Draghi a TripoliIn Libia possiamo dire molto sulla ricostruzione, pochissimo sugli equilibri politici

A differenza di Conte e Di Maio, il premier evita di schierarsi dalla parte di personaggi discutibili come Haftar e si limita all’unico ruolo che ci è concesso: quello di sponda per accordi finanziari, ricalcando il rapporto preferenziale che aveva Berlusconi con Gheddafi

Lapresse

La visita di Stato di Mario Draghi in Libia, scelta non casuale per il suo primo viaggio all’estero, evidenzia impietosamente l’abisso che intercorre tra la strategia e lo stile del premier e la caotica e inconcludente politica libica seguita da Luigi Di Maio e Giuseppe Conte.

Là dove Draghi è ben cosciente che l’attuale e nuovo governo libico di unità nazionale presieduto da Abdul Hamid Dbeibah è il frutto dell’esito di una guerra guerreggiata, persa da Khalifa Haftar (e dalla Russia, dall’Egitto e dagli Emirati), Di Maio ha sempre sostenuto che «la soluzione può essere solo politica, non militare».

Invece, il compromesso tra le fazioni libiche è venuto solo e unicamente dopo che le forze militari sul terreno si sono misurate in guerra e la soluzione politica è venuta solo dopo che gli sponsor della parte perdente (Egitto e Russia) hanno preso atto della sconfitta piena del loro protegée Haftar e hanno cercato un compromesso politico, rigidamente basato sui rapporti di forza militari, con la parte vincente (al Serraj e la indispensabile Turchia).

Là dove Draghi è ben cosciente che gli equilibri politici libici dipendono ancora oggi solo dallo schieramento militare delle forze – perché la Turchia si è presa per un secolo il controllo del porto di Misurata e le forze militari della Cirenaica stanno scavando una trincea armata nord-sud di 90 chilometri a partire da Sirte – e dice «è essenziale la tenuta del coprifuoco», Di Maio invece straparla.

Nei suoi due recentissimi viaggi libici l’ineffabile ministro degli Esteri non ha parlato di coprifuoco, ma ha ridicolmente esaltato «il contributo efficace all’embargo sulle armi della operazione Irini a guida italiana».

È andato addirittura oltre il ridicolo, perché Irini è stata ed è palesemente una operazione alla Masaniello, che ha fatto solo ammuina nelle acque del Mediterraneo lasciando sbarcare ben 20mila miliziani stranieri dell’una e dell’altra parte, con armamenti pesanti trasportati massicciamente via mare e via terra, raffinatissimi droni da combattimento, missili e tank, con l’aviazione emiratina che spadroneggiava nei cieli e gli aerei da trasporto russi e turchi trasportavano di tutto.

Ma non basta. Mentre Di Maio, nell’ultimo anno, assieme a Giuseppe Conte, allora premier, si è sempre più esposto ridicolmente a favore di Khalifa Haftar, ricevendolo addirittura con gli onori militari a Palazzo Chigi (irritando al Serraj che ha annullato la sua visita), Draghi in Parlamento, prima di partire per Tripoli, ha avuto parole chiare.

Ha bastonato elegantemente la Francia che ha sempre sostenuto Haftar: «Se vi fossero interessi contrapposti a quelli dell’Italia, il nostro Paese non deve avere alcun dubbio a difendere i propri interessi internazionali, né deve avere timori reverenziali verso quale che sia il partner» (il riferimento a Macron è qui evidente).

Ma, contemporaneamente, non ha avuto alcuna remora a difendere i nostri interessi nazionali nei confronti del fronte opposto. Innanzitutto ha fatto quello che incredibilmente Di Maio non ha mai fatto: nei giorni precedenti la visita ha avuto una lunga telefonata con Tayyp Erdogan, uomo chiave oggi perché i suoi armati controllano manu militari la Tripolitania, nel quale ha parlato appunto anche di Libia.

Poi, sempre in Parlamento, ha chiesto «l’evacuazione di coloro che hanno alimentato questa guerra, i mercenari e gli eserciti di altri Paesi, tra questi la Turchia».

Infine, ma non per ultimo, Draghi ha ben chiari, a differenza di Di Maio e Conte, due elementi di fondo.

Innanzitutto che l’Italia ha perso ormai il ruolo di “dominus” che pure aveva conquistato nel 2016-2018 con la gestione della crisi libica di Marco Minniti, quando le tribù libiche si riunivano a Roma per confrontarsi. Questo ruolo è oggi della Turchia e della Russia e dei loro militari sul terreno.

Dunque, l’Italia può giocare solo quel ruolo di fondamentale partner economico che peraltro non possono concretizzare né la Turchia (sfiancata da una crisi economica sfibrante), né la Russia, non dotata di un potenziale economico proiettabile all’estero.

Infine, Draghi sa bene che l’attuale quadro di comando politico in Libia, a partire dal premier Dbeibah, è quanto di più vicino al quadro di comando del colonnello Gheddafi si possa immaginare (non a caso, influenzato dietro le quinte dal figlio di Gheddafi Seif al Islam).

Dunque, come chiesto esplicitamente dallo stesso Dbeibah, Draghi intreccia oggi accordi economici che ricalcano alla perfezione quelli siglati nel 2008 tra lo stesso Gheddafi e Silvio Berlusconi premier.

Si parte dal finanziamento della grande autostrada costiera di 1.750 chilometri che deve unire Bengasi a Tripoli, per continuare con l’impegno in Libia dell’Eni (formidabile e accorto asset del nostro paese, che ci differenzia dalla Francia della Total, come dalla Russia della Lukhoil), alla fornitura di energia elettrica.

Da notare infine, a scorno della sinistra del Partito democratico (Matteo Orfini e Laura Boldrini, che hanno subito veementemente protestato) e di Articolo Uno di Roberto Speranza, che Draghi, sulla linea di Marco Minniti, ha di fatto ringraziato la Guardia Costiera libica per il contrasto agli scafisti e le ha ribadito aiuto e assistenza (scandalo sdegnato a sinistra che la considera una banda di assassini), ricordato che il problema degli immigrati si forma a Sud, nel Sahel, e che l’Italia è l’unico Paese a organizzare i corridoi umanitari.

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