Ritratto di parentiTra giornalismo e musica, ecco la storia di una dinastia italiana

Attraverso le cronache della sua famiglia, Andrea Albertini ricostruisce nel suo ultimo libro per Sellerio un pezzo di Italia (e di Europa). Partendo dalla tenuta di Tolstoj a Jasnaja Poljana e dal Piemonte di Colleretto arriva a via Solferino, per descrivere la vita, le opere e gli amori di uno dei più importanti direttori del Corriere

Immagine di Giuseppe Giacosa, da Wikimedia

La sera del 31 gennaio, mentre il sipario si era appena sollevato sul salone fastoso di casa Rosani, Luigi Albertini passeggiava nei pressi del Teatro Manzoni, in attesa di conoscere l’esito dell’opera di Giuseppe Giacosa. Anche lui un giorno l’avrebbe chiamato Pin? E quanto mancava a quel giorno?

Camminava e pensava a Piera, all’effetto che aveva avuto sui suoi sentimenti. Era arrivato a Laveno con la testa foderata di pagine del «Corriere della Sera» e l’aveva riportata indietro a Milano piena d’acqua di lago su cui si riflettevano due sagome felici.

Piera – o Pierina, come la chiamava suo padre con affetto – l’aveva ammaliato con i suoi discorsi, con la sua logica ferrea e la sua cultura così ampia. Certo, era figlia di un grande scrittore, ma non si era mai figurato d’incontrare una ragazza di diciotto anni cresciuta leggendo Dante e Manzoni, Tolstoj e Dostoevskij, i grandi francesi Hugo, Balzac, Stendhal e Dumas padre, Dickens e addirittura Oscar Wilde.

Faticava ad ammetterlo, ma quella diciottenne aveva una conoscenza della letteratura superiore alla sua.

Il padre era stato più di un esempio per le figlie, non si era limitato a educarle con le migliori letture e ad aiutare la loro fantasia a viaggiare: come una vera guida, all’età propizia, aveva aperto la porta del suo mondo per accompagnarle in esplorazione.

Con la primogenita Bianca era stato a Pinerolo, ospiti a casa dell’amico e scrittore Edmondo De Amicis, e poi a Vicenza dove l’aveva presentata all’amico del cuore Antonio Fogazzaro.

Con Piera era andato a Parigi, in giro per teatri in compagnia di Anatole France. E con la più piccola Paola, la dolce Linot – che a Laveno aveva forse capito qualcosa di più di quello che il suo viso innocente rivelava –, era stato a Bologna da Zanichelli dove, nel retrobottega della casa editrice, Giosuè Carducci le aveva portato un grandioso gelato multicolore.

Che uomo, Giuseppe Giacosa, pensò Luigi fermandosi alle spalle del teatro. Se lo immaginò fremente dietro le quinte, forse a pochi metri di distanza da dove si trovava lui in quel momento, con gli amici Boito e Praga al suo fianco, prodighi d’incoraggiamenti.

E Piera? pensò ancora Luigi, più innamorato che mai, così tanto da non rimuginare sulla ragione per la quale si trovava fuori e non dentro al teatro. E Giovanni Pozza? Stava prendendo appunti per l’articolo sul «Corriere» dell’indomani?

Ecco la cronaca. Il teatro era pieno zeppo. Le prenotazioni al botteghino superarono di duecento il numero dei posti disponibili. Tutta la Milano intellettuale ed elegante assisteva alla recita. L’aspettazione era grande ed esigente. Il primo atto ascoltato con un interesse sempre più intenso, finì fra uno scoppio interminabile di applausi. Giuseppe Giacosa dovette presentarsi al proscenio tre volte. L’atto parve un gioiello…

Al termine del primo atto Pozza lasciò di corsa la platea e corse dal drammaturgo che si trovava sul palco alle spalle del sipario, circondato dagli amici storici coi quali stava cercando di scaricare la tensione per l’emozionante accoglienza sul proscenio.

«Dov’è il mio amico poeta?» gridò ridendo il critico teatrale mentre provava a strapparlo dagli abbracci degli attori e degli amici. Quando finalmente lo ebbe fra le sue braccia, gli urlò nelle orecchie: «Basta chiamarti autore! Da stasera sei il poeta. Mi hai capito?».

«No, non ho capito un bel nulla! Ma non per colpa tua! Non sto capendo più nulla già da un bel po’!» gli rispose Giacosa con gli occhi lucidi per l’emozione, distratto dagli abbracci e dai baci delle persone che se lo stavano contendendo.

«Non ti preoccupare» gli fece Pozza. «Goditi questi momenti meritati, al resto ci penso io, domani sul “Corriere”».

«Giovanni, aspetta, non te ne andare… hai visto Marco? Marco Praga?».

«È qui fra di noi, l’ho intravisto poco fa, ma in questa confusione… ah eccolo! Marco! Marco! Vieni qui che Pin ti vuole!».

La gente sul palco continuava a strattonare Giacosa e a gridare, a fare domande, a pretendere la sua attenzione.

«Marco!» gridò il librettista. «Amico mio, vieni qui, ti devo chiedere una grande cortesia… prendi subito una carrozza e corri a casa, portami qui mia moglie, Pierina e Linot. Vola e torna con le mie donne! E adesso, tutti fuori di qui che fra pochi minuti si ricomincia!».

 

da “Una famiglia straordinaria”, di Andrea Albertini, Sellerio, 2021, pagine 472, euro 16