Scegliere di non sceglierePerché l’obbedienza non è conformismo (e a volte non è negazione di libertà)

Durante il confinamento del primo lockdown, Natalino Irti ha messo insieme le sue riflessioni sulla tendenza umana alla sottomissione agli ordini, distinguendone da giurista casi e forme. Il risultato è “Viaggio tra gli obbedienti” (La Nave di Teseo) che fotografa a suo modo la realtà del nostro tempo

Di James Day, da Unsplash

Che cos’è il bisogno di obbedienza, il desiderio di ricevere e osservare comandi altrui, che talora si agita e preme in noi?

Certo, fatica e stanchezza di decidere da soli, necessità come d’un soccorso alla volontà spenta o affannata, o smarrita dinanzi a inattese circostanze. Allora la volontà altrui, facendosi carico della situazione, ci viene in aiuto, e decide per noi. E così ci libera e affranca da un peso, che ci schianterebbe e soffocherebbe. V’è pur sempre una nostra decisione, poiché decidere è anche rimettersi alla volontà altrui, ma è quasi una decisione in bianco, che si riempie, di volta in volta, di contenuto esterno.

Bisogno di obbedienza è pure il più alto e supremo grado della fede (e ne abbiamo in queste pagine segnalato testimonianze ed episodi), di una fede, che rifiuta separazione e distanza tra comando e obbedienza, a cui è dolce naufragare nell’unità di un indistinto volere.

Qui al soggetto sembra soltanto di ascoltare se stesso, di seguire una voce che è la propria voce, e colma l’animo e indirizza il volere. È trascesa l’alterità insita nel rapporto di obbedienza; è assorbita l’alternativa tra obbedire e non obbedire; poiché l’osservanza placa un bisogno dell’animo e soddisfa la necessità di una decisione.

Il bisogno di obbedienza rompe la disperata solitudine dell’individuo, che, sotto finzione di sopprimere l’alterità, invero si appoggia e sostiene con essa, poiché egli si sottrae al peso della decisione e vive della propria obbedienza.

La sua volontà è pura volontà di obbedienza. La quale non approva né disapprova il contenuto del comando (ché questo sarebbe impegnarsi nel giudizio, e darsi cura della decisione), ma obbedisce; e tale osservanza la soddisfa e appaga. Nell’obbedienza, nel sottomettersi al volere altrui, si vede la salvezza, il riparo dalla paura, il rimedio all’incapacità di dominare la situazione e di decidere per proprio conto. E così si costruisce, a mano a mano, il potere, a cui l’individuo si abbandona sereno e fiducioso.

Esemplare nel bisogno d’obbedienza è la figura di Hugo, il giovane intellettuale “anarchico” protagonista del sartreiano “Le mani sporche”. Uomo di puri “principi”, impaziente di sciogliersi da un passato di ricca borghesia, entrato nel Partito per offrirsi all’azione, così si confessa: «Che la mia mente agiti altri pensieri, delle consegne: “Fai questo. Cammina. Fermati. Dì questo”. Ho bisogno d’obbedire. Obbedire ed è tutto. Mangiare, dormire, obbedire».

Egli si illude che il Partito sia il luogo di una solidale e attiva verità: «Ognuno poteva aver fiducia in tutti e tutti in ognuno, il più umile militante aveva la sensazione che gli ordini dei dirigenti gli rivelassero la sua intima volontà e, quando c’era un colpo duro, si sapeva perché si accettava di morire».

Alla fine del dramma, Hugo, incaricato di assassinio politico (sullo sfondo c’è la vicenda di Trotskij), uccide soltanto per gelosia, e così rimane nell’ambigua identità di giovane borghese.

Si diceva esemplare, poiché Hugo, esprimendo il bisogno di obbedienza, scorge negli ordini del Partito il senso della vita, il contenuto rivelatore della propria volontà. Ma questo bisogno è sempre espressione della volontà di Hugo, che, a ben vedere, ordina a se stesso di eseguire gli ordini del Partito. Anche alle volontà più deboli e fragili, più umili e pieghevoli, è precluso di non decidere.

Il bisogno di obbedienza è assai di più, di più grave e profondo, del semplice conformismo, che – già si vide – risponde a una piatta imitazione abitudinaria, e ha, per così dire, una direzione, non verticale, ma volgarmente orizzontale.

Affatto diverso ne è il fondamento psicologico: per l’uno, di trovare nella volontà altrui, e in suoi comandi e divieti, l’ordine della propria vita; per il secondo, di agguagliarsi alla condotta di una cerchia sociale, appoggiandosi al tepore dell’uniformità. Bisogno di obbedienza rivela attesa di “ordine”: dove la parola esprime i due significati di cui è provvista (cfr. cap. VI): ordine come altrui imperativo di fare o non fare; e ordine come risultato, assetto regolare delle azioni, prevedibili e calcolabili all’interno di una data cerchia sociale.

Così l’obbedienza all’ordine è un fattore che determina Ordine, e l’una appare condizione dell’altro. Il bisogno di obbedienza, cioè di un ordine di azioni costruito dall’altrui volere, soffoca l’urto tra le possibilità del sì e del no, e anzi ne è la fuga dell’animo, che non regge la pena del contrasto e le rinnovantisi fatiche del decidere.

da “Viaggio tra gli obbedienti (quasi un diario)”, di Natalino Irti, La Nave di Teseo, 2021, pagine 112, euro 19