Competizione per la conoscenzaLo scontro con la Cina potrebbe cambiare la vita nelle università americane

L’attività di intelligence cinese negli Stati Uniti comprende l’ingaggio di ricercatori e professori nei campus. Ma la nuova Amministrazione deve al più presto modificare le misure antispionaggio prese da Trump (che erano discriminatorie verso gli studenti asiatici) per preservare la natura stessa e la dinamicità del sistema accademico statunitense

AP Photo/Steven Senne, File

Guerra commerciale, superiorità tecnologica, abusi dei diritti umani nello Xinjian. Sono alcuni dei campi in cui si gioca lo scontro tra Stati Uniti e Cina, cui va aggiunto il complesso capitolo della militarizzazione del Mare della Cina meridionale. E, da non dimenticare, il mondo della ricerca accademica.

È forse questo il versante più delicato: da tempo in America è cominciata una campagna di controllo nei confronti di studenti e ricercatori di origine cinese nel timore che, comportandosi da eventuali agenti segreti al servizio di Pechino approfittino della loro posizione per rubare segreti su scoperte scientifiche, brevetti e informazioni da passare alla madrepatria.

Non si tratta di un allarme infondato. L’ex direttore dell’Fbi Christopher Wren nel 2020 aveva giudicato la minaccia cinese come «la più grande tra quelle a lungo termine», aggiungendo che il Bureau «ogni dieci ore apre una nuova indagine per spionaggio da parte di Pechino» e che del totale di «cinquemila indagini in corso almeno la metà riguarda proprio la Cina».

La tattica è variegata e prevede agenti in incognito, attacchi hacker, partnership di imprese controllate e, appunto, l’impiego di un network di professori universitari e studenti piazzati nelle migliori università americane.

È un problema, cui l’Amministrazione Trump ha risposto con la tradizionale rudezza. Nel 2018 ha istituito la cosiddetta China Initiative presso il Dipartimento di Giustizia, un piano di indagine specifico sugli interventi di intelligence cinesi. In più, la Casa Bianca a guida Trump ha revocato il visto a mille studenti cinesi che mantenevano legami con centri universitari considerati sospetti, oltre a introdurre nuove restrizioni generali.

Nello stesso momento, mentre agenti dell’Fbi illustravano agli amministratori e ai docenti universitari i rischi posti agli Stati Uniti dai cosiddetti «agenti non tradizionali», tre repubblicani proponevano una legge, il Secure Campus Act, per impedire a tutti i cittadini cinesi di studiare in America nelle discipline scientifiche. Si affacciava una nuova “Paura rossa”, stavolta con caratteristiche cinesi.

Sulla validità di queste operazioni si è discusso fin da subito. Il sistema accademico americano è, per sua natura e vocazione, un ambiente aperto a contributi, idee e individui di ogni provenienza. Qui sta anche la sua forza, nel sapere cioè essere attrattivo per i migliori talenti del mondo, che può scegliere e selezionare grazie alla ricchezza delle sue strutture, l’autorevolezza delle sue istituzioni e alla concezione di una ricerca scientifica (e non solo) libera e senza vincoli.

In molti hanno fatto notare che, vista l’impostazione, il confine tra protezione della sicurezza nazionale e discriminazione etnico-razziale è molto sottile. Ma – hanno risposto dal Bureau – non sarebbe questo il caso dal momento che, tra gli arresti avvenuti nello scorso anno ci sarebbe anche Charles Lieber, insegnante di chimica a Harvard, accusato di avere omesso i suoi legami con l’Università di Wuhan (che gli passava 50mila dollari al mese) e il suo contributo al Piano dei Mille Talenti di Pechino, operazione studiata per attirare studiosi e professori da tutto il mondo.

Ma si tratta di spionaggio? O di semplice omissione? La mancanza di chiarezza di queste relazioni non aiuta. Inoltre parte del mondo accademico si è dimostrata scettica, anche perché – fanno notare qui – la maggior parte delle ricerche svolte nei campus sono pubbliche.

Per Michael A. Szonyi, sinologo di Harvard, «il vantaggio di ottenere informazioni di prima mano su cose che a breve vengono pubblicate è minimo» e, secondo lui, «diminuisce la portata della minaccia».

Il caso poi dell’arresto di Gang Chen, professore di ingegneria meccanica del MIT di Boston, ha aumentato le tensioni. Secondo le accuse l’insegnante, di origine cinese ma naturalizzato americano, «non avrebbe rivelato alle autorità americane le sue nomine, i premi ricevute da diversi centri di ricerca cinesi, e i contratti». Questi ultimi gli avrebbero garantito «centinaia di migliaia di dollari in pagamenti diretti» provenienti dalla Cina.

Gli avvocati e i colleghi hanno reagito con durezza alle accuse, sottolineando come gran parte delle attività compiute da Chen fossero state autorizzate e controllate dallo stesso MIT, compreso il finanziamento di 19 milioni ricevuto da Chen e dal suo gruppo di ricerca dalla SUSTech (Southern University of Science and Technology)

Il problema è che, come hanno rilevato i suoi avvocati e i vertici dello stesso MIT, quel denaro era indirizzato all’istituto americano «e non al solo Chen». Anche il suo rapporto con la SUSTech, del resto, era stato autorizzato dall’istituto stesso.

In risposta all’indagine è stata indirizzata al nuovo presidente Joe Biden la richiesta, da parte di ricercatori e docenti, di sospendere e smantellare la China Initiative. I suoi risultati sono dubbi e le conseguenze, al contrario, minano il potere attrattivo delle università americane. Al momento la Cina è ancora il Paese da cui proviene la maggioranza di studenti stranieri.

Secondo le stime dell’Institute of International Education, sono in tutto 370mila. Di questi, 36mila sono impegnati in corsi di dottorato e 41mila nei Master di discipline STEM. Il 90 per cento chiede poi la cittadinanza americana, cerca di trovare o – meglio ancora – di creare lavoro e contribuisce all’avanzamento dell’economia e della tecnologia americana.

Secondo questo articolo dell’Atlantic, il rischio è che la China Initiative respingerà più studenti di quanti non ne attragga. Impoverirà l’ambiente intellettuale accademico americano e, soprattutto, avvantaggerà l’avversario cinese permettendo di richiamare e assorbire le migliori menti in circolazione. Non un vantaggio.

Sarebbe meglio, allora, rivedere da capo tutto il piano, approfittando del cambiamento di presidente. Biden – che si è più volte espresso sul tema della discriminazione delle persone di origine asiatica in America – potrebbe proporre un patto di amnistia, in cui tutti gli interessati sono chiamati a rendere pubblici i loro legami con istituti e università straniere evitando però di finire sotto indagine.

E poi rivedere da capo i criteri della China Initiative, chiarendo i suoi funzionamenti, dichiarando quante prove siano state raccolte e definendo un meccanismo che impedisca azioni discriminatorie o persecutorie.

Ma, soprattutto, il governo americano dovrà rassegnarsi al fatto che furti di proprietà intellettuale e plagi saranno il prezzo da pagare pur di mantenere aperta l’accademia americana. Il modello funziona, crea progresso e idee. È attrattivo proprio per questo.

Pazienza allora se qualcuno approfitta degli spazi di libertà concessi a tutti gli studiosi. È il sacrificio da pagare, in termini di sicurezza, per tenere vivo uno spazio intellettuale efficace, libero e democratico.

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