SpartiacqueL’album con cui Lucio Dalla cambiò il destino della musica italiana

Com’è Profondo il Mare è un dolce stil novo che tocca registri emotivi diversissimi: sarcastico e tenero, ironico ed empatico. Con questo disco si esce dallo stile politico degli anni ‘70 e si comincia a riaprire la porta ai sentimenti e a una poetica più libera. Read&Listen

Questo album è uno spartiacque per Lucio Dalla, che per la prima volta molla gli ormeggi e sceglie di fare vela in solitario, parole e musica: quello che era percepito come un estroso musicista e talentuoso interprete fa un ulteriore salto e diventa una dei migliori artisti italiani, e presto mondiali.

È uno spartiacque anche la poetica che Lucio inventa per sé, un misto continuo di realtà attraverso lenti surreali e di intimità ammantata di metafore e polvere di stelle. Reale e surreale insieme.

È un dolce stil novo che tocca registri emotivi diversissimi: sarcastico e tenero, ironico ed empatico, struggente e tagliente, e incredibilmente visuale. Il tutto naturalmente cantato/recitato in maniera strepitosa, duttile, intensa o leggera, a seconda: negli ultimi anni del decennio, il talento di Lucio esplode, e saranno almeno tre capolavori, uno in fila all’altro.

E infine è uno spartiacque anche per la musica italiana: insieme ad altri due album dei maggiori cantautori degli anni ‘70, Bennato con “Burattino Senza Fili” e Venditti con “Sotto il Segno dei Pesci”, c’è un cambio di direzione, si esce dallo stile “politico” dei nostri anni ‘70 e si comincia a riaprire la porta al personale, ai sentimenti, a una poetica più libera.

Del resto, l’acqua è il simbolo a cui Lucio affida la sua grande metafora: l’idea del mare, del grande oceano, come punto di partenza dell’umanità, «i pesci dai quali discendiamo tutti».

Mare come pensiero liquido, onnipervasivo, che «non lo puoi bloccare/non lo puoi recintare», mare profondo come l’inconscio collettivo che ci lega tutti, mare simbolo di libertà di pensiero e di non omologazione. Mare come protezione e ambiente sicuro per i pesci e per tutti coloro che hanno una coscienza. Mare come full immersion.

Non a caso, queste canzoni nascono in buona parte in mezzo al Mar Adriatico, alle Tremiti, dove sull’isola di San Domino ha appena comprato una casa, a Cala Matano. È il suo buen retiro temporaneo, un luogo fisico e mentale dove rigenerarsi, dopo aver rinunciato a un’estate intera di concerti sull’onda del successo di “Automobili”, il terzo album con testi di Roberto Roversi, poeta bolognese con cui la collaborazione si è esaurita, con strappo.

L’incontro fra due artisti così diversi è stato davvero molto suggestivo, incredibilmente creativo. Roversi è una figura leggendaria nel suo ambito culturale: ex-partigiano, direttore di Lotta Continua e gestore della libreria Palmaverde, scrittore e poeta, ha 20 anni di più, i capelli già bianchi e un rigore integralista su molte questioni, fra cui il ruolo dell’artista.

Per lui, il “politico” in ogni atto artistico è inevitabile: il suo corso e quello della canzone d’autore della nuova generazione, da questo punto di vista, confluiscono e procedono insieme. È incuriosito da questo mondo lontano da lui, e gli piacerebbe provare a mettere parole in musica. Lucio di anni ne ha 33, come un gesùbambino cresciuto, e il suo percorso finora è stato ambizioso ma contraddittorio, un po’ jazz un po’ pop surreale, tanto estro ma uno considerato ai margini finché “4 marzo 1943” nel ‘71 a Sanremo gli ha aperto la strada.

Con la sua paroliera di riferimento, Paola Pallottino, che ha scritto questa e “Il Gigante e la Bambina”, ha litigato con una certa brutalità, e Bardotti e Baldazzi, che hanno scritto per lui, non gli bastano più.

I due si annusano, trovano complicità, e cercano una sintesi. È Roversi che guida, scrive parole che Dalla non ha mai visto prima, un misto di sagacia poetica e di stringente attualità, molto difficile da mettere in metrica. Una sfida se ce n’è una. Dalla assorbe l’idea di gente a cui riferirsi, che diventi interlocutrice, e metabolizza quelle parole, e trova di conseguenza anche un pubblico nuovo.

È quello dei movimenti giovanili e delle Feste dell’Unità, concerti in fabbriche e nei Teatri di Quartiere, spesso senza compenso, ma che gli danno una identità calata nel presente.

Musicalmente, trovarsi di fronte a metriche così astruse, irregolari e non necessariamente in rima, spesso più da recitare che da cantare, spingono Lucio avanti in modo grandiosamente imprevedibile. C’è grande originalità in “Il Giorno Aveva Cinque Teste” e “Anidride Solforosa”. Dalla è conquistato dall’ispirazione di Roversi, si scrivono lettere affettuose (con un tono un po’ da missive dell’ ‘800) e anche se i dischi non vendono molto, la cifra artistica li soddisfa appieno.

Sul terzo progetto, il successivo “Automobili”, le due direzioni cominciano a divergere. Lo spettacolo teatrale “Il Futuro dell’Automobile e Altre Storie” è uno spettacolo complesso, che vuole con la metafora dell’auto raccontare le contraddizioni e i paradossi nella nostra corsa verso il progresso.

È anche simbolo perfetto del distacco: il futuro, non solo dell’automobile, lo vedono in modo a poco a poco diverso, e il confronto, durissimo, arriva al momento di farne un Lp, sul quale la Rca interviene pesantemente, pretendendo l’esclusione di addirittura quattro brani (che rimarranno inediti fino al 2013).

Dalla resiste, ma alla fine pragmaticamente decide di farlo uscire, meglio questo che la sosta forzata, è solo mezz’ora ma di alta qualità. Per Roversi l’intransigente è offesa insanabile, ritira persino il nome dai crediti, firmati con lo pseudonimo Norisso: «Non ho voluto sottoscrivere il 33 giri “Automobili”, è un tattico stravolgimento da parte della casa discografica del filo rosso argomentante che sottostava allo spettacolo Il futuro dell’automobile».

Di fronte alle sue argomentazioni quasi sprezzanti Dalla lo invita ad assistere un suo concerto, a vedere di persona come i giovani fans apprezzino le nuove canzoni, ma la risposta è ancora più intransigente e si chiude con un «ognuno sia libero di andare per la sua strada».

Dalla ci tiene a dire che non vuole solo un pubblico di giovani, ma anche di coetanei e di anziani, la sua musica deve esser per tutti: «È stato un trauma. A un certo punto ci siamo divisi su come organizzare il nuovo lavoro: lui lo voleva in maniera estremamente rigorosa, impostata verso un approfondimento del linguaggio dei nostri lavori precedenti, per esempio voleva parlare ancora essenzialmente con un linguaggio politico, mentre io non ero d’accordo, perché bisognava allargare più contatti col pubblico», ma di fronte al muro eretto alla fine se ne fa una ragione.

Lucio deve ripartire ancora una volta, e non gli sembra affatto facile. La Rca spinge per fare finalmente un disco che venda quanto dovrebbe, il suo stretto gruppo di lavoro – Renzo Cremonini (amico e manager), Michele Mondella (ufficio stampa), il nuovo amico/collaboratore Ron lo spingono, anche l’amico De Gregori gli suggerisce: «Con la facilità di parola che hai, perché i tuoi testi non li fai tu?». «Dopo Roversi non avrei mai immaginato di poter scrivere testi con altri. Come quando scopi con la Schiffer, a un certo punto lei non c’è più e al suo posto c’è un pastore tedesco. Allora capii che dovevo cominciare a scrivere i testi delle mie canzoni».

I dubbi sono tanti, ma se si guarda il percorso degli anni ‘70 di Lucio in termini cestistici, come piaceva a lui, il rookie è pronto a diventare l’Mvp. Ha avuto tre anni per crescere in maniera notevole, Roversi gli ha mostrato la strada per parole diverse e mischiate in modo nuovo, a partire da quel «nevica sulla mia mano» (da “La Canzone di Orlando”) che fatto scoccare la scintilla.

Oltre ai temi sociali e politici, ha capito come con le parole si possa parlare di tutto con contrapposizioni ardite, come non aver paura di mischiare momenti e ritmi diversi all’interno della stessa canzone, come giocare ad acchiappami con le rime e le metriche. Musicalmente, è sbocciato un talento multiforme, le cui influenze in entrata – dal beat al gospel, dallo scat jazzistico alle arie operistiche, dagli Area al Teatro Canzone – si fondono in una musica diversa da qualsiasi altra cosa in giro.

In altre parole, è pronto. “Come È Profondo il Mare” è il fine tuning, la messa a punto di tutto quello che c’è stato prima, ma con una differenza: è libero di fare canzoni, nel senso più musicale e pop del termine. Vuole arrivare a tutti. Da qui in poi, le musiche diventano memorabili, le canzoni cantabili, le parole linguaggio comune e condiviso. E le vendite una semplice conseguenza.

La scintilla scocca al Museo Kunsthaus di Zurigo di fronte a un quadro ottocentesco, “La Predicazione ai Pesci di Sant’Antonio” di Arnold Bocklin, dove è evidente l’ispirazione per la title track. Ma in verità il primo pezzo dell’album è già stato scritto: nell’ultima puntata delle quattro di “Automobili” riprese dalla Rai, ha accennato qualche strofa di una canzone inedita (cosa strana ma certamente felice terminare con anticipazione di quel che sarà), che diventerà “Il Cucciolo Alfredo”:

«Tra le case e i palazzi di una strada d’inferno
Si vede una stella tanto bella e violenta
Che si dovrebbe vergognare…
…Il cucciolo Alfredo, avvilito e appuntito
Con i denti da lupo tradito
Ci pensa un attimo e poi sale
Si tratta di un giovane autobus dall’aspetto sociale
E il biglietto gratuito
Regalo di un’amministrazione niente male…».

È una canzone che nasce una sera, guardando un ragazzo con “tutta l’estetica dell’autonomo” che sale sull’autobus. È l’archetipo dei molti ragazzi che vivono la politica sul territorio della città, dilaniata in quei mesi dalle lotte fra manifestanti e la Polizia, che culmina con l’uccisione di Lo Russo, da cui la città s’infiamma e viene per qualche giorno militarizzata dal ministro degli Interni Cossiga:

«Nemmeno Natale è una sera normale
Con gli occhi per terra la gente prepara la guerra
C’è guerra nei viali del centro
Dove anche il vento è diverso
Son diversi gli odori per uno che viene da fuori…».

È fortissimo lo scollamento fra le manifestazioni di massa e la solitudine alla fine della giornata, quando ognuno rientra nel suo privato. Ne viene fuori un ritratto di grande tenerezza ed empatia: «Se la sua è cattiveria, io la prendo per mano/ ce ne andremo lontano».

Lucio si appassiona alle lotte di quei mesi, esce in città e vede la durezza degli scontri, e sembra molto addentro le logiche politiche di quegli anni. In un’intervista per Popster qualche tempo dopo la pubblicazione dell’album, parla in termini molto coinvolti con quello che succede nell’Italia degli anni di piombo, anche se il suo intento è di «privatizzare le canzoni».

Il brano che apre il disco e la nuova vita di Lucio non potrebbe essere più evocativo, simbolico, allegorico. Si apre con un “siamo noi, siamo in tanti” che è inclusiva, quasi una chiamata a raccolta dei suoi simili, coloro che credono nel pensiero libero.

Come tutte le canzoni simboliche, i cui significati sono aperti, interpretabili e portano a dei voli di fantasia spesso distaccati dalla volontà dell’autore (quanti ce ne sono nel rock, dai Beatles in poi!), ogni singola parola è stata interpretata in maniera che rivela più di chi scrive che di Dalla stesso. Magari sono solo immagini che non hanno un grandioso significato dietro, anche se il segno complessivo è chiaro:

«Siamo noi, siamo in tanti
Ci nascondiamo di notte
Per paura degli automobilisti, dei linotipisti
Siamo i gatti neri, siamo pessimisti
Siamo i cattivi pensieri
E non abbiamo da mangiare
Com’è profondo il mare…».

Il fischio di Lucio, raddoppiato dal synth del suo nuovo produttore Sandro Colombini, la chitarra di Ron e il basso di Paolo Donnarumma aprono questa ballata circolare che dondola, come cullata dalle onde, in cui ogni strofa si chiude con la stessa frase, «come è profondo il mare».

Il terreno di scontro è la Storia: «Sono due situazioni inconciliabili. Da una parte l’uomo normale, battuto umiliato da sempre. Il popolo con la sua forza ma con le sue sconfitte, mai felice perché la sua classe viene sempre allontanata dal benessere, con tante situazioni di emarginazione e violenza. Dall’altra quelli che comandano, la cui smania di potere è diventata caratteriale. Per raccontare tutto questo avevo bisogno di una metafora, e il mare rappresenta molte cose: l’immensità del pensiero e della coscienza, ma anche l’enormità delle cose ancora da fare»:

«Con la forza di un ricatto
L’uomo diventò qualcuno
Resuscitò anche i morti, spalancò prigioni
Bloccò sei treni con relativi vagoni
Innalzò per un attimo il povero
A un ruolo difficile da mantenere
Poi lo lasciò cadere, a piangere e a urlare
Solo in mezzo al mare
Com’è profondo il mare».

E termina con un messaggio surreale e apocalittico:

«Certo, chi comanda
Non è disposto a fare distinzioni poetiche
Il pensiero come l’oceano
Non lo puoi bloccare
Non lo puoi recintare
Così stanno bruciando il mare…».

Pur nella giungla di immagini difficili da riferire con precisione, questa canzone e l’intero Lp non sono solari, non tragga in inganno la sua orecchiabilità pop: è un album che riflette un periodo oscuro e terribile per la nostra Repubblica, e solo la visione ironica e poetica della vita di Dalla lo rende musica leggera, leggerissima.

«Voglio un chilo di pane
E un fiasco di vino.
Le do in cambio il bambino che ho in più
Posso darle anche un osso.
Non mi piace è di cane
M’è passata la fame.
Quanto costa una mela?
Costa un sacco di botte.
Se mi faccio picchiare un pochino
La darebbe al bambino?
Se la metterà in testa senza neanche capire
Così lei con le frecce si potrà divertire».

È l’inizio di “Treno A Vela”, surrealismo se ce n’è uno, uno shuffle che si apre su uno scenario tristissimo, un padre che non ha da dare da mangiare al figlio. È un bell’esempio di come Dalla trasformi una storia così in qualcosa di poetico, a partire da un «Il bambino ora dorme sulla schiena di un cane/ mentre il padre sfinito gli fa aria col dito» che rivela come Lucio sia in grado di trattare il tragico con humour. Il finale sul disco è questo:

«Si è svegliato il bambino
A dormire ora è il cane
Mentre il padre da ore non parla
Ed ha sempre più fame
In un lampo la sua decisione
Prende in mano un bastone
E comincia a volare».

Dal vivo, invece, Lucio la canta diversa, «Prende in mano un bastone/e comincia a picchiare», che è molto meno sognante e più realisticamente rabbiosa: «In concerto posso gestire gli effetti di una frase, sul disco no», e questo ci riporta ai concerti, in cui Dalla non spiegava le canzoni per quello che erano letteralmente, però fra monologhi buffi e racconti spesso chiariva i possibili dubbi lungo le frasi del testo.

“Corso Buenos Aires” è, ante litteram, un commento farsesco sui problemi dell’immigrazione, una commedia all’italiana sul caos scatenato da un equivoco razzista. Scenario la strada vicino alla stazione di Milano, dove si scatena senza nessun motivo una caccia da parte dei benpensanti a un passante e suo figlio, cascati inconsapevolmente in un delirio razzista:

«…Dev’essere uno slavo
Che dorme e ruba alla stazione
Quegli occhi senza luce
È senz’altro un mascalzone
Chiamiamo un pulismano
Ho appena visto l’assassino
Dar fastidio a un bambino
Lo teneva per la mano».

Tocco ancora più caotico e farsesco:

«Arriva volando la volante
Con un furore sacro
Confusa da tutta quella gente non frena
E fa un massacro».

Il finale, dopo questa scena da pomeriggio di un giorno di ordinaria follia, è il controcampo visto dalla parte del padre, con coretto doowop che ripete «portami via», l’unica cosa di buon senso da fare:

«Il padre vide la scena, si prese paura
E dimenticò il sonno e la fame
Prese per mano il bambino
Che disperato piangeva
Perché non voleva lasciare lì il cane
Decisero in fretta di tornare a Barletta
E corsero alla stazione
Perché a Milano in agosto, oltre il gran caldo
C’è veramente tanta confusione».

Lucio qui è davvero al suo massimo espressivo, nel senso che getta in una pentola pregiudizi, humour nero, tenerezze e assurdità, con ritmo verbale pazzesco, e ne tira fuori un corto che può far riflettere, piangere e ridere allo stesso tempo.

È un doppio registro anche quello della canzone più controversa del disco in termini di linguaggio e di immagini, “Disperato Erotico Stomp”: qui c’è un po’ di autobiografia, nel senso che la «puttana ottimista e di sinistra» l’ha incontrata davvero, girovagando una sera, e il resto ha una sua logica: uomo scaricato da fidanzata tradente , «ti hanno visto bere a una fontana che non ero io….t’hanno vista alzare la sottana fino al pelo, che nero», esce di casa senza meta, incontra la puttana «ma non abbiamo fatto niente/son rimasto solo come un deficiente» e, alla fine, torna a casa con finale autoerotico inevitabile. Ma, va detto, giostrato su un registro poetico e tenero:

«Ho fatto le mie scale tre alla volta
Mi son steso sul divano
Ho chiuso un poco gli occhi
E con dolcezza è partita la mia mano».

Dalla di tabù ne sfata parecchi, in questo disco: «La musica andina che noia mortale», la “puttana ottimista di sinistra”, la masturbazione, è un disco con qualche angoscia ma libero di raccontare con humour le cose come stanno nella vita quotidiana.

Dice cose che non si dicono, ma non lo fa con la forza del riferimento o della citazione politica, come succedeva con Roversi, filtra tutto attraverso una leggiadrìa, uno stile di racconto che arriva al bersaglio senza intimidire, ma anzi attraendo qualsiasi ascoltatore, destra o sinistra, maschio o femmina, giovane o anziano.

Poi, ci sono momenti di vera commozione: “Quale Allegria”, scritta una settimana dopo la morte della adorata mamma Jole, nella quale si mischiano frammenti di memoria della madre, di una donna con cui non va, di un ragazzo disperato sul serio:

«Quale allegria
Se ti ho cercato per una vita senza trovarti
Senza nemmeno avere la soddisfazione di averti
Per vederti andare via…».

È l’inizio, struggente, di una serie di immagini fra palco e realtà che sfociano in un finale di cronaca drammatico:

«…Facendo finta che la gara sia
Arrivare in salute al gran finale
Mentre è già pronto Andrea
Con un bastone e cento denti
Che ti chiede di pagare
Per i suoi pasti mal mangiati
I sonni derubati i furti obbligati
Per essere stato ucciso
Quindici volte in fondo a un viale
Per quindici anni la sera di Natale».

«Andrea è un ragazzo di 15 anni sorpreso a rubare uno stereo da una macchina che è stato preso e massacrato, ucciso di botte. Era solo l’ultimo atto di un massacro che continuava a da 15 anni. Ognuno ha la sua realtà problematica, però bisogna fare i conti con la realtà di questo ragazzo che non aveva da lavorare, da mangiare, che era costretto a rubare per sopravvivere. Ogni dramma personale è sacrosanto, ma c’è una realtà ancora più tragica».

Chiudono “E Non Andar Più Via” e “Barcarolo”: la prima è ancora una volta l’esempio di come coniugando teatro e stile vocale jazzistico, allenato nella palestra di Roversi, Lucio abbia maturato quella elasticità di strecciare o scorciare le parole in modo anarchicamente riuscito. Di comprimere o esplodere la metrica piegandola alle sue esigenze narrative.

Il secondo è invece una storia vera, «un viaggio in barca a Ponza con barca ferma in mezzo al mare col motore guasto, seguita da una burrasca terribile, da non riuscire ad attraccare in porto. Insomma un viaggio disastroso».

Dopo così tanto movimento, parole e ritmi diversi, si finisce dove si è cominciato, sul mare: una chiusura davvero rarefatta, sospesa come una bonaccia in mare aperto, «un veliero sempre più lento/ e il mare diventa di sasso».

33 minuti come i suoi anni, in filigrana c’è tanta tristezza e un contesto assurdo e violento che condiziona Lucio e tutti noi che abbiamo attraversati quegli anni, così dannati e allo stesso tempo ricchissimi di fermenti, di incontri, di creatività personale e di gruppo.

Non sarà sufficiente per Roversi, che commenterà: «Ha voluto semplicemente essere lasciato in pace a cantare il niente. Sono scelte industriali, non sono scelte culturali». Ma che evidentemente è troppo nel suo per capire il diverso.

A me sembra invece un disco meraviglioso, epocale, che apre un percorso stellare per quel piccolo genio che ha riempito in modo superbo anni di attività poliedriche, fra Lp e tournée, colonne sonore e Opere, film e basket, Sanremo, teatri prestigiosi e di quartiere. Una persona curiosissima, colta, eclettica che, non dimentichiamolo, ha atteso il momento giusto per ricambiare con affetto coloro che all’inizio han dato una mano a lui (Morandi e De Gregori in primis).

Un viaggio concluso in una terra straniera mentre stava per andare in scena ancora una volta. Un viaggio profondo come il mare.

68 (continua). Qui le altre puntate.

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