Andamento differenzialeLa storia italiana degli ultimi 15 anni raccontata attraverso lo spread

Durante la crisi del debito greco imparammo il termine che indica il differenziale di rendimenti tra titoli di Stato del Belpaese e quelli tedeschi. Il suo rapido aumento portò alla fine del governo Berlusconi, mentre bastò il «whatever it takes» di Mario Draghi per abbassarlo drasticamente. Oggi è a quota 90, sparito dalle cronache quotidiane

Pixabay

Nelle ultime settimane si è tornato a parlare con insistenza dello spread: una parola entrata nel vocabolario italiano dieci anni fa quando un suo repentino aumento costrinse il governo Berlusconi a dimettersi.

Fu allora che anche i non addetti ai lavori impararono che lo spread misurava il differenziale di rendimento tra i nostri titoli di stato decennali e quelli tedeschi. Le sue caratteristiche divennero note a tutti. Uno: lo spread viene misurato in punti base. Dire che lo spread è a quota 200 significa che il titolo emesso dallo Stato italiano rende il 2% in più rispetto ai titoli tedeschi. Due: maggiore lo spread, minore l’affidabilità sui mercati di un paese.

È però necessaria una precisazione: lo spread misura il differenziale di rendimento tra titoli già emessi. In poche parole, ci dà l’idea del prezzo a cui gli investitori si scambiano titoli di stato già in circolazione. Quindi lo Stato è estraneo a queste transazioni finanziarie. Sarebbe a dire che non esiste una relazione diretta tra spread e l’interesse che lo Stato paga sui suoi titoli.

Però monitorare l’andamento dello spread risulta utile perché un suo aumento indica che il mercato potrebbe chiedere allo Stato un tasso di interesse maggiore in occasione della prossima emissione di titoli.

Da quasi un decennio siamo abituati a monitorare lo spread ogni qual volta l’Italia sia sull’orlo di una crisi politica e/o economica. Potremmo ormai tracciare la storia recente italiana studiando l’andamento dello spread.

Fino alla crisi dei mutui subprime il differenziale tra i titoli italiani e tedeschi era inferiore ai 50 punti base. Erano gli anni in cui il Pil pro capite italiano era in linea con quello tedesco e francese. Il fallimento della Lehman Brothers nel 2008 alzò leggermente la tensione finanziaria e il differenziale arrivò a superare i 100 punti base. Rimaneva però un indice sconosciuto ai più.

Fu durante la crisi del debito greco che imparammo a conoscere la parola spread. Correva l’anno 2011 e i mercati finanziari iniziarono a sospettare (o scommettere?) che la crisi greca si sarebbe estesa ai paesi più fragili. Erano gli anni dei PIGS: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna.

Durante l’estate del 2011 l’indice superò i 300 punti base. Il governo italiano fu obbligato a rientrare dalle vacanze estive e varare il famoso “decreto Ferragosto”. Fu un disperato tentativo di rassicurare il mercato sistemando le finanze pubbliche attraverso una correzione da 20 miliardi di euro annui.

Non essendoci tempo di fare tagli selettivi il governo varò un taglio uniforme alla spesa di tutti i ministeri e un contributo di solidarietà per i redditi più alti.

Ma il governo sembrava aver perso anche la fiducia dei propri alleati, vedi i sorrisi di Sarkozy e Merkel quando gli venne domandato se avessero fiducia nel governo Berlusconi. Lo spread sembrava inarrestabile. Il 9 novembre arrivò a 575 punti e Silvio Berlusconi salì al Quirinale per rassegnare le proprie dimissioni.

Paolo Rizzo

Neanche i primi mesi del governo Monti furono facili. Nell’estate 2012 i crescenti dubbi sulla tenuta del sistema bancario spagnolo fecero salire all’insù lo spread spagnolo e, per i timori del contagio, quello italiano. Fu varato un salvataggio delle banche spagnole ma lo spread rimaneva alto perché i mercati pensavano che altre economie potessero essere contagiate.

Fu in quel momento che le celeberrime tre parole di Mario Draghi salvarono la moneta unica. Era il 26 luglio 2012. Il giorno prima lo spread italiano aveva toccato i 530 punti. Quello spagnolo i 626. Ma il solo avvisare che la BCE era pronta a fare qualunque cosa (whatever it takes, appunto) pur di salvare la moneta unica convinse i mercati che non ci sarebbe stato nessun contagio. La convergenza verso i rendimenti tedeschi iniziò con quelle tre parole. Ne giro di due anni lo spread arrivò sotto quota 200.

L’inizio del programma del quantitative easing (QE) nel marzo 2015 non ebbe un grande effetto sull’andamento dello spread. In fondo erano bastate le parole di Mario Draghi per salvare l’euro e, spesso, l’economia funziona anche con aspettative che si auto-realizzano.

Fino a metà 2016 i titoli di stato italiani erano percepiti come relativamente più sicuri rispetto ai Bonos spagnoli. Qualcosa cambiò in vista dell’avvicinamento al referendum costituzionale del 4 dicembre dello stesso anno. Ma, in fin dei conti, l’andamento dei due spread rimase pressoché coordinato fino al primo governo Conte.

Dal momento in cui l’avvocato del popolo ricevette l’incarico dal presidente Mattarella lo spread schizzò su di 150 punti. Era un’anomalia italiana. Lo spread spagnolo, nonostante le ripetute crisi di governo, non ha subito grandi variazioni e si è mantenuto stabile intorno ai 100 punti. Quello italiano viaggiava oltre i 250. Inutile sottolineare che le ragioni fossero da ricercare nelle diverse vocazioni europeiste dei due governi.

A conferma di ciò, la fine del Conte I concise con una rapida diminuzione dello spread. Il nuovo governo era considerato più affidabile. Secondo quanto informò Bloomberg, Claudio Borghi, la cui presenza nella maggioranza gialloverde aveva contribuito a fare crescere lo spread, approfittò della caduta dello spread vendendo i suoi titoli di stato e realizzando una plusvalenza del 25%.

Un’ultima fiammata dello spreadsi ebbe nei giorni più tragici della pandemia. Nelle prime due settimane di marzo lo spread sfiorò quota 300 punti. Discese rapidamente grazie all’intervento della banca centrale e al suo stimolo monetario.

Adesso l’avvio del governo Draghi ha fatto scendere lo spread sotto i 90 punti. Si tratta di un ritorno ai valori del 2009 precedenti alla crisi dei debiti sovrani.

C’è però una sostanziale differenza. In quei mesi l’Italia pagava circa il 4% annuo di interesse sui titoli di stato, la Germania il 3%. Adesso i Bund tedeschi hanno un rendimento negativo: sarebbe a dire che gli investitori sono disposti a perdere parte del capitale pur di prestare soldi alla Germania. In Italia invece il tasso d’interesse è inferiore all’1%: un livello storicamente basso. Basti pensare che durante la crisi del 2011-2012 lo Stato fu costretto a emettere titoli a un tassosuperiore al 6%.

Insomma, a oggi il tasso di interesse che lo Stato paga sul debito preoccupa molto meno e da un punto di vista finanziario lo spread fa meno paura.

Viene tuttavia considerato un utile indicatore sia considerando il ruolo che ha avuto negli ultimi 10 anni e perché, in fin dei conti, rimane il numero più immediato che ci permette monitorare l’evoluzione della politica italiana.