L’Unione o il sesso degli angeliL’esercito europeo non è un sogno, ma una pressante necessità

L’assenza di politica comune di sicurezza costituisce a breve o medio termine la principale minaccia alla sopravvivenza degli Stati membri contro i nemici esterni e interni. Contrariamente a ciò che pensa il presidente francese Macron, la strada da fare per raggiungere un obiettivo così ambizioso è ancora molto lunga

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Il 15 novembre scorso, Die Welt ha riferito dell’iniziativa di membri SPD del Bundestag che riguarda la creazione di un 28esimo Esercito europeo: un Esercito europeo comune.  Contrariamente al presidente francese Emmanuel Macron che nella sua intervista a Le Grand Continent ha detto l’«Europa della Difesa, che si riteneva impensabile, noi l’abbiamo fatta», Fritz Felgentreu e i suoi colleghi ritengono che, in quel campo, l’Europa abbia ancora molto da fare e forniscono un progetto di risposta concreta. 

La prima qualità della loro proposta è, senza dubbio, di indicare senza ambiguità una strada che consenta all’Unione di realizzare una reale condivisione di sovranità in un campo particolarmente sensibile, quello della sicurezza comune dei 27 Stati membri. 

Il progetto propone che questo esercito sia comune e «comunitario»: in altri termini, che venga integrato nelle istituzioni dell’Unione, che sia composto di soldati europei e non di contingenti degli eserciti nazionali. Altra qualità incontestabile, secondo la proposta SPD è non solo compatibile ma complementare con un approccio della difesa dell’Europa articolato sugli eserciti nazionali e l’appartenenza alla Nato, cosi come riformulata brillantemente dalla ministra tedesca della difesa Annegret Kramp-Karrenbauer in occasione del suo recente discorso all’Università della Bundeswehr di Amburgo. 

Questa proposta ha suscitato delle critiche fra le quali quelle particolarmente interessanti e suggestive del molto influente Presidente della Commissione degli Affari esteri del Bundestag, il democristiano Norbert Röttgen.  Secondo lui «L’UE non è uno Stato, ma i suoi membri lo sono. È qui che la proposta dello SPD fallisce fondamentalmente».

Se la questione della «natura dell’Unione europea» non è certamente priva di interesse – è del resto da decenni oggetto del lavoro di numerosi accademici -, gioverà richiamare, alla luce di quelle che, classicamente, sono considerate le prerogative sovrane, che la difesa è stata ampiamente delegata dalla maggior parte degli Stati membri dell’Unione a una autorità sovranazionale, la Nato. Lo stesso vale per una parte significativa della sicurezza interna ormai gestita congiuntamente (spazio Schengen), mentre in materia di diritto e di giustizia gli Stati membri riconoscono il primato delle Corti di Lussemburgo e di Strasburgo.

Per quanto riguarda la sovranità monetaria, la maggior parte degli Stati membri hanno creato una unione monetaria la cui gestione è stata affidata alla Banca centrale europea. Solo la sovranità di bilancio rimane ancora, essenzialmente, una prerogativa degli Stati membri. Ma, a meno di considerare, ed è il nostro caso, che l’Unione meriti di meglio che una disputa dello stile di quella del sesso degli angeli che occupò i Bizantini assediati, si potrebbe legittimamente chiedere al Dr. Röttgen se considera che gli Stati membri dell’Unione sono ancora, a tutti gli effetti, degli Stati. 

I limiti dello scenario proposto dallo SPD
Il Dr. Röttgen, peraltro candidato alla Presidenza della CDU, afferma anche che «L’UE non sopravvivrebbe a lungo d una operazione militare della Commissione europea contro la volontà di alcuni Stati». Ha ragione e, cosi facendo, mette il dito su una delle debolezze della proposta dello SPD. L’architettura istituzionale proposta coinvolge in effetti solo la Commissione e il Parlamento europeo. Ma la proposta dello SPD non è inamendabile. 

Esistono del resto altre proposte che vanno nella stessa direzione. Quella, per esempio, lanciata da Radoslaw Sikorski, già ministro polacco degli Affari esteri, che propone sulla base del modello francese, la creazione di una Legione europea

Un’altra proposta mira a istituire una Cooperazione rafforzata in vista della creazione di un Esercito europeo comune  e prevede un’architettura istituzionale che coinvolge le quattro istituzioni dell’Unione. Secondo questo progetto, il Parlamento europeo e il Consiglio (dei Ministri) parteciperebbero all’elaborazione delle grandi linee della politica di sicurezza e assicurerebbero la funzione di controllo, la Commissione definirebbe, in interazione con il PE e il Consiglio, le priorità della politica di sicurezza, la attuerebbe e assicurerebbe la gestione politica dell’esercito comune e il Consiglio europeo autorizzerebbe, su proposta della Commissione, il dispiegamento dell’esercito europeo. 

Trattandosi di questioni «di vita e di morte», sono quindi gli Stati membri rappresentati al più alto livello che avrebbero, come sostenuto a suo tempo dal l’allora segretario generale del Consiglio, l’Ambasciatore Pierre de Boissieu, l’ultima parola sul mandato che autorizzi il Presidente della Commissione a varare un’operazione militare. 

Se, per ipotesi, viene considerata una cooperazione rafforzata che riunisca 19 Stati membri (Belgio, Bulgaria, Croazia, Spagna, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Rep. Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia) e una decisione del Consiglio europeo presa alla doppia maggioranza dei due terzi (Due terzi degli Stati partecipanti rappresentanti due terzi della popolazione degli Stati partecipanti), siamo molto lontani da uno scenario nel quale uno Stato membro si vedrebbe costretto ad accettare una decisione in contrasto con i suoi interessi vitali.

D’altronde l’esperienza istituzionale dell’Unione ci insegna che il voto alla maggioranza non favorisce l’abuso di potere da parte di una maggioranza contro una minoranza ma costituisce invece una condizione indispensabile per raggiungere un consenso che abbia senso. Peraltro, nell’ipotesi considerata, la Germania e la Francia, che riuniscono più di un terzo della popolazione, o sette Stati sui 19 parte della Cooperazione rafforzata, potrebbero costituire una minoranza di blocco.

Ma l’affermazione del candidato alla Cancelleria quanto ai rischi che un esercito comune comporterebbe per la sopravvivenza dell’Unione europea non è retorica. La questione della sopravvivenza dell’Unione europea è molto concreta. Però qui, contrariamente al Dr. Röttgen, riteniamo che è l’assenza di politica europea comune di sicurezza che costituisce a breve o medio termine la principale minaccia alla sopravvivenza dell’Unione. 

Come, se non tramite un luogo comune di elaborazione, di composizione degli interessi di tutti e di decisioni politiche comuni, ivi compreso quelle che dovrebbero poggiarsi su uno strumento militare comune, potrebbe l’Unione affrontare questioni che riguardano certamente tutti gli Stati membri ma con un’acuità e delle modalità molto diverse? Da questo punto di vista, la questione turca è emblematica. 

In effetti tutti gli Stati membri sono vittima della politica di ricatto in materia di emigrazione condotta da Ankara. Ma la Grecia è in prima linea. Le pretese marittime della Turchia riguardano certamente la Grecia in primo luogo, ma anche l’Unione nel suo assieme se si considera per esempio che le pretese turche ipotecano la realizzazione di gasdotti tra Cipro e il sud dell’Europa. 

Diversi Stati membri hanno accolto importanti popolazioni originarie della Turchia. Ma alcuni, la Germania in particolare, in proporzioni molto rilevanti. Eppure oggi, invece di una risposta che articolerebbe in modo coerente e in base ai valori promossi dall’Unione l’insieme degli interessi degli Stati membri, assistiamo a incessanti tentativi di combinazioni tra opposti. 

Queste combinazioni sfociano in risposte europee puramente declamatorie oppure in prese di posizione di Stati membri radicalmente diverse se non addirittura antagonistiche come, per esempio, quando l’uno promuove l’appeasement, in genere accompagnato da ingenti quantità di monete sonanti mentre un altro agita la minaccia di un accerchiamento. Oppure quando l’uno vende sommergibili ad Ankara e l’altro vascelli e aerei da caccia ad Atene. 

L’approccio «europeo» alla questione libica rientra nello stesso registro. L’intervento voluto da Nicolas Sarkozy e David Cameron – inopportuno o ampiamente insufficiente a seconda dei punti di vista – era segnato da una logica profondamente anti-europea in quanto si fece contro il paese membro dell’Unione che intratteneva, per ragioni storiche, dei rapporti economici privilegiati con la Libia. Checché se ne pensi a Parigi, questa forzatura ha lasciato tracce profonde a Roma e continua per altro, oggi ancora, ad alimentare le divisioni degli europei su questo dossier, gli uni sostenendo il regime di Tripoli, gli altri il Maresciallo Haftar. 

L’elenco dei segnali d’allarme in materia di sicurezza dell’Unione europea non si ferma qui. Vi figurano anche l’Ucraina, la Bielorussia e la Moldavia, anche se, piaccia o no ad alcuni, l’Unione usufruisce, nella fattispecie, del contributo diplomatico e militare implicito dell’Organizzazione atlantica. 

Ci possiamo aggiungere la Georgia e, come l’attualità ce lo ha tristemente ricordato, il Nagorno Karabakh per il quale l’Europa è rimasta muta, ivi compreso di fronte all’implicazione nel conflitto – diretta e via l’invio di mercenari jihadisti siriani – del governo turco, il successore del regime che ha perpetrato il genocidio armeno nel 1915.

Ma questo elenco sarebbe incompleto senza la Siria, senza l’interminabile tragedia che alcuni si sono del resto ingegnati a trasformare in una formidabile e infame macchina che produce profughi. Dal punto di vista che qui ci interessa, la questione siriana evidenzia un’altra debolezza della proposta dello SPD: quella della dimensione dell’esercito proposto. 

Nell’ipotesi di una operazione di peace making in Siria, un esercito europeo comune in grado de dispiegare 2.500 soldati sarebbe stato, come è evidente, totalmente insufficiente. L’ordine di grandezza è tutt’altro. Sarebbe stato necessario un esercito di 100.000 soldati in grado di dispiegare 35.000 soldati in modo continuo, per un costo stimato a 25 o 30 miliardi di euro l’anno, ovvero l’equivalente dello 0,3 % del PIL degli Stati membri. Sarebbe «finanziariamente irresponsabile» per l’Unione destinare un tale importo per assicurare la propria sicurezza? 

Ma una politica de sicurezza europea degna di questo nome non dovrebbe soltanto premunire l’Unione contro minacce esterne. Ne esistono al proprio interno. Per esempio, alcuni territori che non fanno formalmente parte dell’Unione ma sono, a tutti gli effetti, parti di uno Stato membro. Pensiamo in particolare alle isole Sparse dell’Oceano indiano, alle Terre australi e, in particolare, alla Polinesia francese il cui settore marittimo ricopre più di 240.000 km2 e la cui zona economica esclusiva più di 4,5 milioni di km2, ovvero più della superficie dell’insieme degli Stati membri dell’Unione europea. 

Difficilmente si può immaginare come questo immenso arcipelago, ubicato a più di 15.000 chilometri da Parigi, potrebbe, sic rebus stantibus, essere difeso contro eventuali pretese da parte di una grande potenza dal regime autoritario. Si intravede invece facilmente che la coesione dell’Unione sarebbe messa a dura prova dall’occupazione di tutto o parte di questo territorio francese. 

Sempre dal punto di vista della coesione dell’Unione, non è probabilmente superfluo interrogarsi sin d’ora sulle conseguenze dell’inevitabile potenziamento dell’esercito tedesco risultante dal solo fatto dell’attuazione da parte di Berlino dell’impegno preso nel quadro della Nato di dedicare 2% del suo Prodotto interno lordo alle proprie spese di difesa. Già oggi i bilanci tedesco e francese della difesa sono equivalenti.

Se viene esclusa la parte dedicata dalla Francia alla dissuasione nucleare, il bilancio tedesco è già ampiamente superiore al bilancio della difesa convenzionale francese. Nella misura in cui, con un bilancio della difesa che ammonta a 1,38%, la Germania è molto più lontana dall’obiettivo dei 2% da raggiungere nel 2024 che non lo sia la Francia che ci dedica già l’1,82% (Nato, stime per il 2019), si intravede il differenziale futuro e il carattere effimero dell’indubitabile vantaggio qualitativo in termini di difesa di cui si può avvalere oggi la Francia. Si può ragionevolmente pensare che un tale sconvolgimento degli equilibri esistenti possa essere gestito «all’antica», al di fuori di un approccio comune, di un approccio risolutamente europeo?

No, l’esercito europeo non è solo un sogno, è una imperiosa necessità. Un’Unione senza esercito comune, è la garanzia di incubi futuri.

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