomika, ma reso ancora più eccezionale dalla partecipazione del New York Times, in esclusiva per l’Italia.

Prenotatelo adesso, sarà spedito con posta tracciata a partire dal 7 gennaio (al costo di 5 euro per l’invio), e si troverà anche nelle edicole di Milano e Roma e nelle migliori librerie indipendenti di tutta Italia (seguirà elenco).

10 a copia