Lilly Lilly Lilly LillyQuando Venditti trasformò una tragedia generazionale in una canzone di successo

Quel nome di donna ripetuto all’infinito in una lunghissima intro di oltre un minuto, è melodia dolcissima, una ballata che accoglie e avvolge. Il cantautore romano aveva un canto popolare in mente, che sentiva in chiesa a Olevano Romano, paesino dove d’estate soggiornava dalla nonna Margherita. Read&Listen

Antonello Venditti

Questo album è una fotografia generazionale, poetica e drammatica insieme, dei giovani italiani, giusto al centro degli anni 70. Antonello, che ha una maturità espressiva notevole per i suoi 25 anni, ha una capacità istintiva di portare in primo piano le contraddizioni che vive, che vivevamo in quegli anni euforici e impiombati allo stesso tempo. E di raccontarle con grande carica emotiva.

Cosa c’era nell’aria allora chi c’era lo sa: compagni e fasci, democristiani e comunisti, machismo e femminismo, bancarottieri e coscienza civile, canne ed eroina, musica pop e musica d’avanguardia, le classifiche commerciali e i Festival di Lotta Continua. Lo Stato e le BR. Era un’epoca di scontri ideologici e materiali, una sorta di perenne laboratorio antropologico, che suona come (ed era) un gran casino. Un crocevia pazzesco di emozioni, ideali, azioni e reazioni, un caos che ha portato con sè anche grande creatività. Non a caso, in Italia c’è una musica nuova, e l’onda dei nuovi cantautori è quella giusta per raccontare il reale.

Fra i tanti scontri ideologici sulla musica (che a un ragazzo di oggi sembreranno fantascienza) c’era anche il ruolo degli artisti, e in particolare dei cantautori. È evidente che avevano molta presa sui coetanei: parlavano il loro linguaggio, inseguivano le stesse cose. Ognuno faceva la sua strada e di posizioni ce n’erano tante, più o meno impegnate, più o meno ortodosse. Ma la loro appartenenza a un gruppo o partito faceva comodo. Gli artisti, per definizione, non amano farsi etichettare. Antonello è dichiaratamente di sinistra, quindi lontano dalle posizioni più estreme di Lotta Continua e i movimenti extraparlamentari, da cui sarebbero nate le BR. È comunque un democratico, appassionato come tanti coetanei delle vicende sociali e politiche, comunista e profondamente cattolico, una sorta di compromesso storico antelitteram. In teoria vicino alle posizioni del Partito Comunista Italiano, ma in realtà tutt’altro che assimilato. «Ero portatore di sentimenti veri, mai amato gli slogan e la violenza e gli estremismi». Gli artisti erano presi in mezzo fra le esigenze di libertà e posizioni personali, e conformità al conformismo di una certa sinistra, movimento incluso. Non un sentiero facile, spesso violento, che avrebbe creato molti problemi a tutti loro. Antonello incluso. L’ha anche già messo in musica, parlando di cose della vita:

Per te che non mi stimi
e non ti tocca quel che dico,
non ho da dirti molte cose in più
di quel che ho detto,

continuerò a cantare le cose della vita,
e se ho sbagliato a viverle, per te non è finita”. 

Nel 1975 Antonello è arrivato al suo quarto album da solo dopo “Theorius Campus” col fratello mancato De Gregori, ed è stata una progressione continua, testi in equilibrio fra personale e politico, grande dono per la melodia, assolutamente originale nel modo di cantare e di suonare il pianoforte, con uno stile incalzante e percussivo tutto suo. Uno nato col hit facile (e di sostanza).

Ha capacità di sintesi, di visualizzare una scena, o un mondo, in una frase. A 14 anni ha scritto una canzone che si scrive da grandi, ’Sora Rosa’, e con la orgogliosa ’Roma Capoccia’ ha iniziato quella galleria di affreschi della Caput Mundi Infami che passeranno per intime malinconie e inni da stadio. I due album precedenti, 1973 e ’74, “Le Cose Della Vita” e “Quando Verrà natale” hanno rivelato un autore giovane capace di scrivere già dei classici: ’Le Cose della Vita’ e ’Le tue mani su di me’ sul primo (più la torrenziale ’Mio Padre Ha Un Buco In Gola’) e ’Ora che Sono Pioggia’ e ’Campo Dè Fiori’ sul secondo sono grandi canzoni. Ma “Quando verrà Natale” ha molto di più: mostra tanti lati di Venditti, il cantore popolare scanzonato (’A Cristo’) e la canzone politica (’Piazzale Degli Eroi’), un intimismo toccante (’Marta’) e persino uno sguardo sulla fantascienza (’Figli Del Domani’). E ognuna di queste canzoni ha un suo mood, parecchio diverso. È insomma un autore abbastanza eclettico, per temi.

“Lilly” è uno sfoggio di eclettismo anche musicale. 

Ha un canto popolare in mente, che sentiva in chiesa a Olevano Romano, paesino dove d’estate si soggiornava da nonna Margherita (madre della professoressa madre). Un canto da contadini, ancestrale, un’invocazione per la buona riuscita del raccolto: 

“Santa Brigida mia divina

Nun fà piove alle castagne

Senza tuoni e senza lampi

E senza grandinar…”

Per arrangiarlo ha trovato due signori musicisti: Nicola Samale è direttore d’orchestra e ottimo flautista, Giuseppe Mazzuca viene dalla scuola di musica contemporanea. L’idea di applicare musica classico-contemporanea a un brano popolare funziona benissimo, il cantato di Antonello, a squarciagola tendente al dialetto ciociaro, è una gestalt in un mondo chiaramente lontano, ma reso personale. L’orchestrazione è complessa, eccitante, potente.

Il rapporto con i due è talmente buono che Antonello gli chiede di metter le mani su diversi brani, fra cui la title track, che è un mondo complesso e contraddittorio, che affonda nella più grande delle tragedie generazionali, la morte di migliaia di ragazzi per eroina negli anni 70. Una piaga personale, sociale e politica che coinvolge anche amici, genitori, famiglie. 

Difficile parlarne in canzone. 

 

Gli riesce, probabilmente in modo inconsapevole, la ricetta di John Lennon, a proposito di ’Imagine’: «se vuoi far passare un messaggio rivoluzionario, mettici sotto una bella musica».   

’Lilly’, ripetuta all’infinito in una lunghissima intro di oltre un minuto, è melodia dolcissima, una ballata – la sua prima canzone per sola chitarra – che accoglie e avvolge. Che è un contrasto incredibile con le parole, e l’emozione del cantato:

“Lilly Lilly Lilly Lilly

Quattro buchi nella pelle

Lilly Lilly Lilly Lilly  

carta di giornale

Nuda e senza scarpe

Bianca, e non in ospedale…

Senza catene
Senza denti per mangiare
Una montagna di rifiuti.”

Non so come vi suoni 45 anni dopo, ma parole così sono un bel pugno nello stomaco. Per la musica d’autore, per i benpensanti, per la destra e la sinistra insieme, usando un linguaggio durissimo che non si era mai sentito in una canzone.  

«L’eroina era considerata una droga di Stato. I ragazzi impegnati erano il nemico, trasformati in una generazione che rifiutava la vita e annullava la realtà, cercava il nirvana. Sembrava una trappola per toglierti di mezzo come individuo sociale. Ora si chiamano tossicodipendenti, ma allora erano solo drogati, non avevano nessuna assistenza, non c’erano comunità di recupero. In più lo Stato ti puniva, eri un fuorilegge, quando portavano un ragazzo in ospedale gli amici fuggivano per non essere portati in questura». 

La storia dell’amica con cui “studiavamo insieme/viaggiavamo insieme” è una persona reale, 

il cui tuffo nel vuoto Antonello documenta di persona, «volevo parlare di eroina ma con amore e amicizia», ma evidentemente racconta la storia di tanti altri coetanei, abbandonati a se stessi

“Lilly… li dovevano arrestare/ ti dovevano guarire”.

La voce di Antonello, piena di pathos e sempre più in contrasto con l’ampiezza dell’arrangiamento pop – con un flauto e gli archi che ingentiliscono – porta fino alla fine questo viaggio nelle realtà che si evitano volentieri, che si preferiscono ignorare. 

Quella che è un’operazione coraggiosa, anche politica ma prima di tutto visceralmente umana, viene però accusata di sfruttare una tragedia per fare successo. Monta una bella polemica, inevitabile vista la popolarità dell’autore e del brano. Antonello si trova a vivere sulla sua pelle il paradosso dell’artista, ancora di più del cantautore di quegli anni: fare un singolo che è uno struggente lamento della perdita di una generazione consumata dall’eroina, può anche essere un successo? Il culmine arriva quando il brano arriva in cima alle classifiche, e lo si sente annunciare – 45 e Lp – al #1 della Hit Parade da Lelio Luttazzi con tono festoso e gridolini. 

Come ti sei sentito? «Uno schifo. Pensavo, ho sbagliato io o stan sbagliando loro?».

La seconda canzone chiave dell’album è un affettuoso, dolceamaro ricordo dell’ultimo anno di liceo (da cui nascerà anche l’ispirazione per ’Notte Prima Degli Esami’), quel microcosmo di coetanei che rispecchiava quello più ampio della società tutta.  Il Venditti paroliere qui è al suo meglio, ogni frase un videoclip che si anima, sembra di essere dentro un film (non a caso Verdone il titolo lo userà per la sua versione di ’Il Grande Freddo’):

“Davanti alla scuola, tanta gente
Otto e venti, prima campana
E spegni quella sigaretta
E migliaia di gambe e di occhiali di corsa sulle scale
Le otto e mezza, tutti in piedi
Il presidente, la croce e il professore
Che ti legge sempre la stessa storia
Nello stesso modo, sullo stesso libro, con le stesse parole
Da quarant’anni di onesta professione”

C’è quel mix di ideologie acerbe che svaniscono di fronte alla vita quotidiana:

“Mezzogiorno, tutto scompare, ’Avanti! tutti al bar’
Dove Nietzsche e Marx si davano la mano
E parlavano insieme dell’ultima festa
E del vestito nuovo, buono, fatto apposta
E sempre di quella ragazza che la dava a tutti (filava tutti) 

Meno che a te, meno che a te”

Esce il disco e la ’Commissione d’Ascolto’ RAI lo convoca. A PVG e Popoff la famosa Commissione la conoscevamo bene, molti dei brani di Antonello -come di tanti altri- non si potevano trasmettere, per riferimenti al sesso, alle droghe, a tutto quello che sembrava irregolare. Gli chiedono a cosa si riferisse quel ’la dava a tutti/meno a che a te’. Antonello non ci prova neanche, fa spallucce ’Eeeeh, insomma, si capisce….’. Deve cambiarla. Il censurato torna in sala, incide un ’filava tutti’, romanesco meno verace, il tecnico taglia e cuce, ma rimanda in RAI la prima versione: diffida RAI per sei mesi. Andava così, nel 1975.

Ma la canzone continua, il film diventa politico, pochi dettagli che raccontano tutto:

“E le assemblee, i cineforum e i dibattiti mai concessi allora
E le fughe vigliacche, davanti al cancello
E alle botte nel cortile e nel corridoio
Primi vagiti di un ’68 ancora lungo da venire
E troppo breve da dimenticare
E il tuo impegno che cresceva sempre più forte in te…”

La musica si gonfia, si apre a un finale esplosivo, uno dei momenti di passione vendittiana più intensi, più sentiti. C’è un mondo dietro quell’ultima invocazione, c’è il bivio simbolico di quegli anni, libertà da una parte, omologazione dall’altra:
“Compagno di scuola, compagno di niente
Ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di scuola, compagno per niente
Ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?”.

Il terzo brano chiave di “Lilly” è un unicum nel canzoniere vendittiano: quasi dieci minuti, lui e il pianoforte, per raccontare di nuovo una storia reale e simbolica insieme. È un bancarottiere in fuga verso la Svizzera verde, “40 miliardi di lire/tra l’acciaio e la pelle del tetto”, e inizia piano, scena d’apertura di un film notturno, fra la neve e la nebbia…  

“La troupe del fuggiasco
Stasera ha cambiato la scena
Sulla neve e sul fango
Lentamente arrancano piano
E si lasciano indietro
Ridendo, la ricca Milano
Carovana di gente da circo
Sbandata davanti alla nebbia
Io lo spio mentre il vino
Mi gonfia le vene
E il fucile imbracciato
Aspetto stambecchi…”

In parte è ispirata a una storia di cui molto si parla in quegli anni, quella di Felice Riva, imprenditore milanese che ha portato alla bancarotta la sua azienda, il Cotonificio Vallesusa, ed è poi fuggito all’estero. Diventa l’allegoria dello Stambecco che fugge, protetto dalla polizia, atteso al varco dal bracconiere di frodo, in metafora la giustizia proletaria.

Sono dieci minuti di intensità assoluta, accompagnati dall’orchestrazione, e qui non c’è niente di pop, è la colonna sonora di un noir pieno di drammaticità: non lenisce mai, enfatizza anzi le impennate della voce, gira intorno ai passaggi recitati, lascia che il pianoforte sia ben presente quando l’emozione si alza. Quando il bracconiere turbato ha un moto di pietas verso la vittima il finale si svela:

Ed il vino ed il sangue
Mi sale alla testa
“Non voglio sparare”
E le lacrime confondono il cuore
Dal proprio dovere
“Dov’è andato, dov’è andato
Il coraggio spavaldo di un bracconiere?”

La pietà mi fa dire di no
A un leone che fugge
II grilletto è bloccato dal ghiaccio
“Non voglio vedere”
Uno sparo…
Riecheggia tremante
Per tutta la valle
“Polizia uccide cacciatore di frodo
Sulla terra comasca”
Lo stambecco felice
E ubriaco vola lontano
E la nebbia delusa e sconfitta
Se ne va… piano, piano”

E poi, dopo questa storia così intensa, una coda morbida, come un commento sonoro che stempera e addolcisce. È una canzone inusuale, come ’Lilly’, e infatti se questa Antonello la suonerà poco, solo nelle sere in cui è giusto farla, ’Lo Stambecco Ferito’ è ancora più particolare, è una corsa in solitario: “farla da solo a San Siro nel ’92, c’è voluto coraggio”. Memoria di un tempo in cui la canzone d’autore era anche questo.

Rimangono tre canzoni: la favola folk catstevensiana di ’Attila e la Stella’, dove si confrontano due personalità sovrane: Papa Leone Magno, che difende la sua città dal re degli Unni, il barbaro per antonomasia, leggendario e spietato conquistatore di terre e popoli che è arrivato davanti a una Roma così bella e luminosa da scambiarla per una stella. “Roma è tante cose: una donna bellissima che tutti tentano di violentare, è bellezza pura che ogni volta rinasce. Io immagino che Attila abbia avuto paura della sua capacità ammaliatrice, e si ritiri…”

“Quando i carri gli volsero le spalle
Leone levò il calice al cielo
E fu per ignoranza o per sfortuna
Che questa stella figlio è ancora a Roma”

’L’Amore Non ha Padroni’ riflette quello che sta succedendo nel lento processo di liberazione e indipendenza femminile. È la canzone di un uomo che non vuole tenere una donna per sè, ma la vuole liberare:

“Muta sola nella stanza
che non ti va nemmeno di leggere il giornale
e ti sei comprata un cane
che non riuscirà a riempirti di sé
e se sei delusa
se ogni cosa della vita ti va male
non guardarmi ti prego 
come la tua strada principale

come se fossi, 
come se fossi il tuo maestro elementare
l’amore non ha padroni
l’amore, l’amore non ha padroni mai”.

Chiude l’album un episodio di gossip cantautorale, una risposta-in-canzone a una polemica nata quando Enzo Caffarelli, cattolico un po’ moralista circondato da rokkettari, critico di Ciao 2001, la rivista pop del tempo, pubblica un attacco a Antonello e De Gregori, una cosa tipo ’i compagni bevono champagne’ (l’aggiornamento anni 2000 è ’compagni col Rolex’). Come a dire, se fai il cantautore, per di più politico, in quegli anni devi fermarti al fiasco di vino. E macchina un po’ scacia. Suona come una polemica irreale, in questi anni post-rap dove qualsiasi esagerazione è benvenuta, ma allora il clima era quello, parecchio moralista, e alla fine terribilmente conformista, da una parte e dall’altra. Comunque il divertissment è delizioso, un ritmo vagamente alla Bo Diddley per snocciolare una storia che passa dalla spy story al grottesco e al finale inatteso, il giornalista ’Penna A Sfera’ che pentito tenta di uccidere il Direttore di giornale che l’aveva mandato e.. 

“…E la pistola fece clic come tutta la sua vita
Quattro anni sono lunghi da passare in galera
Anche con la solidarietà della stampa intera”.

A risentirlo oggi, “Lilly” è una full immersion in quegli anni, ma racconta storie, allegorie, contraddizioni in realtà mai risolte, che si presentano ieri oggi e domani solo con vesti differenti. 

C’è però una passione, una voglia di esser dentro le situazioni, molto tangibile. E tanta qualità: c’è una grande penna autorale al lavoro su temi così diversi, e se diamo per scontato la infallibilità delle melodie di Antonello e la sua voce dominante, va sottolineata la ecletticità della parte musicale. Favole folk alla fisarmonica e ballate struggenti, lunghi racconti intimisti al pianoforte e canti popolari e Bo Diddley, in questo disco ci sono tanti Venditti, mai come in quel periodo in cerca di cambiamenti e nuovi percorsi da esplorare. I dischi non li fanno più in questa maniera, signori. 

65 (continua). Qui le altre puntate.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta

Linkiesta PaperIl nuovo numero quintuplo de Linkiesta Paper – ordinalo qui

In edicola a Milano e a Roma dal 4 marzo, oppure ordinabile qui, il nuovo super numero de Linkiesta Paper questa volta è composto di cinque dorsi: Linkiesta, Europea, Greenkiesta, Gastronomika e Il lavoro che verrà.

Con un inserto speciale su Alexei Navalny, un graphic novel di Giovanni Nardone, l’anticipazione del nuovo libro di Guia Soncini “L’era della suscettibilità” e la recensione di Luca Bizzarri.

Linkiesta Paper, 32 pagine, è stato disegnato da Giovanni Cavalleri e Francesca Pignataro. Costa dieci euro, più quattro di spedizione.

Le spedizioni partiranno lunedì 1 marzo (e arriverrano entro due giorni, con corriere tracciato).

10 a copia