La gitana eleganteL’album lasciapassare per il girone d’eccellenza del jazz-rock

In Elegant Gipsy di Al di Meola ci sono 37 minuti incessanti e mai superflui di musica di eccellente ideazione, suonata con energia stupefacente. Tecnica e passione, funambolismi solisti e grandi melodie, armonie complesse ma immediatamente godibili. Eccitazione e classe. Read&Listen

Elegant Gipsy, Al Di Meola

Una volta la copertina raccontava molto, era una sorta di anticipazione dello stile e dell’atmosfera della musica all’interno. Guardate questa: una elegante gitana con abito volteggiante sullo sfondo, lui serissimo con la sua Les Paul nera in primo piano. Iconica, facile da intuire cosa ci sia in arrivo: il suo amore per le atmosfere latine, mediterranee in particolare, e quella seicorde elettrica, una vera mitragliatrice di note. Acustico ed elettrico, gli estremi fra cui Al di Meola si muoveva allora, e che sarebbero rimasti i suoi marchi di fabbrica per sempre.

Il mio impatto con “Elegant Gipsy”, il secondo album solista di quello che nel 1977 era l’enfant prodige della chitarra elettrica, è stato un momento esaltante: 37 minuti incessanti e mai superflui di musica di eccellente ideazione, suonata con energia stupefacente. Tecnica e passione, funambolismi solisti e grandi melodie, armonie complesse ma immediatamente godibili. Eccitazione e classe. Questo disco ha tutto questo, ed è un lasciapassare per il girone d’eccellenza del jazz-rock. Più in là, Al seguirà percorsi vari ed affascinanti, in primis contaminazioni etniche fra almeno tre continenti, ma è raro trovare un disco così fresco, ed allo stesso tempo così maturo.

Nel 1977 siamo in coda a quel genere che esplode nell’America degli anni 70, il jazz-rock (suonava brutto allora quanto adesso), quello che gli americani chiamano jazz-fusion: il brodo primordiale, non a caso, è quello dello stregone, Miles Davis. Nel suo “Bitches Brew”, e negli album immediatamente precedenti, ci sono (quasi) tutti i protagonisti di quello che sarà il trend dominante del jazz degli anni 70, attrattivo soprattutto nei confronti di un pubblico del rock, in quegli anni amante di novità, di fughe in tutte le direzioni, anche verso quella parola jazz, che non aveva mai attratto le masse.

Dalla diaspora di Miles, che in quegli anni lo stesso gruppo non riusciva mai a tenerlo insieme più di un anno, forse due, nascono almeno quattro band fondamentali: la Mahavisnu Orchestra di John Mclaughlin, i Weather Report di Joe Zawinul e Wayne Shorter, gli Headhunters di Herbie Hancock e i Return To Forever di Chick Corea. 

Di Meola per certi versi arriva in coda, ma portando influenze diverse nel mix riapre il genere, lo rinfresca, gli toglie la meccanicità, rischio sempre dietro l’angolo in musiche così complesse. Il suo amore per il rock lo fa ragionare in termini compatti, il brano deve finire un attimo prima di quando te lo aspetti, da una parte; la sua cultura multiforme, la sua origine italiana, la sua anima mediterranea fanno delle sue musiche delle colonne sonore per viaggi che connettono i vari punti del mappamondo. E tutto questo a 22 anni!

Sono quelli che ha quando Corea cambia tutto e lui, il cucciolo, l’ultimo arrivato, che aveva cominciato a carburare per bene, si trova senza band. Chick Corea, anche lui evidenti origini italiane, lo aveva chiamato due anni prima, alla dipartita di Bill Connors dal suo magnifico quartetto, i Return To Forever, supergruppo in cui il talento sprizza da ogni nota. Per Al è un salto pazzesco: famiglia di origine beneventane, cresciuto nella città più vicina a New York ma dalla parte sbagliata del ponte, Jersey City, è davvero un predestinato. A sette anni comincia a prendere lezioni di chitarra jazz, ma ama Elvis e il r’n’r, «volevo suonare il r’n’r ma veniva fuori strano, non come agli altri», mi ha raccontato in un’intervista fiume nel ’78, «invece di usare principalmente il primo e terzo dito, usavo tutte e cinque le dita, come un jazzista, e mi sentivo frustrato. Dopo ho capito che il limite era un’opportunità. Poi mi sono appassionato al country, il finger picking del bluegrass di Doc Watson mi ha rivelato un’altra tecnica ancora». Senza dimenticare il suo primo amore, la batteria, che lo spinge a comporre e suonare la chitarra con una concezione percussiva. Nei passaggi più infuocati dei suoi vorticosi ritmi latini, Di Meola si porrà spesso idealmente di fronte a congas e timbales, abbandonando il ruolo melodico della solista per ingaggiare duelli che scottano con la sezione ritmica. 

Verso i sedici anni i riferimenti diventano Miles e Coltrane, i Circle di Chick Corea e Anthony Braxton, e la musica latina. Suona nella band di Barry Miles (che anni dopo diventerà il suo fidato tastierista), e poi va a studiare al Berklee College di Boston. È lì che lo trova Chick Corea, a cui un amico ha fatto sentire un nastro dal vivo della band di Barry. «Chick Corea era il mio preferito, un idolo, ero sconvolto dai RtF. Se avessi potuto esprimere un desiderio alla lampada magica non avrei avuto esitazioni: erano già anni che mi ero idealmente calato in mezzo a loro». (Qui lo ricorda alla scomparsa di Corea, qualche mese fa).  

Connors se ne va all’improvviso, e Al impara tutti gli spartiti dei RtF fra venerdì e il concerto all sold out alla Carnegie Hall il lunedì sera. Una sfida, imparare da zero le complesse partiture di Chick: «Posso garantire che sono veramente una sfida, non ci sono molti chitarristi che possono fisicamente suonarle. Io mi esercito da molto tempo, e quello che scrive è ancora adesso una sfida». Le incisioni di “Where Have I Known You Before” cominciano una settimana dopo, «certamente non ero preparato a duellare con il suono colossale e affermato degli altri tre», ovvero Corea, Stanley Clarke al basso e Lenny White alla batteria.

È il 1974, e Al rimane con i RtF altri due album, “No Mistery” e il doppio “Romantic Warrior”, in cui si esce dal formato bombastico dell’inizio e ci si apre a melodie latine, brani semi-acustici. Sono tre dischi d’oro, portano il jazz nei top 50, e non solo: «venivano a vederci musicisti di ogni strumento: il mix di jazz rock e classico era una vetrina per le nostre capacità. Sono cresciuto molto in quegli anni di fianco a una leggenda. Perché ti assicuro che Chick è uno dei grandi compositori americani del nostro tempo, brani come ’Pharoah Kings’ sapevano veramente portarti altrove, avevano un feeling incredibile».

Quando all’improvviso Corea decide di cambiare direzione (il nome RtF rimarrà per un altro album) nonostante avessero appena firmato un mega-contratto con la CBS, Al e Lenny White escono, e il momento è giusto per lavorare in proprio. Il titolo del primo album solista, “Land of The Midnight Sun”, è da aurore boreali: l’arrivo ai paesaggi mediterranei lo prende un po’ alla lontana, anche se il Sud Europa è già in vista, manca poco. È molto ben accolto da critica e pubblico (ancora ristretto). Oltre ai brani in cui la prossima star dell’elettrica mette in mostra il suo futuro ci sono un brano acustico di Johann Sebastian Bach e un brano cantato, che rimarrà un unicum.

Da allora in poi la musica sarà solo strumentale, con una caratteristica cinematografica, visuale, che è veramente raro trovare così forte e che spesso si rispecchia nei titoli: «Non ci sono testi a illustrare quello che intendo dire, e quindi anche il titolo è importante. Gran parte del jazz-rock non mi dice nulla. A me piace lasciarmi andare e sentirmi portato via dalla musica, cerco di trasmettere questa sensazione. Le mie radici sono nell’Europa meridionale, molto del mio feeling nasce dalla musica italiana, anche se non è sviluppata ritmicamente quanto quella spagnola o sudamericana. Ma ci sono queste incredibili melodie! Mi affascinano anche certe musiche medio-orientali, egiziane. Musica che viene tutta dallo stesso posto, il Mediterraneo». 

L’album, il viaggio, si apre con un ’Flight Over Rio’, un volo a planare circolare, ti immagini il Pan di Zucchero sotto, le spiagge bianche di Ipanema e Capocabana, le colline dietro, le favelas incastonate nel verde o nel cemento. Basso e due o tre tastiere e synth di Barry Miles e dell’eccellente Jan Hammer (fuoriuscito dalla Mahavisnu di McLaughlin) che volteggiano a loro volta ti fanno pensare a un finestrino di un aereo, un emozionante arrivo dall’altra parte del mondo. Ma a 1’30” entra l’elettrica, il ritmo sale e allora forse non può essere più un grande veivolo, forse è un uccello che sale e scende, che si unisce a uno stormo e poi ne esce, sempre più veloce, forse è un top gun, forse è solo immaginazione, perché se no la testa girerebbe troppo. Duetta con un synth a velocità supersonica, mentre la ritmica di White e Anthony Jackson, bassista preciso e senza fronzoli, ti tiene in quota. Un finale che sembra uscito da “Caravanserai” alza la temperatura, il riff di piano elettrico schiaffeggiato dalle congas che si spandono ovunque, finchè -effetto che Al usa spesso- tutto rallenta, il vortice si placa e quel giro di basso circolare dell’inizio torna e poi sfuma via.

C’è tanto di Santana in questo primo Di Meola. Intanto, alle percussioni c’è proprio Mingo Lewis, uno della band di “Caravanserai”. Carlos in quel periodo è in fase involutiva: la splendida fusion jazzata degli ultimi anni (da “Caravanserai” a “Borboletta”) non ha avuto successo commerciale, e la spinta verso una musica più accessibile ha diluito la poesia e il fuoco di quegli album dove si cerca Coltrane e Pharoah Sanders e non le classifiche. In qualche maniera, chissà quanto consapevole, Al ne riempie il vuoto, e non fa che – almeno per me – portarne avanti l’eccitazione. Non solo in quei passaggi infuocati: anche il secondo brano, la seduttiva ’Midnight Tango’, ricorda vagamente le ballate di Carlos, da ’Samba Pa Ti’ a ’Europa’, potresti danzarla via con la leggerezza e la passione che è insita in quel mix di mediterraneo e latino/sudamericano. La complessità armonica di Corea e la sensualità di Carlos, capite perché ho consumato questi 180 grammi di vinile?  

Il tango di mezzanotte, brano sontuoso, ti accarezza e ti fa roteare, ha dentro tutte le sfumature di un amore intenso e mai uguale a se stesso, i break sono una rullata raddoppiata dalla chitarra a velocità impossibile. Sfuma via, perché Di Meola è maniacalmente attento a non strecciare troppo, a lasciarti sempre la voglia di sentirne ancora: «È importante sapere quando finire una sezione, prima che l’ascoltatore si annoi. Lo so, perché ho ascoltato quasi ogni disco rock, ed anche di jazz e di classica, e so quando un compositore avrebbe dovuto finire un movimento perché non comunica più nulla. È anche la bellezza della musica classica, estendere molto: ma se vuoi incorporare quella struttura devi ricordarti che la stai proponendo a un pubblico diverso, quindi devi farlo in una maniera che non respinga o li annoi». 

Un passaggio di percussioni afro-cubane ti conduce su un terrazzo, sole a picco e mare blu davanti. Nell’aria, chissà da dove, arriva un suono, quello che per me è sempre stato il pezzo centrale dell’album. E, guarda caso, non è elettrico. 

’Mediterranean Sundance’ è pura Spagna, un gioiello assoluto di composizione e performance, uno dei brani strumentali più belli di sempre. Nasce quando Al, in tour coi RtF in Spagna, compra alcuni dischi di Paco de Lucia, il più grande chitarrista di flamenco, 7 anni più anziano di lui, una sorta di semidio in patria e di nuovo eroe per la manoveloce del Jersey. Il duetto richiesto si fa, a New York, un paio d’ore per Paco per sintonizzarsi e imparare il pezzo, ed è un trionfo dei sensi, del ritmo, di sublimi finezze tecniche alternate a passaggi di potenza struggente. I suoi artisti preferiti, la musica classica contemporanea spagnola, “Il Concerto di Aranjuez” di Joaquìn Rodrigo e le composizioni di Manuel de Falla e la ’Entre Dos Aguas’ di De Lucia si ritrovano in questa danza a due, Al sul canale di destra dello stereo, Paco a sinistra. Il titolo, meraviglioso e così evocativo anche del nostro paese, la musica, così sapientemente costruita, la maestrìa dei due: capolavoro.

«Quando i critici mi dicono che ’esibisco la mia velocità’ non sanno proprio da dove nasca: sì, io suono veloce, quando serve però, perché so suonare anche delle melodie lente e sensuali. Ma se ascolto un chitarrista di flamenco, come faccio a criticarlo per questo?, loro suonano veloci sempre! Se critichi quello puoi gettare via tutto il flamenco, perché è sulla tecnica, oltre  all’emotività, che questa musica si basa».

Le dita dei duellanti si affrontano e si ritirano, si intrecciano e sfrecciano via. Le dita si muovono alla velocità della luce, più muscolari quelle dell’enfant prodige, che conduce, più arrotondate quelle del maestro gitano. Poi arrivano quelle raffiche di quattro rapidissime note per tre volte, e altre tre, un classico del flamenco, lo highlight, uno contro l’altro armati, la potenza non è nulla senza controllo ma neanche la velocità lo è. Come un equilibrista sul filo, è come un salto mortale senza rete, una curva a 300, non puoi sbagliare neanche un millisecondo. Non lo sbagliano. Quel fischio finale di Paco dice tutto.

Cinque minuti che valgono da soli il prezzo, che verranno quattro anni dopo raddoppiati, strecciati fino a 11’ in un susseguirsi di fughe e duelli e attese e decolli al limite del fisico sul loro album dal vivo “Friday Night in San Francisco”, ospite su due brani John McLaughlin, l’uomo che aveva all’inizio (nella sua versione elettrica con Miles) aveva ispirato Chick Corea a creare la prima versione dei RtF.

C’è una linea di basso che apre ’Race With The Devil On A Spanish Highway’, un charleston che tiene il tempo veloce, passa una sfrecciata di chitarra, ’oh, cos’era?’. Echi lontani e congas. L’elettrica è tornata, minacciosa. La tensione sale e non ce la fa più. Si viaggia sereni, il paesaggio brucia di sole, siamo in overdrive e tutto è sereno. Oh-oh, arriva qualcosa da dietro, ed è indemoniata. Come in un film di James Bond è partita la corsa, e da zero a cento è un attimo. È impossibile la velocità, intendo anche quella di Al. Ci si rilassa ancora un attimo e già lo sai, il diavolo arriva con la seicorde distorta e cattiva da dietro e tocca ripartire, si duella con un’altra chitarra ma anche con la tastiera, ’che ci si mette pure lei?, in quanti siamo?’. Inutile dirvi come tutto alla fine converge in uno di quegli assoli che per velocità e intensità preghi non durino troppo, che non gliela fai. E infatti sfuma (troppo presto), e pensi: che brutta idea, poteva andare avanti anche mezz’ora.

Una delicata e sensuale mandolinata che ha il profumo di una ’Lady of Rome’ e la camminata sensuale della ’Sister of Brazil’ ti fa tirare un attimo il fiato, per fortuna, e sai che il viaggio sta per terminare.

Anche la Gipsy Suite, i 9’ del gran finale, comincia con tocchi di flamenco, ma poi entra l’elettrica e tutto si fa ondeggiante, la ritmica sotto che si muove circolare. La chitarra o forse una tastiera, mica si capisce il suono è a metà, fa lei la percussione, poi rientra l’elettrica, potente, e la base circolare riprende e non si ferma più, un ritmo che nonostante tutto quello che succede sopra (e suon fuochi d’artificio) riemerge sempre, ’non preoccupatevi, tengo sù tutto io’. Poi tutto si smorza, il clavinet con un assolo infinito su toni altissimi corre così veloce che fai fatica stargli dietro. Torna la base circolare, ’pensavate che ero andata via?’, e si swinga che è una meraviglia, è Brasile e festa, ogni tanto la Les Paul minacciosa che ricorda che tutto potrebbe cambiare da un momento all’altro, ’occhio’. L’entrata di Lenny con l’artigliera ci annuncia che si sta per chiudere. Ok, dice Al, ’un attimo’, e riprende il flamenco. Proprio un attimo, lo swingone finale si chiude in un fracasso, rullatone a cascata, e quel La minore 7^sparato all’unisono da tutti. Che anche quello se lo sbagli di un millisecondo ci fai una figuraccia. Non sbagliano. Si chiude, ragazzi, ci vediamo domani.

Ho sempre pensato alla parentela, non dichiarata ma abbastanza deducibile, fra il fusion-rock-jazz e il prog inglese, Yes più di tutti. Per entrambi richiami classici, molto gusto melodico e desiderio di elaborare, tecnica mostruosa, il gusto per le suite lunghe e i brani costruiti. Ognuno lo suona a modo suo, le ritmiche americane hanno ben altra cattiveria e i ritmi sono più tesi, il clima più jazzato, il cantato assente: si è venuti sù con tradizioni diverse, chi con Miles e chi con Fripp, però per tanti versi sono la versione americana, o inglese, l’una dell’altra. Anche per la contemporaneità storica. Ma Al ha una sua idea precisa della durata dei brani: «avrei potuto estendere ogni sezione di ’Gipsy Suite’ dieci volte fino ad occupare una facciata come fanno molti. Ma è pericoloso: ad ogni sezione potresti perderti qualcuno per strada, no good. Il segreto con questa musica è sapere quando chiudere un movimento o il brano, quando finire un assolo.

A me piace che i musicisti in sala non improvvisino casualmente, ma si attengano alle mie indicazioni: suonare sciolti, individualmente, non dà energia ma contribuisce solo al caos, specialmente nelle parti ritmiche. Il momento dell’improvvisazione è l’assolo, ma è facile perdercisi dentro, prolungarlo oltre il giusto, portarlo in alto troppe volte e non chiuderlo mai. Niente punti deboli o noiosi, invece: hai a che fare con un genere di musica al quale un pubblico rock non è abituato. E io voglio comunicare con loro, quello è il pubblico più grande. Chick aveva un’attitudine jazz, non si curava tanto del suono, dei dettagli. A me piace quando nei dischi si coglie ogni piccolo dettaglio. Certi chitarristi suonano veloce ma non sanno se riusciranno a prendere o no tutte le note. A me piace colpire ogni corda, prendere ogni nota».

Non è un caso che il successo della gitana elegante arriva ben oltre gli appassionati di questo nuovo jazz, prende il disco d’oro, e Al diventa di colpo un mito anche per gli appassionati della seicorde, sempre in cerca di un nuovo idolo. È l’inizio di un percorso che lo porterà lontano, 38 album a tutt’oggi, molti dei quali dedicati alle musiche del mondo, frequenti tuffi nell’acqua blu del Mediterraneo così amato ma anche altrove, dal tango argentino di Piazzolla a Dino Saluzzi, da Morricone ai Tazenda, da Peter Gabriel ai Beatles. Molti dei quali (per la mia gioia, confesso) suonati con la chitarra classica. Nasce tutto da quella danza mediterranea sotto il sole, uno di quei brani di cui essere felici ad averne scritto solo uno, nella vita. Al ne ha scritti e suonati molti altri.

71 (continua). Qui le altre puntate.

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