L’alter ego maschile di Patti SmithLo spirito fragile di Jim Carroll, artista estremo arrivato alla musica quasi per caso

Quando è ancora un teenager iperattivo figlio del Lower East Side di New York, il futuro cantautore vive a pieno una città che offre tutto, non si fa mancare nulla, inclusa l’eroina. Uno scrittore che ha saputo reinventarsi più volte: quando esce il suo primo album, ha 31 anni e ha vissuto già almeno tre vite. Read & Listen

La cover dell'album

«Ero un ragazzo cattolico
Redento attraverso il dolore
Non la gioia».

Questo album, sconosciuto ai più e vero oggetto di culto dei suoi accoliti, è il debutto di un ragazzo che a 31 anni ha vissuto già almeno tre vite, ed è riuscito non solo a sopravviverle, ma a distillarne prosa poesia e rock’n’roll. Carroll non è uno dei tanti che cercano la gloria, in quel momento fra punk e post-punk in una New York piena di gruppi e locali: in fondo non è neanche un r’n’roller, è uno scrittore e poeta che si avvicina alla musica quasi per caso, tutt’altro che intenzionato a cercare le classifiche e la popolarità.

Ha un occhio alla Lou Reed per l’underworld, impossibile da raccontare se non l’hai vissuto, ed è una sorta di alter ego maschile di Patti Smith. Lui nativo newyorkese, lei una che in città c’è voluta venire con tutte le sue forze, entrambi crescono a cavallo fra gli anni ‘60 e anni ‘70 in quel contesto creativo e molto alternativo che ruota intorno alla St. Mark’s Church nell’East Village, grande abbastanza da avere una ampia zona con un piccolo teatro utilizzata per eventi culturali, teatrali, di poesia.

La sera del primo reading di Patti con chitarra (quella del fedele braccio destro, Lenny Kaye) ci dovrebbe essere anche lui, ma viene preso in una retata di piccoli spacciatori liceali amici, e finisce in cella per una notte. Quando si rincontreranno anni dopo, Jim modellerà il suono della sua band su quello del già famoso Patti Smith Group e Patti manifesterà sempre ammirazione per il talento per le parole-in-musica di quell’angelo dalla faccia sporca che da grande vorrebbe fare il poeta serio, non la rockstar.

Ma quando il Jim ventenne comincia la sua carriera di poeta/performer, ha già un’altra vita alle spalle.

È nato e cresce nella Lower East Side di New York, papà di origine irlandese, si vede nei capelli ramati, negli zigomi alti e gli occhi verdi e nella voglia di andare fino in fondo, comunque. In tutte le cose. A 11 anni si trasferiscono a Ingwood, in un quartiere molto conservatore sulla punta nord di Manhattan, e ottiene una borsa di studio per il prestigioso Trinity College sull’Upper West Side, liceo per ricchi figli di papà avviati verso le Università della Ivy League. Jim ha due doni: uno per il basketball, l’altro per la scrittura. E una grande inclinazione per la autodistruttività, che comincia il suo dannato lavoro da subito.

Comincia a scrivere nell’autunno ’63, a 14 anni. È un diario “on the street”, una cronaca per episodi, «lo puoi leggere a caso, o dall’inizio alla fine, e l’effetto è diverso», dice in una delle molte interviste contenute insieme a tutti i suoi materiali sull’ottimo sito www.catholicboy.com.

Sketch urbani vividi della sua vita da teenager iperattivo, di quelli che la vita se la mangia davvero dentro un hamburger bun. “The Basketball Diaries” racconta le sue giornate da promessa del basket, le scarpette e la maglietta su questo corpo acerbamente atletico, 1.90 e spalle da guardia, pensiero e azioni veloci.

Le stesse che servono nell’altra sua natura, quella di ragazzo di strada, che si prende gioco di tutto e di tutti cacciandosi continuamente nei guai: con un candore assoluto e una prosa scrivi-come-parli, Jim descrive senza compiacimenti quello che si trova a vivere, con la sgangherata cerchia di amici che ha, fra i campi e i basement, la metro e la camera da letto. Succede più o meno qualsiasi cosa possiate immaginare: quattordicenni ninfomani e drag queen, droghe di qualsiasi tipo con relativi spacciatori, pappa e mignotte; papà che urla a lui che cerca solo un po’ di riconoscimento invece che critiche; coltelli a serramanico e inseguimenti nei vicoli e nei parchi da parte della polizia. E tanto sesso.

È un 15enne in piena esplosione ormonale che vive a rotta di collo in una città che ti offre di tutto, il peggio incluso, e non si fa mancare nulla. Inclusa l’eroina, che una notte gli amici gli offrono per la prima volta. Non ne ha paura perché pensa sia la marijuana a dare dipendenza, e la porta si apre. Non si richiuderà presto, né facilmente.

La roba porta con sé anche la necessità di rifornirsi, e Jim ne combina di ogni, dal rubare nei negozi al derubare le vecchiette, spaccio, insomma quell’insieme di pratiche che chiamano hustlin’ fino, eventualmente, a farsi pagare: quando nel 1995 ne faranno un film per la MTV generation, con un giovane e già bravissimo Di Caprio, tutto sarà moralizzato.

Nel film piange disperato mentre un businessman gli sta facendo un pompino a Grand Central Station. Nel libro lo racconta in tutt’altra maniera, fa capire come al contrario fosse in controllo della situazione, quantomeno non certo una vittima: «Una bizzarra sensazione spara il mio razzo di sangue sù nella mia zona mentre un incredibile rush di potere mi colpisce con tutte quelle facce che mi guardano mentre scopo una bocca in ginocchio…». E si capisce la febbrile sequenza di immagini che si trova a vivere «…immaginando che i guardoni intorno si trasformino in tutti gli insegnanti che ho avuto, tutte le ragazze che mi sono scopato, i poliziotti che mi hanno arrestato, i giudici, oh sì tutti i giudici, che sbavano».

Un attimo dopo la visione svanisce e le facce tornano «un cartoon in bianco e nero di uomini anziani, membri oscuri della notte cosmopolita».

La prosa anfetaminica, cruda, brutale e scandalosa, il ritmo che incalza sempre, raccontano le cento storie di una generazione bruciata, di lì a poco sopravviveranno in pochi. Per loro Jim scrive quello che è la cosa più vicina a un singolo da radio, “People Who Died”, non per cerebrarli, diciamo per ricordarli: «È come un’elegia, ma non è sentimentale. È solo una lista delle persone che sono morte e la loro età»:

«Teddy sniffava colla aveva 12 anni
Caduto dal tetto sulla 9^ strada est
Cathy ne aveva 11 quando si è suicidata
Con 26 pasticche rosse e una bottiglia di vino
Bobby s’è preso la leucemia, 14 anni
Sembravano 65 quando è morto…
G-berg e Georgie hanno lasciato marcire le loro cose
Così sono morti di epatite nell’upper Manhattan
Sly in Vietnam s’è preso una pallottola in testa
Bobby una overdose di idraulico liquido la notte delle nozze
Atri due amici miei, mi mancano…
Mary ha fatto un tuffo da una stanza d’albergo
Bobby si è impiccato in una cella in galera
Judy è saltata di fronte a un treno della metro
A Eddie han tagliato la giugulare
Eddie, mi manchi più di tutti gli altri
E questa canzone è per te, fratello mio…
Questi sono quelli che sono morti
Erano tutti miei amici …and they DIED!»

La lista continua, così anche la canzone, rock tosto quanto il testo, è lo spirito dei “Diaries” messo in musica: dritto al punto, senza troppe emozioni, una sorta di resoconto pieno di street wisdom, di furbizia di strada, di cinismo necessario per fare quella vita, mentre il mondo intorno si disfa a poco a poco. Con quel distacco nella voce e nella posa che il Lou Reed solista ha già ampiamente mostrato al mondo. Senza giudizio, né eccessiva compassione. Solo i fatti.

Quando esce da questa fase di scrittura esilarante e terribile insieme non vorrebbe neanche che i diari della pallacanestro venissero pubblicati come un libro. Escono alcune pagine qui e là, riviste letterarie underground, finché gli chiedono di presentare un progetto letterario e per mancanza d’altro, porta il suo manoscritto. Lo ha già mandato a Jack Kerouac, anche se “On The Road” lo ha letto quando aveva già iniziato a metter giù questo stream of consciousness.

All’anziano ribelle per antonomasia Kerouac quella prosa mozzafiato piace, e gli regala quella quote da copertina che lo trasforma all’istante in uno già importante: «A soli tredici anni, Jim Carroll scrive meglio dell’89 per cento degli autori di romanzi attualmente in attività».

Ma il libro uscirà intero solo nel 1978, quando quella fase della vita è già alle spalle. I primi anni 70 Carroll li passa a inseguire il sogno di diventare uno dei massimi poeti americani. «Non mi piace quando parlano di me come di un poeta di strada o un poeta beat. Sono più influenzato da Rilke e Frank O’Hara, John Ashbery e James Schuyler, sai, i surrealisti. Ho la cosa della strada chiara, mi piace leggere Allen Ginsberg e tutti loro. Ma non ha plasmato il mio stile. Volevo che la poesia mi portasse fuori della mia vita quotidiana. Volevo fosse evocativa, come un film verbale».

Nel ’73 ha già pubblicato tre raccolte, l’ultima “Living At The Movies”, e ha scritto “Forced Entries” che uscirà nell’ ‘87; si parla di lui come una delle promesse della scena letteraria, ma l’eroina ancora domina, e per fuggire dalla vita newyorkese che lo sta bruciando vivo scegli di tagliare i ponti.

Si trasferisce in campagna vicino a San Francisco, a Bolinas, e ci passa sette anni, di cui i primi quattro da totale recluso dietro la macchina da scrivere: «Stavo imparando ad apprezzare per la prima volta la noia, il momento saliente della giornata era andare all’ufficio postale a prendere la posta». Si disintossica, si sposa, rallenta il ritmo.

Il destino si fa vivo tramite la sua cara amica Patti, gli echi della sua ascesa arrivano fino in California. Il primo album nel 1975, “Horses”, e i due successivi l’hanno resa una r’n’r star. Jim non ha mai ascoltato troppa musica, in cima alla lista – direi ovviamente – i Velvet Underground (è lui che tiene il microfono nel loro celebre “Live at Max’s Kansas City”, e si sente la sua voce), e poi il Lou Reed solista.

Gli piace però l’idea di accostare i suoi testi al rock, scrive per Allan Lanier dei Blue Oyster Cult (e fidanzato di Patti) e la scintilla scocca quando, dopo molti anni la high priestess of punk, sulla cresta dell’onda di “Easter” appena uscito, arriva a suonare a San Diego. Jim la raggiunge e lei gli chiede di aprire lo show al posto di una band che non le gusta. Jim dice che potrebbe leggere qualcosa di quello che ha scritto, e la band di Patti potrebbe accompagnarlo.

Funziona: «Per la prima volta mi divertivo sul palco. Non mi son mai piaciuti troppo i reading di poesia, ma qui c’era questa incredibile energia dei ragazzi da una parte, e della musica della band dall’altra. Non un pubblico da letture un po’ inamidate nei College. Lì ho deciso che potevo continuare da solo, scrivendo le canzoni e adattandole ali miei limiti vocali. Sapevo che nessuno, per quanto abile tecnicamente, poteva cantarle meglio di chi le ha scritte. Per cui ho trovato un gruppo che cercava una direzione, un po’ troppo anni ‘60 ma buoni musicisti», gli Amsterdam.

Lui che aveva sempre sostenuto che voleva fare poesia non per gli altri poeti, che «lavoravano di intelletto e non di cuore», ma per tutti, vede subito «il potenziale che c’era per un poeta nell’arrivare a un pubblico che normalmente non era interessato alla poesia».

Nasce la Jim Carroll Band, Jim scrive una manciata di canzoni, aiutato per la musica dalla band e da Lanier. Porta un demo da 100 dollari a Earl McGrath, suo amico newyorkese che nel frattempo è diventato il presidente della Rolling Stones Records, che lo fa sentire a Keith Richards, figurati se a Keef non piace. Earl gli offre un contratto e di produrre l’album. Si torna a casa.

Stando in California Jim si è praticamente perso gli anni della scena punk/new wave della lower New York, uscita in buona parte dal CBGB’s sulla Bowery: Patti e i Television, i Ramones e i Talking Heads, Richard Hell e i Dead Boys, Blondie e quando arriva in città sono già diventati grandi, alcuni di loro sono star affermate, i New York Dolls si son già sciolti.

Riparte da quel suono tipico del momento e della città, un r’n’r rivitalizzato senza dimenticare riff e ritornelli che lo rendano accattivante. Considerato “l’ultimo grande disco di punk”. Punk evoluto. Esce dalle casse con la stessa forza, immediata e brutale, con cui le parole di “Basketball Diaries” ti pizzicano i nervi. Tosto, orecchiabile e con delle rime da sogno.

Le canzoni sono scariche elettriche, una dopo l’altra, le parole a volte sono solo belle da godere, altrove ti afferrano dentro qualcosa. È difficile da spiegare come possano avere un impatto così viscerale. Così ritmiche, assonanti, scandite con quello sguardo sarcastico e tagliente.

“Wicked Gravity” apre la corsa, tensione alta fin dal via, adrenalina che pompa:

«Un mondo senza gravità
Potrebbe essere proprio quello di cui ho bisogno
Vedrei le stelle muoversi da vicino
Guarderei la terra allontanarsi…
Io ho qualcosa
Nei miei occhi che
Uccide».

“Three Sisters” ha l’adrenalina ramonesca, sembra un film low budget, sorta di comedy tv familiare, beh, certo di quel tipo di famiglia. Anita, Sally e Miranda:

«Anche se non la capisco
Amo mia sorella, si chiama Miranda
I ragazzi da uptown non la sopportano
Più si nega, più la pretendono
Ma lei vuol solo stare a letto tutta la notte
Leggendo Raymond Chandler
Ha scarpe coi tacchi alti
Canta il blues
E fa “abracadabra’”
Quando va
Giù
Su di
te».

In mezzo al sarcasmo abrasivo c’è anche spazio per un po’ di romanticismo, musica di Lanier, ballata melodica sognante (occhio ai sogni di Jim, però…):

«Giorno e notte
Le ombre si muovono troppo lentamente
Dal buio alla luce, lei prometteva di conoscermi
Ti ricordi quando la guardavo sulle scale?
Beveva vino, e mi disse cosa dicevano le stelle…
Alcuni destini, non dovrebbe essere portati a compimento
Ma nei suoi occhi ho visto mille ragioni
Giorno e notte».

“Nothing’s true/everything is permitted” è quello che sembra, una dichiarazione di abolizione del senso di colpa, niente è vero, tutto è permesso, e dopo la botta adrenalinica di “People Who Died” c’è un altro pezzo centrale dell’album, la lunga e oscura “City Drops (Into the Night)”, arricchita dal sax di Bobby Keys, altro collegamento con i Rolling Stones che come suono sono veramente a due metri:

«Quando il corpo è sul fondo
Quel corpo è il mio riflesso
Ma non è fico cadere così in basso
A meno che non sei in grado di risorgere…
Ma tu dovresti venire con me
Io sono il fuoco
Io sono il riflesso del fuoco
Io sono un avvertimento costante
Solo un avvertimento costante di andare nell’altra direzione
Mister:
Sono la tua connection!»

“It’s Too Late” è spinta avanti da un gran giro di basso, le chitarre sopra che si rincorrono e si tagliano la strada, è il contrario di “Everybody needs somebody to love”, una sorta di antidoto:

«È troppo tardi
Avresti dovuto realizzare
Che valevo l’attesa
Ma tu non hai esitato
E quando ti ha portato via
Gli hai lasciato sigillare il nostro destino
Per cui, penso sia arrivato il momento
Che tutti quanti cominciate a vivere
Senza quella ossessione su cui contare
Qualcuno da amare».

Sorella Patti viene citata due volte: “I Want The Angel” ricorda inevitabilmente “Ask The Angels”, e “Crow” è dedicata a lei: menziona il suo incidente, cadendo dal palco due anni prima e rompendosi una vertebra “così vicina al cervello”, ricorda di quando faceva la cassiera in una libreria “circondata dalla storia dei tuoi veri amori”, e quando si prendeva cura degli scartati:

«Corvo
Era così dolce
Quando portavi donuts ai junkies
Per darci qualcosa
Che potessimo pucciare nel caffè
E cominciavamo a leggere righe di poesia senza importanza
Mi avvolgevi di coperte nella lobby del Chelsea Hotel
E sentivo la tua cicatrice sulla pancia
E cominciavano a prenderci
Perché vincere è il loro hobby».

Chiude quella identità dalla quale non ci si può liberare, mai. L’Irlanda, la famiglia, la religione.
È forse la più cattiva di tutte, ritmiche che grattano e ululano, si apre solo un attimo sul ritornello, brevissimo e senza appello, «ero un ragazzo cattolico, redento attraverso il dolore, non la gioia», che direi sintetizza alla grande lui e noi. Il sarcasmo sul finale diventa cosmico:

«Non possono toccarmi adesso
Ho ogni sacramento dietro di me
Ho il battesimo, la comunione
Ho la penitenza, ho l’estrema unzione
Ho la conferma!
Perché ero un bambino cattolico
Il sangue scorreva rosso, e scorreva selvaggio
E ora, sono un uomo cattolico
E faccio la comunione
Appena posso».

La redenzione passa attraverso strade oscure e misteriose. La redenzione artistica di questo poeta, una volta atletico, poi sempre più indebolito, rock’n’roller per soli altri due album (“Dry Dreams” e “I Write your Name”, più “Pools Of Mercury” quasi vent’anni dopo), innamorato della parola e delle sue capacità taumaturgiche, forse ha il suo momento più alto quando nel 1991 incide un album solo vocale, “Praying Mantis”.

Storie strane, recitate con piccolo pubblico, a volte surreali, e fra le altre un tema che doveva essergli caro: “The loss of American innocence”. Come aveva detto una volta «solo la mia voce/avvicinati e guardami dritto/negli occhi. Sono io». Toccante anche la performance di “8 Fragments of Kurt Cobain” nel 1994, dedicata a un’altra anima disorientata e fragile.

Supportato negli anni solo dalle royalties e da una piccola pensione artistica, frequente ospite di talk show in cui il suo spirito fragile e tagliente parlava di tutto, con molto humour e con una voce tremula veramente inusuale e inaspettata.

Un artista estremo, che ha veramente camminato sulla corda a parecchi piani di altezza. L’11 settembre del 2009, attraverso la finestra una vicina ha visto il suo fragile corpo, barba lunghissima bianca, mille miglia lontano dalla copertina stilosa di Annie Liebovitz, scivolare sotto la scrivania. È morto lavorando al suo grande romanzo autobiografico, “The Petting Zoo”, che sarebbe poi uscito postumo. Non credo avrebbe potuto scegliere un’uscita di scena più consona.

64 (continua). Qui le altre puntate.

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