Rifare il passatoIl mago del restauro di Taiwan che ha imparato il mestiere in Italia

Quella di Tsai Shun-jen è una missione. Vuole al tempo stesso restituire dignità artistica alle decorazioni dei templi del suo Paese, mentre introduce tecniche di studio (infrarossi e ultravioletti) e di recupero avanzate

Immagine di Che Wei Yeh, da Unsplash

Per i cittadini di Taiwan il nome di Tsai Shun-jen è legato a un incidente. Nel 2015 il restauratore, che aveva fatto pratica nei più grandi musei europei, compresi Gli Uffizi, venne scelto per rimettere a posto i Fiori, quadro del pittore rinascimentale italiano Paolo Porpora, che era stato bucato per sbaglio da un ragazzino che visitava la mostra a Taipei. Bastò questo episodio per renderlo famoso.

Ma Tsai Shun-jen aveva già da qualche anno in mente un progetto ambizioso per il suo Paese: accrescere gli standard di conservazione del patrimonio locale, grazie alla società – la TSJ Art Restoration – che aveva fondato nel 2012, appena tornato in patria.

Nella sostanza si tratta di una piccola rivoluzione culturale.

A Taiwan le opere d’arte tradizionali si trovano nei templi. Sono soprattutto le decorazioni fatte alle porte di ingresso, che rappresentano nella maggio parte dei casi, divinità incaricate di tenere lontani gli spiriti maligni. A Taiwan la figura che va per la maggiore è quella di Guan Yu, un generale del terzo secolo che fu al soldo di Liu Bei, in Cina, e che nel tempo è diventato una sorta di icona sacra.

Nel corso del tempo, il fumo dell’incenso e la tradizione di bruciare carta joss (elemento tipico del culto taoista) ha danneggiato o coperto i dipinti, con residui di metalli pesanti e catrame. Per questo, in via periodica, i templi ingaggiano dei tecnici per ridipingere le decorazioni, passando nuovi colori su quelli già esistenti. Oppure – e peggio ancora – sposano l’idea di restaurare «il vecchio come se fosse vecchio», cioè invecchiando le opere antiche in modo artificiale.

Quello che accomuna i due approcci, cioè un restauro che vuole essere vivo e uno che vuole sembrare vissuto è la distanza dalla ricerca del sostrato autentico.

Tsai Shun-jen vuole intervenire proprio qui: prima di tutto, si tratta di dare dignità artistica a produzioni che, nel suo Paese, non godono dello status di opere d’arte.

Al tempo stesso vuole organizzarne il recupero secondo criteri di conservazione moderni e sofisticati. Il principio guida è la reversibilità: nessun intervento deve causare alterazioni permanenti all’opera. Le tecniche prevedono, oltre all’impiego di solventi, anche l’utilizzo di raggi infrarossi (che permette di vedere attraverso gli strati) e di raggi ultravioletti, che permette di esaminare gli interventi precedenti e studiare il progresso delle operazioni.

Per restaurare la porta di un tempio, insomma, ci vuole «un processo lungo», spiega in questo articolo di Asia Nikkei, che richiede una paziente pulitura dalla sporcizia accumulata nei secoli. «Strato per strato, occorre grattare via con estrema attenzione» fino a quando non si raggiunge il livello originario, che va restaurato allo splendore originale. «Può richiedere anche otto mesi solo per una porta», spiega.

Ma per quanto impegnativo e costoso, l’approccio di Tsai Shun-jen guadagna sempre più consensi e apprezzamenti. Tanto che la sua mostra “Quattro divinità della porta”, esibita a Stoccolma nel 2014 e a Osaka nel 2017 ha reso noto a livello internazionale il suo lavoro di restauro e il valore delle opere taiwanesi.

Un’operazione che considera importante anche alla luce, molto più politica, della creazione di un patrimonio artistico collettivo, su cui fondare una storia nazionale. Divinità delle porte accanto permettendo.