Ritorno alle radiciIl sottile equilibrio fra suono e silenzio nella musica contemplativa di Jan Garbarek

In “I Took Up The Runes” del 1990, il sassofonista del Nord sa parlare sia alla parte introversa che estroversa dell’ascoltatore. Un album di magia pura. Le influenze folk e il jazz trovano un equilibrio affascinante. Il timbro del suo sax è lucido e tagliente come acciaio inossidabile. Read&Listen

I took up the runes - Jan Garbarek

C’è qualcosa di immediatamente riconoscibile che distingue e rende unico il suono dei sassofoni di Jan Garbarek, in particolare quando imbraccia il piccolo sax soprano: è il suo timbro, lucido e tagliente come acciaio inossidabile, con note sostenute a lungo, molto a lungo. Potente e alto quando serve, appena sussurrato quando l’atmosfera si fa più contemplativa, quel suono è indissolubilmente legato alle sue origini nordiche ed evoca gli spazi, vasti e incontaminati, della sua Norvegia.

Quel timbro, che da alcuni viene considerato freddo come il Nord, ma che invece a me sembra poeticamente essenziale e anzi molto evocativo, è la sua cifra, senza dimenticare un’altra componente fondamentale della sua maniera di intendere musica: il silenzio.

Jan non è un solista torrenziale, non riempie di note il pentagramma, non ha quell’attitudine prepotente, quasi debordante, non suona mai una nota in più del necessario. Rispetta, appunto, il sottile equilibrio fra suono e silenzio.

Ha molti album al suo attivo, e forse ancor di più collaborazioni, che nel suo caso sono quanto di più eclettico si possa immaginare: dal quartetto europeo di Keith Jarrett al gruppo vocale di musica gregoriana The Hilliard Ensemble, dalle folk songs norvegesi a quelle africane, dai ragas pakistani a delicati dischi che entrano in territorio ambient, Garbarek sa adattarsi alle situazioni, anche a stili lontani dal suo. È sempre lui, non puoi sbagliarti, ma i contesti sono incredibilmente diversi. E, generalmente, il risultato di queste esplorazioni a 360° è di assoluto prestigio. 

Nella difficoltà di scegliere un album che lo rappresenti totalmente, ho scelto l’album con cui mi sono innamorato del suo percorso, che a quel punto aveva già due decadi di dischi e concerti alle spalle. “I Took Up The Runes” l’ho incontrato in un periodo in cui ero affascinato da strumenti di interpretazione alternativa della realtà (possiamo chiamarli così?) come gli I-Ching, i Tarocchi, le Rune.

L’alfabeto runico, detto futhark e che prende il nome dalle iniziali delle prime sei, è un alfabeto di 24 segni composti da linee rette abbastanza semplici. Ogni lettera ha un nome e un suono distintivo, e mentre se ne sa relativamente poco della loro origine, dalle popolazioni germaniche e scandinave presso cui erano diffuse la loro presenza -su iscrizioni rupestri o monete- è arrivata in luoghi lontani, dalla Groenlandia alla Grecia, grazie alle strade e i relativi spostamenti durante e dopo l’Impero Romano.   

Nel “The Book of Runes” di Ralph Blum, viene spiegato come le rune fino al Medioevo fossero usate dai Vichinghi come un Oracolo e gli ultimi Maestri fossero probabilmente vissuti in Islanda nel 1600: i segni incisi o disegnati su superfici come piccoli sassi piatti venivano usate in cerimonie pubbliche o private sia per la divinazione che per invocare forze invisibili. Interpretate da Maestri o sciamani riguardo a questioni come le maree, i raccolti, l’amore, la guarigione, erano segni propizi incisi su amuleti e spade, coppe e le prue delle imbarcazioni. Si potevano leggere estraendole a una a una dal sacchetto nel quale vanno riposte, oppure gettandole tutte insieme interpretando solo quelle col lato scritto: una forma di comunicazione con il sapere del nostro inconscio, non necessariamente per predire il futuro, piuttosto per dirigere l’attenzione verso le scelte interiori che possono essere gli elementi per determinare quel futuro. 

Quando Jan Garbarek raccoglie le rune è il 1991, e rappresenta la conferma di un cambiamento di direzione nel suo percorso musicale. Jan nasce a Mysen, nella contea più a sud-est della Norvegia, al confine con la Svezia. È figlio di un prigioniero di guerra polacco e della figlia di un agricoltore. Cresce a Oslo, si sposa giovanissimo con Vigdis (la figlia Anja è cantante e notevole performer) quando da teenager è stato già fulminato dall’ascolto di John Coltrane: prima ancora di comprarsi lo strumento, impara a memoria tutte le posizioni delle dita sui tasti. I suoi inizi sono con il gruppo del pianista americano George Russell (nel suo periodo scandinavo) con “Electronic Sonata for Souls Loved By Nature”, il suo debutto solista segue nel 1969 con “Esoteric Circle”. Sono album imbevuti di free jazz, influenzati da Albert Ayler, e gli valgono una chiamata da Manfred Eicher, patron della nascente ECM, etichetta di cui diventerà uno degli ambasciatori più prolifici: l’eleganza minimalista, la trasparenza sonora e le contaminazioni concettuali della ECM diventeranno la sua e viceversa. 

Il primo album su ECM è “Afric Pepperbird”, poi arriva il primo capolavoro “Wichi-Tai-To” (1973) e l’anno successivo con l’eccellente “Belonging” inizia un lustro di attività con il quartetto europeo di Jarrett (per distinguerlo dal quartetto americano del periodo), con Jarrett al posto dell’abituale Bobo Stenson e la raffinata ritmica di Palle Danielsson e Jon Christensen.  Nel 1976 esce “Dis”, ed è un ulteriore cambiamento: in duo con il chitarrista acustico Ralph Towner suona in diversi brani una arpa eolica (strumento a otto corde racchiuse in una scatola di legno e fatte vibrare dal vento) e i due danno vita a una musica dalle sensazioni più sfumate, eteree.

Da quel momento, Jan sembra andare dichiaratamente in cerca delle sue radici, e le influenze folcloriche scandinave diventano il tema portante. Nel 1988 pubblica “Legend Of The Seven Dreams” che si apre con ’He Comes From The North’ la cui melodia è basata su una joik lappone tradizionale che lui riveste con un sassofono meraviglioso. La joik è parte del patrimonio culturale dei Sami (per molto tempo chiamati Lapponi), popolo di origine germanica che nei secoli si è spostato sempre più a Nord, e ora occupa la parte più settentrionale della Fennoscandia, ovvero Norvegia, Svezia e Finlandia.

La maggior parte risiede sulla costa, una parte minore nelle montagne alle spalle, e per secoli si sono incrociati poco con il popolo norvegese. Quando sono entrati in contatto, non c’è stata accettazione né integrazione, e hanno alle spalle una lunga storia di discriminazioni, personali e culturali. 

Il joiking si ritiene sia una delle forme più antiche di canto europeo, ha degli elementi in comune con la cultura sciamanica siberiana, e per certi versi rassomiglia a quello dei nativi nord-americani. Il soggetto può essere personale o spirituale, ed evoca generalmente una persona o un luogo o un evento naturale quale l’aurora boreale. Generalmente hanno testi molto brevi, sono cantati a cappella o con un accompagnamento ritmico, e dagli anni 70 questa cultura quasi cancellata è tornata in auge, entrando anche nelle composizioni di gruppi musicali norvegesi, persino in quelli dell’Eurofestival o di una band finlandese di folk metal (esiste anche questo).

L’anno successivo esce “Rosensfole – Medieval Songs from Norway“, l’anello di collegamento: sono canzoni tradizionali, interpretate da Agnes Buen Garnas e musicate dal solo Garbarek – non solo strumenti a fiato, ma anche sintetizzatori e drum machines – che li riportano a una modernità assoluta. La title track è una leggenda che racconta di Rosensfoal, cavallo magnifico che al momento del matrimonio della sua padrona – giovane e bellissima come in tutte le favole – spezza tutti i suoi vincoli e la segue fin dall’altra parte del grande fiordo: ma dopo aver nuotato per 15 miglia ed essersi ricongiunto con l’amata padrona, muore di esaurimento fisico. Quelli che amano il folk celtico inglese dei tardi 60, Sandy Denny in primis, ritroveranno echi familiari.

È un primo tuffo completo nella musica etnica del Nord, che ha comunque riferimenti e similitudini in altre tradizioni folk geograficamente lontane, come quelle balcaniche o greche. Questo perché spesso le antiche musiche tradizionali hanno più contatti di quanto verrebbe istintivo supporre.

Nel 1990 esce “I Took Up The Runes”, nel quale le influenze folk e il jazz di Garbarek trovano un equilibrio affascinante. Il gruppo è lo stesso di “Seven Dreams”: Rainer Bruninghaus al piano, Eberhard Weber al contrabbasso e il brasiliano Nana Vasconcellos alle percussioni, aumentato dai synth di Bugge Wesseltoft e soprattutto da Manu Katchè alla batteria. L’austerità, che è una componente importante nella sua musica, qui si apre a momenti di gioia e di eccitazione non frequenti. 

In questo splendido concerto del 1991 in una Chiesa di Amburgo, Marylin Mazur al posto di Vasconcellos e Katchè, i primi 36’ sono ’Gula Gula’ e ’Molde Canticle’ (dopo entra anche Agnes Buen Garnas). 

Il brano di apertura è proprio un joik, la title track di un album uscito un paio d’anni prima e poi pubblicato internazionalmente su etichetta Real World di Peter Gabriel, “Gula Gula” di Marie Boine. La Boine è la stella degli interpreti di joiking, e il suo album è veramente bello, una contaminazione di musica tradizionale con elettronica ed effetti che la modernizzano brillantemente. Nella lingua Sami gula gula significa «ascoltare le voci delle antiche madri», ed è certamente un messaggio politico, oltreché musicale: parla di discriminazione e odio, e degli strumenti per opprimere una minoranza, “la Bibbia e l’alcool e la baionetta”. Nella versione di Garbarek il cantato non c’è. Si apre con un sassofono tenue, che arriva da lontano, e continua il suo incedere lento crescendo un po’ alla volta, accompagnato solo da un tamburo e dal pianoforte, fino a salire, salire, ed esplodere in un suono che ha qualcosa di torturato, drammatico.

’Molde Canticle’ è il pezzo centrale dell’album, 30′ suddivisi in cinque parti che girano sempre intorno a una melodia memorabile che ha qualcosa di pinkfloydiano nel modo in cui si costruisce lentamente, morbidamente, fino a diventare una di quelle arie maestose che riempiono lo spirito e lo innalzano. La prima parte inizia con un flauto, come il vento che soffia in una pianura sterminata, e annuncia il tema.  Nella seconda entra a pieno regime il drumming di Manu Katchè, che – col suo stile di fraseggi continui fra rullante e tom, un po’ alla Tony Allen – è un inaspettato contrasto con un jazz più contemplativo che di azione e improvvisazione. Jan non tocca mai il tema principale, ne diparte per armonie che ruotano intorno e scolpiscono l’aria, creando dal nulla un’architettura virtuale che rimane sospesa.

La terza parte, la più lunga a 10’, si apre con un assolo di basso di Weber, un altro che ha contribuito – soprattutto con il suo lavoro di sideman – al canone ECM. Jan svisa sopra con un sax che all’inizio è così acido e dilaniato che sembra una chitarra elettrica. È un evidente momento di riflessione, l’atmosfera si fa tenue, quasi impalpabile e sfuma via, mentre nell’altra direzione arrivano piano, percussioni e batteria a preparare l’arrivo del sax, che riprende il tema in maniera più piena, più viscerale, non a caso il sax tenore prende il posto di quello soprano, mentre un sottofondo di tastiere si allunga sul fondo e tutti gli altri vanno in una jam contenuta e di gran gusto. La quarta parte inizia con un ritmo funky di Katchè sul quale uno dopo l’altro entrano tutti, potrebbe essere uscita da un album di Peter Gabriel; i vocalizzi che vengono lanciati sono brevi, animaleschi, voci che hanno trovato una nuova dimensione e saltellano gioiose. Nell’ultima parte, come spesso avviene, ritorna tutto, il tema e le sue varianti, prima con delicatezza e poi con passaggi più ricchi, dinamici, di quelli ti trasportano via.

’I Took Up The Runes’, se vogliamo, è paradossalmente il brano più vicino al jazz degli inizi, una tastiera elettronica a dettare il mood molto melodico e swingante, grazie al magnifico drumming sincopato di Katchè e al gran lavoro al basso di Weber, intorno al quale Garbarek riprende alcuni degli stilemi dei primi album, free jazz incluso.

Anche ’Buena Hora, Buenos Vientos’ si distacca da atmosfere nordiche, e viaggia più in territori tropicali, un po’ alla Chick Corea del periodo di “Light As A Feather”; più volte rallenta e si acquieta, ma poi quella mano sinistra che batte sui tasti bianche e neri un ritmo di samba riporta tutta la band in primo piano. Languida e romantica, con lo sguardo a volte introspettivo e subito dopo rivolto verso orizzonti sereni, sfuma via su un magnifico assolo di pianoforte.

I due brani rimanenti sono affidati alla voce di Ingor Antte Ailu Gaup. In ’His Eyes Were Suns’ riprende la joik  ’Siera, Siera’ e la band lo accompagna con discrezione, battiti di mani e leggere percussioni prima, il sax tenore di Jan che a un certo punto vola via, vallo a riprendere. La conclusiva ’Rahkki Sruvvis’ è una breve cantata corale, con chiamata-e-risposta (che tendiamo ad associare alla musica africana, ma è in realtà il modello per qualsiasi canto tribale), col sottofondo del berimbau di Vasconcellos, un po’ di Brasile portato al circolo polare, strani effetti queste contaminazioni.

Garbarek negli anni proseguirà in queste sue esplorazioni ricche di contaminazioni, incrociando il jazz con i ragas pakistani in “Ragas And Sagas” del 1992 con la vocalità qawwali di Ustad Fateh Ali Kahn e nel ’94 con la musica classica in “Officium” (e poi “Mnemosyne” nel 1999 e “Officium Novum” nel 2010), canti gregoriani accompagnati dalla voce dei suoi sassofoni. Risposta di critica e pubblico inaspettata e clamorosa, Grammy compreso. Ma il mondo di Jan è ancora più vasto di questi due, che sembrano davvero ponti invisibili quanto impossibili. Per esempio, la collaborazione con la greca Elini Karaindrou in “Live in Athens 2010”; “Atmos” e “Universal Sincopations”, gli album incisi con l’ex bassista dei Weather Report Miroslav Vitous; “Magico – Carta De Amor” con Charlie Haden ed Egberto Gismonti, o “Dansere” con il vecchio quartetto ricomposto, Bobo Stenson al piano e un altro norvegese-ECM famoso, il chitarrista Terje Ripdal (entrambi 2012). Per gli appassionati, “Dresden”, ottimo live del 2016, mischia materiale nuovo con i classici del passato, e “Selected Works 1&2” ne sono una vetrina e sintesi. Nel suo percorso solista, comunque, il tema del folk norvegese ritornerà, magari in una palette musicale più eclettica, come in “Rites” (1998) o nello splendido “In Praise of Dreams” del 2004.

Un mondo, quello di Garbarek, in continuo movimento, e questo va tutto a suo onore. Creati una identità precisa, sembra il suo mantra, un suono tuo, e portali dovunque. A volte hanno definito la sua musica new age, ma credo sia solo perché la critica non sa come meglio definire la musica contemplativa, che pone corpo e mente in uno stato più intimo e trascendente. Come il miglior jazz, il signore del Nord ha questa capacità, questo doppio registro, che sa parlare sia alla parte introversa che estroversa dell’ascoltatore. Questo è il primo album in cui c’è questa dualità, che si colora spesso di magia pura.

P.S.
Ho raccolto anch’io le Rune, estraendone dal sacchetto tre che potessero rappresentare il significato, visibile o meno, di questo album. Sono uscite nell’ordine Berkana (Crescita), Laguz (Flusso, capovolta) e Jera (il Raccolto). Non credo ci sia bisogno di commentarle, sembrano una traiettoria perfetta, se non fosse che la seconda era capovolta: quando è così, l’indicazione è di «messa in guardia contro il rischio di eccedere la tua stessa forza. Spesso indica il non riuscire a usare la saggezza del proprio istinto, e l’indicazione è quella di entrare dentro e onorare il lato recettivo della tua natura di Guerriero Spirituale». È quello che credo Jan Garbarek abbia realizzato in pieno, con questo viaggio verso casa, in questo sontuoso ritorno alle radici.

63 (continua). Qui le altre puntate.

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