BlackstarL’album-epitaffio del 2016 è proprio un’uscita di scena à la Bowie

Il geniale artista inglese diceva di voler essere ricordato per aver sempre avuto dei gran tagli di capelli, ma in realtà ci ha lasciato le sue canzoni e un disco finale imprevisto e magnifico. Se si entra nel suo ultimo lavoro, i piedi non toccano più il fondo. Ed è allora che succedono le cose più eccitanti. Read & Listen

La copertina del disco

“Blackstar” esce l’8 gennaio 2016, il giorno del 69esimo compleanno di David Bowie, due giorni prima della sua morte. Sono entrambi eventi non annunciati, imprevisti, sorprendente il primo, scioccante il secondo. Sicuramente, magnificamente orchestrati. Un’uscita di scena da artista consumato, articolata su tre livelli che sono il risultato di un ultimo anno di lavoro intenso, in condizioni estreme, con una determinazione feroce a portarli a termine: un album decisamente innovativo, “Blackstar”, nel quale ancora una volta Bowie va in cerca di nuovi territori; uno spettacolo teatrale, “Lazarus”, che ripercorre in tempi moderni la fantascientifica favola di Anthony Newton, l’uomo che cadde sulla terra; infine, due video tratti dall’album, “Blackstar” e “Lazarus”, che racchiudono una tale messe di simbolismi da riempire pagine su pagine di commenti e ipotesi.

È un consapevole epitaffio, tutt’altro che auto-celebrativo, nel quale David non solo si ricollega al suo passato, ma ancora una volta si protende verso il futuro, anche dopo la morte. Questa volta è importante ma limitativo pensare a un ultimo album: piuttosto, un “ultimo anno” nel quale ogni energia è servita a chiudere il cerchio, e a lasciare un segno che potesse essere ricondotto unicamente a David Bowie. Semplicemente, un geniale Artista dei nostri tempi.

“Blackstar” esce non annunciato esattamente come dal nulla tre anni prima si era materializzato “The Next Day”, a sua volta a dieci anni dall’ultimo “Reality”: lavorare in segreto e uscire a sorpresa, sicuramente con un sottile gusto di mission impossible compiuta, un senso di libertà, per chi aveva sempre avuto i riflettori e le aspettative puntate addosso deve essere una gran soddisfazione. In un mondo in cui tutti sanno tutto di tutti, Bowie riesce a passare sottotraccia.

Il cambiamento totale di vita è dovuto a un infarto, non gravissimo, alla fine di un concerto del Reality Tour del 2004, che rimarrà il suo ultimo. Si è mimetizzato – lui così iconico, le cui maschere erano sempre fatte per colpire e farsi ammirare – nell’anonimato di midtown New York. Nascosto in piena vista, si potrebbe dire. Porta la figlia Alexandra a scuola, qualche apparizione pubblica con la regale Iman, ma per il resto silenzio su tutto. Niente concerti, niente interviste, niente celebrazioni. In fondo in dieci anni ne succedono di ogni, e Bowie a poco a poco diventa un ricordo.

Quando torna, qualcosa è cambiato. Lui che ha sempre guardato avanti, lasciando le sue maschere nell’armadio, riguarda indietro: in “Where Are We Now”, malinconica e nostalgica, riappaiono i luoghi di Berlino dove nel 1977 era andato a cercare nuova vita: «Ho prodotto lì della musica che è fra le più gratificanti nella mia vita di artista. Mi piaceva molto la libertà che mi dava». E, dato che qualcosa di concettuale nel lavoro di Bowie c’è sempre, si parte dalla copertina: il tema portante ancora una volta è il tempo, quel quadrato al centro di una delle copertine storiche (le provano tutte con l’art director Jonathan Barnbrook, e decidono per quella di “Heroes”) vuol allo stesso tempo citare il passato e sostituirlo. Creare un vuoto, e riempirlo di contenuti nuovi. Difficile capire, lì per lì, se sia una ripartenza o un gran finale. Poi, incassate le lodi convinte della critica e il primo posto in classifica, l‘uomo del mistero sparisce di nuovo.

Per arrivare a “Blackstar”, però, c’è un anello di congiunzione: “Sue (Or in A Season In Crime)”, che esce nel 2014, anche per gli standard un po’ elitisti di Bowie è un singolo veramente anomalo. È come uscire dalla propria comfort zone di un album di classic-Bowie (che ordinario non è mai) come “The Next Day” e mettersi in gioco. Con “Blackstar” lo sarà ancora di più: «Credo sia assai pericoloso per un artista soddisfare le aspettative degli altri. Se ti senti al sicuro nell’area nella quale stai lavorando, non stai lavorando nell’area giusta. Devi sempre andare un pò più avanti, quando senti che i piedi non toccano più il fondo, sei nel posto giusto perché accada qualcosa di eccitante».

Lo realizza con Maria Schneider, una pianista di classica e jazz titolare di una big band di una trentina di elementi di modern jazz che a David e a Tony Visconti, lo storico produttore ancora una volta al suo fianco, piace moltissimo. Nel documentario “The Final Years” Visconti racconta come siano rimasti colpiti da «tutto quello che ci piaceva della musica da big band: strana, discordante, eterea». Bowie manda a Maria una melodia, alcuni accordi sui quali vuol costruire il brano, lei le gira intorno con tante variazioni, finché non trova il tono, dark, che Bowie ha in mente.

L’incedere è drammatico, l’interpretazione di David teatrale, da attore, per un brano nevrotico e sfuggente, più una pièce che una canzone: un monologo confuso e disperato che non capisci se è un addio di una torturata storia di amore, o se sia un omicidio. Cosa che rimane in sospeso anche nel bellissimo video in bianco e nero, sobrio e d’impatto: lui in silhouette e le frasi proiettate su un un muro nero. Il singolo piace ad alcuni, non piace ad altri, tutti rimangono spiazzati dall’ennesima svolta.

Della grande formazione fa anche parte il quintetto jazz di Donny McCaslin, un sassofonista dal tono caldo e pulito, flessibile e capace di adattarsi. Quando Bowie torna da Maria e le chiede se voglia proseguire la collaborazione per un nuovo album, lei gli dice che non può, sta incidendo il suo: «Però credo che dovresti fare un disco con la band di Donny». «Davvero? Sarebbe un sogno, ma non so se accetterebbero». «Are you kiddin’?» («Stai scherzando?), gli risponde Maria, e li mette in contatto.

L’idea è quella di non avere, come negli ultimi album, un gruppo rock che suona jazz, ma di capovolgere il tutto, e avere piuttosto un gruppo jazz che suoni rock, funk, elettronica con sensibilità jazzistica e competenze diverse, anche loro con i piedi che non toccano più il fondo.

Bowie prima manda loro i demos, come è prassi per sintonizzarsi sul progetto, poi li incontra, avendo come al solito già molto pianificato e deciso, («Fin dal primo giorno David era già completamente dentro il progetto», dice McCaslin), ma lasciando loro libertà di improvvisare, di cercare nuovi suoni e traiettorie per un mix inedito per Bowie, e quindi perfetto per la sua ricerca continua di nuove sintesi fra elementi discordanti. E, fra l’altro, chiude un primo cerchio, perché il sax è il primo strumento del Bowie teenager, dello strumento e del jazz in generale è rimasto comunque sempre un appassionato, anche se non è praticamente mai comparso nelle sue incisioni, se non in alcune pennellate sulla tela: in fondo, il pianista Mike Garson, che lo ha accompagnato negli anni 70 e di nuovo vent’anni dopo, viene non a caso dal free jazz.

Bowie non è però uno che si fa influenzare dagli stili, piuttosto li piega alle sue esigenze, come aveva fatto negli anni Settanta con l’elettronica dei gruppi tedeschi come Kraftwerk, Neu, Tangerine Dream: “Station To Station” e la trilogia berlinese hanno una ispirazione elettronica dietro, ma col contrappeso di una sezione ritmica nera, funky e potente. Le influenze dichiarate questa volta sono l’ibrido hiphop/jazz di “Black Messiah” di D’Angelo e di Kendrick Lamaar, oltre a gruppi di ambient elettronico come i Boards of Canada. Quindi “Blackstar” non è un disco di jazz, forse jazzato, in realtà una contaminazione che apre ancora una volta scenari da apripista. Quello che fa il quintetto è rendere più complessi gli arrangiamenti, dare una patina di imprevedibilità alle canzoni, riempire gli interstizi con improvvisazioni, cercare suoni fuori dalle rotte abituali, trovare nel sax di McCoslin il contraltare alla voce di Bowie accompagnandola, spesso prolungandola.

La title-track che apre l’album è un brano di 9’58” (i 10’ sono il limite per non poter comprare un brano on line) composto da due brani diversi, uniti da un passaggio abbastanza dark di voci che sfociano in un crescendo elettronico più morbido. Più teso e inquieto il primo, più una ballata alla Bowie il secondo, con la voce di Bowie innalzata di un quinto di tono per dare un senso di estraniamento, il suo coro “I’m a blackstar” come se venisse già dallo spazio, una voce disincarnata che ripete la sua identità di continuo. Verso il finale, i due brani si cementano quando il testo del primo è cantato sulla melodia del secondo.
Il drumming di Mark Guiliana nel primo brano è nervoso, agile, spezzato ma con propulsione continua, la seconda parte è molto più eterea, tappeti di tastiere elettroniche impressionistiche a creare il fondale sonoro, come lo erano i brani di “Low”.

Il brano esce a novembre come singolo e come video, indistricabili, e qui si apre una messe di interpretazioni suggestive e bizzarre, peraltro sicuramente disseminate con gusto da Bowie stesso. Il video si apre in una distesa da pianeta lontano, con una eclisse di sole in atto, dove una ragazza con la coda, contaminazione uomo-animale, trova il corpo di un astronauta (sulla tuta lo smiley che ha usato il figlio Duncan nel suo film). È Major Tom, che finalmente dopo 50 anni ha trovato pace. La ragazza apre il casco e rivela un teschio intarsiato da pietre preziose:

«Nella villa di Ormen
C’è una candela solitaria
Sta al centro di tutto
Come i tuoi occhi.

Il giorno dell’esecuzione
Solo donne si inginocchiano e sorridono
Al centro di tutto
I tuoi occhi…».

Intanto, “in the villa of Ormen” viene pronunciato come se dicesse “the revealer of all men”, colei che rivela agli uomini, la morte (ricordate quella frase su “Quicksand”, «la conoscenza viene con la liberazione della morte»?). “Ormen-Il Serpente” è un romanzo dello svedese Stig Dagerman, morto suicida a 31 anni. Il serpente, simbolo importante in magia nera, potrebbe anche essere un riferimento all’occultista Alistair Crowley che ispirò “Station To Station”. Secondo McClosin, il video è ispirato all’Isis, nel senso di una visione religiosa deviata e maniacale.

Bowie ha una maschera di stoffa bianca sugli occhi, come se la vista fosse bloccata, con due bottoni neri al posto degli occhi. Canta affiancato da due ragazzi (uno albino e uno nero) e una ragazza in preda a un tremore nervoso epilettico (un rimando forse al fratello?). Durante il passaggio al secondo brano Bowie guarda lontano, tenendo un quaderno con la stella nera in mano, come a mostrarlo al mondo:

«Qualcosa è successo, il giorno della sua morte
Lo spirito si è alzato di un metro e si è spostato di fianco
Qualcun altro ha preso il suo posto, e con coraggio ha gridato
“I’m a black star, sono una stella nera”.

Quante volte può cadere un angelo?
Quante volte la gente mente invece di parlare dritto?
Ha camminato sulla terra sacra, ha urlato alla folla
“sono una blackstar, non sono un gangstar”…».

Bowie comincia a cantare con movenze da palco, a ogni riga ribadendo il concetto della stella nera, sulla quale, anche qui, si sprecano le interpretazioni: è una lesione tumorale (che si manifesta però al seno)? È il pianeta invisibile che i teorici dell’Apocalisse pensano un giorno si schianterà sulla terra? È lo stato di passaggio fra un buco nero, stella collassata, e uno stadio intermedio? O fors’ancora è il titolo di una canzone inedita di Elvis, il primo idolo di David: «Quando un uomo cerca la sua stella nera, sa che la sua ora è arrivata»?

La ragazza poi mette il teschio in una teca e lo porta al villaggio, a un circolo di figure femminili che si inginocchiano e, colte anch’esse da tremori, compiono un rituale che potrebbe essere di passaggio, come a dire “io non ci sono più, il mio posto sarà preso da altri”, mentre in lontananza tre figure in croce, spaventapasseri anch’essi bendati che rimandano a Cristo e i due ladroni, vengono attaccate da una creatura (la morte?) che sembra un mocio vileda capovolto. Ce n’è evidentemente da elucubrare per giorni, ma almeno un significato è palese: «Major Tom è stato il primo personaggio che ho creato e che ha avuto successo. Gli sono molto affezionato». Lo aveva già ripreso in “Ashes To Ashes” ma qui è proprio la chiusura di un cerchio, lo spirito di Tom/David che trapassa verso una vita successiva. Prende un frammento del passato, e compone il futuro.

Se l’inizio dell’album ha un impatto al limite del soprannaturale, una nuova versione di “Sue” e del suo retro a 45, “’Tis a Pity She Was a Whore” puntano altrove: nella prima, l’arrangiamento della big band di Maria Schneider lascia posto a eco, feedback e rumori elettronici, mentre il ritmo drum’n’bass è sostituito da una ritmica dura e distorta, il risultato finale meno avant-garde ma certamente più compatto. Il secondo, titolo di una pièce teatrale di John Ford del XVII secolo (in italiano “Peccato sia una sgualdrina”) in cui un uomo fa l’amore con la sorella e poi la trafigge al cuore, è un passaggio violento anche musicalmente, batteria che pesta e sax impazzito.

C’è un altro richiamo ancora, non drammatico musicalmente ma che rimanda a un film che ha quasi aperto da solo la stagione della violenza urbana nel mondo, “Arancia Meccanica”, tratto dal romanzo di Antony Burgess: il linguaggio di “Girl Loves Me” è simile al Nadsat (linguaggio inventato, inglese nonsense derivato dal russo) con cui si parlavano i Drughi.

“Dollar Days” è una ballata tipica bowiana, struggente e avvolgente, dove c’è una frase che rivela ancora una volta il suo approccio verso chi non lo capiva:

«Muoio dalla voglia
Di fargli il contropelo
E ingannarli, ancora una volta
Cerco di farlo
Muoio dalla voglia…».

Laddove quel “I’m dying to” diventa “I’m dying too”, muoio anch’io. Un altro indizio lasciato cadere, che si svelerà solo successivamente. Se nel passato Bowie ha sempre lasciato ambiguo il confine fra realtà e finzione, «parte del mio intrattenimento è mentirvi», in quest’album, che lui sa essere l’ultimo, il gioco è ancora mistero e ambiguità, ma disseminata di indizi reali sulla sua vita.

Una parte importante della sua scrittura è sempre stata l’alienazione, quel senso di spiazzamento, di disagio, dell’essere fuori, da un’altra parte. Di non usare la narrazione in senso tradizionale, piuttosto una sequenza di immagini, di flash spesso solo accennati: «Non sono il tipo che può dipingere con chiarezza quello che succede, piuttosto come sento e vivo la situazione». Bowie non è mai stato esplicito, fino al limite – ispirato da William Burroughs – di risolvere il problema “narrazione” con il “cut and paste”, la ricombinazione casuale del testo. L’alieno è entrato e uscito molte volte nella sua poetica, ma bisogna anche ricordare che un alieno lui l’ha avuto, in famiglia: Terry Burns, il fratellastro maggiore, è stato importante nella sua crescita (l’ha avvicinato al jazz, ai poeti beat, aprendogli la mente fin da giovanissimo), ma dalla durissima madre è sempre stato tenuto nascosto, un figlio della colpa che non doveva intralciare lo status familiare. Il suicidio finale ha sicuramente lasciato una traccia nel fratello talentuoso, e questo senso del “diverso” è sempre stato al centro della sua arte.

L’alieno che ha portato sullo schermo nel film di Nicholas Roeg “L’uomo che cadde sulla Terra” è il punto di partenza per l’altro lavoro, insieme a Enda Walsh, che Bowie riesce a portare a termine nel 2015. Se le session del disco sono cominciate a gennaio, e in tarda primavera tutto è definito, in primavera Bowie avvicina anche Robert Fox, produttore teatrale, con un titolo, “Lazarus”, e la voglia di coronare un sogno, scrivere un musical per Broadway. Era con questa ambizione che aveva cominciato a scrivere canzoni, molto prima di avere successo. C’aveva già provato con “1984” di George Orwell, la cui vedova non aveva dato però il permesso, facendolo ripiegare su un concetto distopico simile per “Diamond Dogs”. E un altro cerchio si chiude, la storia di Newton che si muove in una realtà urbana moderna, un appartamento a New York. Il protagonista Michael C. Hall, il Dexter televisivo, non ha nulla di somigliante all’alieno dai capelli biondo-rossi del 1976, ma Bowie non vuol fare un musical tradizionale, è lontano anni luce da Broadway o dal West End londinese. Sarà più una pièce supportata dalla musica che un musical supportato dal testo. Vuole farne un’opera d’arte minimalista, concettuale, e non vuole neanche che si chiuda con “Heroes”, «è troppo un inno», commenta, ma alla fine lo convincono e il risultato è toccante, malinconia invece che trionfalismo: un eroe mortale, che accetta la morte mentre canta una storia di immortalità.

Al produttore Bowie dice da subito che non potrà essere presente quanto vorrebbe perché sta facendo dei trattamenti, ma che sarà coinvolto totalmente. E così è, assiste alle prove, scrive del materiale aggiuntivo, e la sera della prima il 7 dicembre al New York Theatre Workshop è presente in sala e sale sul proscenio per salutare i presenti.

Nessuno sa ancora cosa sta per succedere.

L’ha scoperto a ottobre anche il regista dei suoi clip, Johan Ranck. Mentre stanno per girare il video di “Lazarus”, ulteriore collegamento fra i due lavori, Bowie viene a sapere che il suo cancro al fegato è terminale, non si può far più nulla, c’è solo da aspettare la fine. Forse sei mesi, forse meno.

«Guardatemi, sono in paradiso
Ho cicatrici che non si possono vedere
Ho drammaticità, non può essere rubata
Mi conoscono tutti, ormai.

Guarda su, amico
Non ho più nulla da perdere
Sono così in alto che mi gira la testa
Ho fatto cadere giù il mio cellulare

Quando sono arrivato a New York
Vivevo come un re
Ho speso tutti i miei soldi
Cercavo il tuo culo

In questo modo o in nessun’altro
Sarò libero
Proprio come quel pettirosso
Ora, non è proprio una cosa da me?».

Quando il regista sente Lazzaro, pensa subito a un letto, una persona che tenta di rialzarsi. Di rinascere, perché in fondo non è quello che ha fatto tante volte Bowie, quando uccideva un personaggio e ne inventava un altro?
Il video è di una forza impressionante. Se guardate e sentite “Lazarus” con il senno di poi, cosa che nessuna delle recensioni dell’album ha la possibilità di fare, il disegno si fa chiaro: è davvero un ultimo saluto, un’ultima poetica e drammatica uscita di scena di una persona che ha capito e accettato il suo destino.

Non è proprio una cosa da me?, ovvero “da Bowie”. Certo che lo è.
E anche aver passato l’ultimo anno della propria vita a lasciare un’ultima eredità è davvero una scelta alla Bowie: «Io voglio essere una star, ma c’è molto di più da fare», aveva detto ai tempi di Ziggy. «Io voglio essere produttivo, voglio essere una star per poter poi entrare in altri campi». Missione compiuta, Major Tom/David. Più di quanto lui, e noi, avremmo mai pensato.

Bowie è stato un’opera d’arte vivente: classe, mistero, ambiguità, ambizione, fantasia, intrigante, occulto, avanguardista, e dosi sovrabbondanti di sexiness. E humour. Come vorresti essere ricordato, David? «Come uno che ha sempre avuto dei gran tagli di capelli».

Un’opera d’arte vivente, che è riuscito a rendere tale anche la sua morte. Non ci sarà mai un altro Bowie. Come ha detto Nicholas Pegg, uno dei suoi biografi: «Se siete tristi, pensate che la terra ha quattro miliardi di anni, e tu sei riuscito a vivere nella stessa era di David Bowie».

58 (continua). Qui le altre puntate.

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