L’era digitale e noi La ricetta di Amy Klobuchar contro lo strapotere dei monopoli Big Tech

La senatrice ed ex candidata alle primarie democratiche rappresenta la battaglia per la concorrenza come una componente fondamentale dello spirito americano. Bisogna partire da qui, sostiene in un bel saggio, per smantellare la minaccia all’economia e alla democrazia rappresentata soprattutto dalle piattaforme tecnologiche

AP Photo/Gene J. Puskar

Ci sono le aziende farmaceutiche, che attraverso una campagna di acquisizioni, detengono il monopolio di alcuni farmaci. Ci sono i giganti del tech, sulla base della posizione ottenuta grazie alle nuove tecnologie, cercano di soffocare la concorrenza.

Secondo la senatrice democratica Amy Klobuchar, l’America ha un problema molto grave: le grandi corporation sono diventate troppo potenti, rappresentano una minaccia per il buon funzionamento del mercato e minano la democrazia stessa. La denuncia non sarà nuova, ma la risposta è decisa: l’unica cosa da fare, e in fretta, sono nuove leggi antitrust.

È qui, in sostanza, il senso di “Antitrust: Taking on Monopoly Power from the Gilded Age to the Digital Age”, il libro che la senatrice ha appena pubblicato e con il quale vuole accompagnare una nuova fase, più severa, di disciplina della concorrenza.

L’inizio è il racconto di una sconfitta, quella subita da lei stessa e dalla Federal Trade Commission contro la Ovation, azienda farmaceutica americana che nel 2008 aveva acquisito gli unici due produttori di indometacina sul mercato. Il farmaco viene utilizzato per la cura dei difetti alla valvola cardiaca dei bambini nati prematuri. Rispetto all’intervento chirurgico, rappresenta la terapia più sicura e meno invasiva. Il problema è che il farmaco, che prima dell’acquisizione era venduto a 78 dollari, era arrivata a costarne 1.614. Ovation aveva creato un monopolio specifico e ne aveva approfittato.

Nonosante tutto, l’azione legale non andò bene. Nel primo grado i giudici stabilirono che i farmaci prodotti dalle due aziende che la Ovation (ormai diventata Lundbeck) appartenevano a due categorie diverse, quindi non si trattava di monopolio. Nel secondo, l’Ottavo distretto della Corte d’Appello confermò il primo giudizio e si rifece a una sentenza della Corte Suprema. «Anche adesso non riesco a capire come abbiano potuto permetterlo», commenta.

Certo, il caso è clamoroso. Suscita scandalo e, soprattutto, consente alla senatrice di andare subito al punto: «le leggi in vigore non hanno funzionato». E i danni di questa debolezza riguardano tutti.

Nel frattempo, «dal 2008 al 2017 in America ci sono stati un totale di 10 trilioni di dollari in acquisizioni e fusioni», a livello globale «dal 2014 al 2019 si è arrivati a 24 trilioni». Negli ultimi 12 anni le fusioni sono triplicate e nel 2018 «non una ma due aziende americane (Apple e Amazon) hanno raggiuno un valore di mille miliardi di dollari, mentre Google e Facebook continuano a dominare il proprio mercato». La pandemia, con i suoi effetti generali aggraverà (sta già aggravando) il fenomeno. Secondo alcune ricerche, ricorda, oltre 100mila esercizi sono stati chiusi in via permanente e il loro posto sarà preso da aziende più grandi e solide, in grado di aumentare ancora i prezzi.

Klobuchar però non si limita alla denuncia. Il volume è serio e, grazie a un impianto rigoroso e a intense ricerche sul tema, traccia la lunga storia dell’antitrust in America.

La tesi è che la lotta ai monopoli, oltre a essere basilare per il buon funzionamento del capitalismo, sia intrinseca allo spirito americano.

La battaglia dei Boston Tea Party contro le imposizioni della corona inglese è stata, oltre a una dimostrazione di resistenza contro la tassazione senza rappresentanza, anche una rivolta contro il monopolio britannico.

Le sollevazioni dei contadini del Midwest rappresentano la ribellione contro i trust che, nella seconda metà del XIX secolo, dominavano l’economia americana (c’erano i trust del carbone, del petrolio, della carne insaccata, della ferrovia, dello zucchero, del whiskey e del tabacco). Il loro esito sarà il Sherman Act del 1890 (votato all’unanimità da Camera e Senato) e, 24 anni dopo, il Clayton Act, che chiarisce le misure e tappa i buchi della legge precedente.

Da quel momento in poi le cose cominciano a cambiare. La lotta ai monopoli diventa affare da avvocati e, nel corso degli anni, perde vigore a livello popolare. Negli anni ’80 prevale la convinzione che il pericolo imposto dai monopoli fosse stato esagerato.

È qui che entra in gioco la figura di Robert Bork, che secondo Klobuchar rappresenta il cattivo della storia. Il giudice e professore di Yale teorizza, nei suoi scritti, una nuova lettura della concorrenza. In alcuni casi, nota, i cittadini beneficiavano dalle fusioni. Il principio base per giudicare la legittimità di una acquisizione allora cambia e diventa il danno subito dai consumatori. È il consumer welfare standard, che si impone come metro di misura nelle corti americane.

Secondo Klobuchar è proprio lì che il sistema ha cominciato a indebolirsi, e proprio lì occorre intervenire. Fa una lista di 25 punti il cui nocciolo è: cambiare la regolamentazione, mettere più soldi nelle agenzie federali e rendere più rigidi gli standard delle fusioni.

È quello che, fuori dal libro e nella pratica, è chiamata a fare lei stessa, ora responsabile dell’antitrust del Senato e membro della Sottocommissione del Senato per la Concorrenza e i Diritti dei consumatori.

L’Amministrazione Biden, del resto, ha già cambiato l’approccio nei confronti del Big Tech, scegliendo nomine severe (una di queste: Lina Khan alla FTC).

La stessa audizione della settimana scorsa sul potere di Apple sull’App Store (dove la politica dei costi per i fornitori varia a seconda dei soggetti e non sembra motivata da ragioni di mercato) è un esempio della sua azione in proposito.

Ma piegare il dominio di giganti nati e sorti in contesti di assenza di concorrenza non sembra facile. Le battaglie che ha davanti appaiono toste. Anche se, forse, la marea sta andando nella sua direzione.

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