La crisi infinitaIl Partito democratico sfida Conte sul controllo dei Servizi segreti (sì, ancora)

I democratici non hanno intenzione di cedere al desiderio del premier di mettere una persona di sua fiducia all’Autorità Delegata. Palazzo Chigi sa che, dopo la crisi innescata da Renzi, aprirsi al dialogo con il Pd è un passaggio necessario per stabilizzare l’esecutivo

Pixabay

Dj Fofò, a capo dei Servizi? La voce circola, anzi, è fatta circolare ad arte da ambienti Cinquestelle e dà la misura perfetta delle follie e dei miasmi che si intrecciano in questi giorni a Palazzo Chigi. Il ministro Alfonso Bonafede che ha fatto uscire dal carcere centinaia di mafiosi, ubbidendo al messaggio di minaccia lanciato con la rivolta nelle carceri organizzata dagli stessi mafiosi. Il Guardasigilli che è stato accusato dal magistrato Nino di Matteo di non averlo nominato alla direzione del Dap dopo «i timori dei boss», pare ora essere indicato quale nuovo titolare della Autorità Delegata per il controllo politico dei Servizi segreti.

Un’ipotesi che è il simbolo perfetto della “cultura di governo” che si respira a Palazzo Chigi e del tipo di trattativa che Giuseppe Conte intende avviare col Partito democratico per riassettare l’esecutivo dopo la crisi innescata da Matteo Renzi.

Naturalmente, il Partito democratico ha capito l’antifona ed è estremamente preoccupato, di più: si sta preparando a fare il volto dell’arme sul controllo dei Servizi. Questo perché queste voci sulla delega sui Servizi a Bonafede vengono dopo le pubbliche affermazioni sibilline di Conte sulla sua volontà di delegare “una persona di sua fiducia”.

«Questa dichiarazione ha accentuato il tasso di fibrillazione del sistema – dice a Linkiesta un alto dirigente dem – e fa capire che a palazzo Chigi non si comprende affatto che questa delega deve essere gestita con grande duttilità politica, non da una persona di fiducia di Conte, magari il suo capo di gabinetto, ma da chi sia in grado di gestire politicamente, non tecnicamente, questa carica in modo bipartisan».

Per il dirigente del Partito democratico è fondamentale che «l’Autorità delegata goa della fiducia della maggioranza, naturalmente, ma anche dell’opposizione. Questo è il punto che Conte mostra tuttora di non capire: da 14 anni, dalla riforma del 2007 (ma anche nel decennio precedente), i Servizi sono stati diretti politicamente in maniera limpidamente bipartisan: Gianni Letta, De Gennaro e Marco Minniti hanno sempre gestito la carica con pieno, assoluto rispetto e fiducia da parte delle opposizioni. Non hanno mai operato in quanto “fiduciari” del premier. Il fraintendimento su questo punto essenziale da parte di Giuseppe Conte – non si capisce se per dilettantismo o malizia – è estremamente preoccupante, deforma il sistema e gli equilibri. Men che meno è pensabile di contrattare l’Autorità Delegata come fosse una delle poltrone ministeriali oggetto del rimpasto in atto, come fosse una casella del nuovo manuale Cencelli. Chi affronta il tema con questo spirito – e Conte questo sta facendo – si rende responsabile di un vulnus allo stesso equilibrio istituzionale dei Servizi».

Dunque, quantomeno a oggi, il Partito democratico non intende lasciare mano libera a Conte su questa delega. Non intende trattarla come fosse pari al ministro dell’Agricoltura, né permettere che serva a una rotazione di poltrone.

Il tutto – va notato – con il pieno appoggio dell’opposizione, che non a caso dirige oggi il Copasir con Raffaele Volpe che ha appena deliberato di chiedere conto a Conte di una serie di strappi istituzionali o di comportamento di cui si è reso responsabile Palazzo Chigi: dagli incontri tra Vecchione e il Procuratore Generale americano Barr, alle forzature tentate sulla Cybersicurezza, alla proroga delle nomine ai vertici dei Servizi, per arrivare alla fantozziana geolocalizzazione della sua posizione pubblicizzata da Rocco Casalino durante la visita di Conte ad Haftar a Bengasi e per finire con le accuse di complotto contro Trump rivolte a Matteo Renzi da quel amalgama di castronerie che è il “caso Mifsud”.

«Noi non avanziamo per ora candidature, ma terremo rigidamente il punto – chiosa il dirigente del Partito democratico – sulla nomina della Autorità Delegata, perché il partito è l’unica forza politica della maggioranza che oggi dà le necessarie garanzie istituzionali. Il Partito democratico è l’unico partito-sistema, l’unica forza rispettosa di quello che Marco Minniti ha sempre definito ésprit Républicain».

Si vedrà ora quanto Nicola Zingaretti riuscirà a tenere duro sul punto. I precedenti non sono incoraggianti.

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