Catarsi a 33 giriAbisso e redenzione dell’angelo caduto del rock

Broken English è disco crudo. Il fidanzamento con Mick Jagger e cinque anni tra tossicodipendenza e vagabondaggio hanno reso Marianne Faithfull una donna senza più nulla da perdere. Un suono lontano mille miglia da quello di cantante pop che l’aveva portata al grande successo. Read&Listen

Marianne Faithfull - Broken English

Questo album è uno dei più clamorosi ritorni della storia del rock da parte di quella che si può considerare a tutti gli affetti una survivor. Sopravvissuta a 15 anni di vita passati, più che nella corsia di sorpasso, direttamente contromano: prima pop singer di successo e un lustro da fidanzata di Mick Jagger negli anni più turbulenti degli Stones, poi un lustro di vagabondaggio e tossicodipendenza. Poi all’improvviso e inaspettato, un piccolo capolavoro: un disco crudo, ogni pezzo scelto con cura, con un suono lontano mille miglia da quello di cantante pop che l’aveva portata al grande successo. Anche la voce, mutata in roca, fragile, non molto dinamica ma emotiva. È la voce di un’altra persona.

Un album deep blue come la sua copertina, quella sigaretta accesa unico segnale di luce in un mondo scuro, pieno di ombre. Una trasformazione che fa fare a Marianne, l’angelo caduto, un volo a planare nella realtà del momento. In Inghilterra gli anni 70 si stanno chiudendo in modo caotico e stridente: il punk ha dato una voce di ribellione ai diseredati delle classi basse, Londra è piena di squatters e dissidenti, il confronto con la Tatcher è velenoso, i testi delle canzoni riflettono tutto questo. Si racconta la realtà. Raramente quella dei sentimenti, però, dei segreti inconfessabili, del sesso e dei legami che si intrecciano nella vita. Per quello ci vuole una donna. Marianne è una punk nell’anima che ha studiato, ha cultura, ha disperazione e classe insieme, un mix che artisticamente ha un potenziale infinito. 

La Marianne voce d’angelo è andata, non è neanche più un ricordo, quella che riemerge dai bassifondi della sua vita è una donna che non ha più nulla da perdere, ma con maestria artistica si reinventa, cantando i temi che sono i suoi: la rabbia e l’orgoglio, la gelosia e il nichilismo, il senso di colpa e l’oblìo, la sconfitta e la sopravvivenza. In sintesi, l’audacità di rimanere in vita quando il sipario avrebbe potuto essere tirato già tante volte.

La storia era cominciata in tutt’altra maniera. Breve rewind.

Partiamo dai genitori? Padre inglese professore di letteratura italiana e Maggiore dell’Esercito, membro dell’intelligence britannica, operativo nella Germania del Terzo Reich. La madre, Eva von Sacher-Masoch Baronessa Erisso, austro-ungarica aristocratica della casata degli Asburgo, è la gran-nipote dell’autore di Venus In Furs, primo trattato di sado-masochismo dalle cui pagine prenderanno il nome i Velvet Underground. I due si incontrano a Vienna, nei giorni della liberazione dal nazismo, e si innamorano. L’anno successivo nasce a Londra Marianne, che vede i genitori divorziare a sei anni, e passa parte della giovinezza nella scuola-convento di St. Joseph, a Reading. Comincia a cantare, accompagnandosi con la chitarra nei folk cafè, e frequenta la Swingin’ London in piena esplosione. Con John Dunbar, artista e fidanzato (è lui il proprietario della Indica Gallery dove si incontrano John e Yoko Ono), a un party incontrano Andrew Loog Oldham, il primo manager/produttore degli Stones, che con un cinismo da manuale ricorderà: «Ho incontrato un angelo con le tette, e l’ho messa sotto contratto».

Jagger e Richards scrivono per lei uno dei loro primi pezzi, ‘As Tears Go By’ arriva in classifica e la sua strada sembra segnata. Incomincia una carriera da pop singer, copertine con lei bellissima e innocente, Lp dopo Lp di cover e qualche canzone sua. Nel maggio del’65 sposa Dunbar, a novembre nasce il loro figlio Nicholas, pochi mesi dopo va a vivere dall’amica Anita Pallenberg e Brian Jones, non proprio i prototipi dei babysitter, la storia con Mick è dietro l’angolo. Alti e bassi come un ottovolante: coppia regina, belli e (per la stampa) dannati, da quella sera in cui la polizia fa irruzione nel villone di campagna di Keith, sequestra qualche sostanza, e lei viene trovata vestita solo un tappeto di pelliccia.

«Mi distrusse. Essere drogato maschio fa glamour. Per una donna è una certificazione, pessima donna e madre». Marianne diventa la musa degli Stones: suggerisce a Mick il libro Il Maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov da cui ‘Sympathy For The Devil’ (chissà se l’accostamento Lucifero/Mick l’ha intravisto da subito), e con i due scrive la inquietante ‘Sister Morphine’ (la sua versione rispetto a quella degli Stones è ben più sentita e vissuta), che i Rolling incideranno anni dopo, in quel “Sticky Fingers” che contiene anche ‘Wild Horses’: è la frase che dopo aver abortito e aver tentato il suicidio in Australia nel ’68 con 150 pasticche di sonnifero, ripresa per i bei capelli biondi dopo sei giorni di coma, al risveglio risponde al ‘Bentornata. Pensavamo di averti persa’ di Mick con un ‘Wild Horses couldn’t take me away’. 

Nel 1970 Mick e Marianne si lasciano, a stretto giro Mick conosce e sposa Bianca, Marianne invece piomba nell’autodistruttività, e per alcuni anni smette di registrare: senza soldi fa una vita da homeless, squatter ed eroinomane, vivendo in case senza corrente elettrica e acqua, sviluppando una anoressia nervosa e una laringite che, non curata, insieme alle sigarette e la malnutrizione le abbassa di un’ottava la voce, la arroca, la rende fragile e sofferta. Nel ’76 tenta anche un ritorno con un album vagamente country che passa inosservato in Inghilterra ma arriva al #1 in Irlanda, “Dreamin’ My Dreams’. Conosce due chitarristi: Barry Reynolds sarà il musicista principale dietro il suo ritorno, Ben Briarly, membro part-time della band punk Vibrators, la sposa nel 1979, quando un po’ di sole sembra tornato. La foto del matrimonio li mostra sorridenti, ma dovranno passare altri cinque anni e una seria riabilitazione pagata dalla Island per rimettersi in sesto, divorziare e andare oltre.

Come accade spesso nella scena musicale inglese di quegli anni, la sliding door è quella del patron della Island, Chris Blackwell: nel ’78 sente due provini fatti con Reynolds, e intuisce che la masterclass in survival da parte di questa icona di dieci anni prima ha qualcosa di potente. Come produttore sceglie lo sconosciuto Mark Mundy: «non avrei potuto farlo senza un produttore: non puoi immaginarti com’era, ero totalmente priva di rispetto da parte del music business. Così ho trovato uno che volesse anche lui svoltare, non lo aveva mai fatto prima ma aveva grandi idee»

In studio Reynolds e la band messa su per il tour irlandese (complimenti per il salto di stile) hanno un suono che è un mix di punk rock, reggae, dub e, alla fine, elettronica. Perché quando il disco è finito, e Marianne è già più che soddisfatta, pronta alla pubblicazione, Mundy ha un ripensamento. Manca un tocco di nuovo, post-punk, magari anche un tocco di classe. Viene chiamato in studio Steve Winwood, in quel momento in fase solista, sperimentatore con le nuove tastiere, con cui porterà in vetta il suo talento da one man show l’anno successivo in “Arc Of A Diver”. Se sentite le due versioni a confronto (si trovano nell’edizione deluxe in due dischi) avete due dischi abbastanza diversi: la prima più punk, molte chitarre a fare tutto, la definitiva più new wave, più moderna e sicuramente più musicale. 

Si parte dalla title track. Un ritmo classico da new wave, potrebbero essere i Talking Heads o qualsiasi dance band in un club. Una pennata di chitarra, qualche birp elettronico e una voce che ritorna. Reinventata in un modo shoccante. La bambina dalla voce da usignolo pop non c’è più. La voce è rauca, un filo strozzata, il tono è duro, non accomodante. La signora non è tornata a giustificarsi, e neanche a chiedere protezione. È tornata da donna ferita, certe cicatrici non guariscono mai del tutto figurati se sono ancora aperte, ma non è venuta a porgere l’altra guancia, è venuta a dare lei uno schiaffo. Sono qui, e per restarci.

L’ispirazione di ‘Broken English’ viene da un libro su Ulrike Meinhof, della Baader-Meinhof gang, diciamo i corrispettivi tedeschi delle Brigate Rosse. Arrestata e suicida in carcere nel ’76. Attualità bruciante degli anni 70. Non è però un supporto nei suoi confronti, piuttosto lo sconcerto per una fatalità inutile. Non sembra una complice, piuttosto una madre preoccupata:

“Non è una guerra vecchia

E neanche una guerra fredda

Non dirlo in russo

Non dirlo in inglese

Dillo in broken english…”

Dove per inglese rotto, fratturato, si intende una lingua mischiata e imbarbarita da altri dialetti.

“Hai perso tuo padre, tuo marito

Tua madre, i tuoi figli

Per cosa stai morendo?

Non è la mia realtà

Per cosa stai lottando?”

‘Brain Drain’ e ‘Guilt’ sono due brani che, anche se non sono scritti da lei, di lei parlano. Il primo, scritto dal marito, è una seduta psicanalitica sulla nevrosi che accompagna i momenti di tensione reciproca: to brain drain, ovvero prosciugare la mente dell’altro. Ipnotico, vagamente reggae, una chitarra circolare che porta avanti:

Lui “Ho così tanto da offrire, ma non riesco a pagare l’affitto

Non posso comprarti rose perché il denaro è finito.”

Lei “Beh, stai guidando la mia macchina, hai bevuto il mio champagne

Hai rubato tutto il mio argento, non lasciando neanche gli spiccioli

Sei uno svuota mente, vai avanti e avanti, come una goccia di sangue.”

‘Guilt’ scritta da Reynolds, è una scarna e solitaria piece teatrale, è un monologo di una junkie, mentre il fondale di tastiere di Winwood e il suo riff simil-basso sono al centro, la voce di Marianne è così presente che se solo potessi la abbracceresti, quando chiude ogni strofa con quel “Sono come una bimba curiosa/ dammi di più, di più, di più”:

“Mi sento in colpa

Così in colpa

Anche se non ho fatto nulla di sbagliato

Mi sento in colpa

Mi sento male

Così male

Anche se non ho fatto nulla di sbagliato

Mi sento male”.

Roba forte, ci sarà poi anche un’altra canzone sulla necessità di una junkie di trovare la roba, ‘What’s The Hurry’ (su una base tipo Donna Summer post-disco neo-rock), ma c’è ancora un’intera seconda facciata ancora più intensa, non ci si crede.

Roba forte, ma c’è ancora un’intera seconda facciata ancora più intensa, non ci si crede.

‘The Ballad of Lucy Jordan’ è di Shel Silverstein, autore americano, già portata in classifica da Dr Hook and the Medicine Show in una versione acustica a più voci. E’ uno short movie evocativo della vita di una casalinga suburbana frustrata, il marito al lavoro e i bimbi a scuola, che rimane da sola a pulire casa e rassettare i fiori e sognare una vita diversa, con un tocco di glamour come “sfrecciare per le vie di Parigi su una macchina sportiva, col vento nei capelli”. Sarà colonna sonora perfetta per Thelma e Louise mentre sfrecciano nel deserto in auto, il vento nei capelli. 

La versione di Marianne è asciutta, solo la sua voce empatica e i synth di Steve, ed è una delle sue interpretazioni più intense. Sa di non essere una casalinga suburbana, ma avrebbe potuto: «Lucy Jordan sono io se la mia vita avesse preso una svolta diversa. E’ una canzone di identificazione con le donne che sono intrappolate in quella vita e il vero orrore privato della ‘good life’». Pur mille miglia lontana dalla good life casalinga, ha vissuto anche lei un orrore privato, anche se non quello suburbano, e offre davvero una grande interpretazione, quasi commovente. Come è diversa dalle lacrime di ‘As Tears Go By’ dieci anni prima. Qui non ci sono più struggimenti romantici, veri o finti, c’è empatia e un sentimento di solidarietà per chi è rimasto fuori dalla giostra buona. E occhio, perché i sogni andati a male possono far andare fuori di testa.

Lucy Jordan lentamente impazzisce, fino a salire sul tetto, perché le risate nella sua mente erano troppo forti” e…

La versione di Marianne è asciutta, solo la sua voce empatica e i synth di Steve, ed è una delle sue interpretazioni più intense. Sa di non essere una casalinga suburbana, ma avrebbe potuto: «Lucy Jordan sono io se la mia vita avesse preso una svolta diversa. È una canzone di identificazione con le donne che sono intrappolate in quella vita e il vero orrore privato della good life». Pur mille miglia lontana dalla good life casalinga, ha vissuto anche lei un orrore privato, anche se non quello suburbano, e offre davvero una grande interpretazione, quasi commovente. Come è diversa dalle lacrime di ‘As Tears Go By’ dieci anni prima. Qui non ci sono più struggimenti romantici, veri o finti, c’è empatia e un sentimento di solidarietà per chi è rimasto fuori dalla giostra buona. E occhio, perché i sogni andati a male possono far andare fuori di testa. 

Lucy Jordan lentamente impazzisce, fino a salire sul tetto…

 “…quando le risate nella sua mente erano troppo forti 

Con la luce della sera negli occhi 

Si piegò verso l’uomo che le offriva la sua mano

E la portò giù alla lunga macchina bianca che aspettava oltre la folla

A 37 anni sapeva di aver trovato il ‘per sempre’

Mentre sfrecciava attraverso Parigi con il vento caldo nei capelli”.

Marianne si immagina che non si getti, ma venga soccorsa e portata in ambulanza, la macchina bianca, in un ospedale per malattie mentali, e che l’ultima riga -quel ‘per sempre’- sia solo nella sua fantasia.

Questa seconda versione, è qualche anno dopo, e ha in coda una bellissima intervista, candida e onesta.

Lo stesso trattamento ipnotico dei synth e, se vogliamo, la stessa interpretazione dal punto di vista opposto è ‘Working Class Hero’. La ballata folk di Lennon sulla working class che viene fottuta e in Paradiso non c’arriverà mai viene arrangiata con un ritmo cupo e minaccioso, synth che si agitano nell’aria, mentre altri si tuffano nell’acqua, una pennata di chitarra violenta che scandisce il passare del tempo. A ogni strofa si aggiunge una linea di synth, alla fine è più un apocalisse che una dichiarazione di intenti operai.

Chiude questo film veritè il brano che più ha destato scandalo, per un linguaggio che non si sente in genere sui dischi, ma sicuramente spesso nelle stanze quando i rapporti fatti di gelosia e tradimento esplodono. È uno scritto di Heathcote Williams, eccentrico personaggio inglese ed è, ancora una volta, un film che immagini pieno di grida e ormoni e sangue e vendette. È lui che racconta, è lei che velenosamente gli rinfaccia tutto, ‘maperchècazzol’haifatto?!’:

“Quando ho rubato un ramoscello dal nostro nido

E l’ho dato a un uccello con nulla nel becco

Le mie palle e il cervello son stati strizzati per un’intera settimana

‘Perché l’hai fatto?’ ha detto, ‘perché hai consentito a quella spazzatura

Di impossessarsi del tuo cazzo, e di farsi col mio hashish?

‘Perché l’hai fatto’, ha detto, ‘quando sai che mi ferisce’

Perché aveva ragnatele sulla fica e credo nel dare ai poveri

‘Perché l’hai fatto?’, ha detto, ‘perché hai sputato sulla mia?’

L’amore è finito, o è stato solo un brutto episodio?

Perché l’hai fatto, ha urlato, dopo tutto quello che ci siamo detti

Ogni volta che vedo il tuo cazzo vedo la sua fica nel mio letto

Perché l’hai fatto?

Tradire la mia piccola ostrica per un puttana di così bassa lega?!…”.

Se guardate i video dell’epoca, non troverete una donna sul filo, provata dalle circostanze. Ha ancora quel volto angelico, i capelli biondi e quelle labbra impossibili, quella compostezza fatta di classe e aristocrazia: i racconti di cui parla questo album sembrano impossibili.

Ma, al di là dell’evidente genoma di qualità, “Broken English” è uno di quei lavori che ti cambiano la vita. È catarsi a 33 giri, è mettersi nella posizione non solo di non doversi più giustificare di niente -non ci sono più segreti-  ma di poter ricominciare di nuovo. L’arte trasforma il dolore in successo. E anche quello, come quando a 17 anni sei al #1, è difficile da gestire. Marianne Faithfull in un’intervista tv del 78, un anno prima dell’uscita di un album che certo ha restituito autostima, un po’ goffa in poltrona e con sigaretta che le bruciava fra le dita, intervistata da un host di mezz’età a dir poco straight, lo dice candidamente. «Ho una soglia di tolleranza alla noia molto bassa, faccio una cosa e mi annoio, e ne cerco un’altra (“Gimme me more, more, more”, ricordate?). È sempre stato così: mi ha portato da qualche parte? Probabilmente no (in tono autoironico). Comunque non voglio fare l’attrice, non sono preparata abbastanza» (mai dire mai, la sua interpretazione 40 anni dopo in “Irina Palm”, fantasticamente ironica, è stata premiata con l’Award Europeo come miglior attrice). «So fare solo una cosa, cantare e fare dei dischi». Un anno dopo, autostima restituita, tornerà di bellezza angelica. Come non fosse successo nulla.

È stata di parola, è diventata una grande, e molto particolare, interprete. Ha seguito un percorso di alto livello, già alla fine degli anni 80 quando con “Strange Weather” si è tuffata nel jazz e nel blues. Poi album sempre di livello, bilanciati fra drammaticità e ironia, che sono le sue due guide. Ha interpretato il cabaret tedesco anni ’20 di Kurt Weill e Bertold Brecht, ha scelto le più adatte dei grandi autori contemporanei (Nick Cave, P.J.Harvey, Anthony, Damon Albarn, Rufus Wainwright, Jarvis Cocker, Beck, Billy Corgan), molte delle quali scritte appositamente per lei. Un singolare percorso con qualche rimando a Nico, Patti Smith, Marlene Dietrich, Liza Minnelli. 

Se guardate in sequenza su YouTube le sue interpretazioni, per esempio di “Ballad Of Lucy Jordan”, vedrete strati su strati di vita vissuta che si aggiungono, le stesse canzoni a distanza di 40 anni sembrano essere cresciute con lei. La stessa ‘As Tears Go By’ da struggimento adolescenziale è diventata la summa di una vita: “ho sempre pensato che andava cantata da vecchia, non da giovane’.

67 (continua). Qui le altre puntate.

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