Passioni transatlantichePerché non sappiamo rinunciare alle invenzioni gastronomiche Made in USA

Esplosa anni fa, non si attenua la mania degli snack e junk food a stelle e strisce in Italia. Poco salubri, molto dolci eppure seducenti da morire, ecco perché ne andiamo pazzi

Uomo, di età compresa tra i 18 e i 35 anni, residente in città del Nord Italia, fanatico dei videogiochi: è questo l’identikit del consumatore assiduo di snack ipercalorici americani. Lo ha rivelato American Uncle, piattaforma di e-commerce che permette la vendita di prodotti alimentari americani altrimenti irreperibili in Italia. Cereali dai gusti strambi, biscotti iperfarciti, caramelle, patatine con tanto di “dip” al burro di arachidi, marshmallow, bastoncini di carne essiccata e perfino gli Happy Hippo alla nocciola, ritirati dal mercato in Italia: sono questi i comfort food più amati e acquistati in Italia. Ma perché?

Abbiamo imparato ad amare quell’intruglio dal sapore piatto ma invadente chiamato Mac & Cheese. McDonald’s, Starbucks e Domino’s si sono insinuati tra pranzi e cene nostrane con i loro gusti pieni e standardizzati. Stiamo impazzendo per il panino fatto con fette di carne di KFC, che Deliveroo ora può portarci a casa. E poi gridiamo allo scandalo se qualcuno osa “deturpare” la Carbonara mettendoci dell pomodoro (che era già nel ricettario gastronomico laziale con il nome di Pasta alla zozzona). Com’è possibile che in un Paese come il nostro, la nazione delle cucine regionali e persino rionali, la patria della dieta mediterranea, ricchi come siamo di biodiversità gastronomica, sbaviamo per una fetta di pizza Detroit Style e per cucchiaiate di burro di arachidi?

Esotismo, curiosità e divertimento

«Il consumatore medio raccontato da American Uncle considera quei prodotti come feticci – spiega Luca Cesari, storico della gastronomia e autore di Storia della pasta in dieci piatti (Il Saggiatore) – Ci è successo lo stesso con la cucina giapponese: cartoni animati come Doraemon o Lupin ci hanno portato in casa l’idea di piatti che non potevamo mangiare». Davanti alle fumanti ciotole di ramen, agli onigiri, ai dorayaki rimanevamo lì a chiederci: che diavolo sono quelle cose?

Poi c’è la forte curiosità suscitata dai marchi. Basti pensare alla Dottor Pepper. In Italia è molto difficile da trovare, ma dopo aver visto Forrest Gump scolarsi avidamente una bottiglietta dopo l’altra, la voglia di provarla si insinua. Gli Oreo sono troppo dolci e troppo chimici, non assomigliano a nulla del nostro panorama gastronomico, eppure sono lì, a contendersi grandi fette di mercato con i nostrani Nutella Biscuits. Il burro d’arachidi inizia a occhieggiare dagli scaffali dei supermercati, ma se per vegani e vegetariani ha un senso nutrizionale, mangiato a cucchiaiate diventa stucchevole dopo poco. Ma è da quella voglia lì che nasce tutto l’hype (visibile anche in panettoni e colombe) sul caramello salato.

«Siamo sempre affascinati dall’esotico – spiega Dino Borri di Eataly, da New York – Dal punto di vista gastronomico è un po’ ridicolo vedere che invece di avvicinarci alla bellezza, alla salubrità e alla biodiversità dei nostri prodotti, ci lasciamo conquistare dal junk food. I prodotti di qualità fatti in Italia vengono venduti per lo più all’estero. Abbiamo i cibi migliori, una maggiore biodiversità gastronomica e per un po’ di ignoranza ci lasciamo affascinare dal brutto, rimbalzando il meglio». Così mentre la nostra industria utilizza le materie prime migliori, attiva best practice e offre un gusto più raffinato, impazziamo per gli Oreo, diventato il terzo biscotto più venduto in Italia dalla piattaforma.

Oltre alla curiosità, una componente attrattiva fortissima verso il junk food a stelle e strisce è data dal divertimento «Penso alla pizza Domino’s con l’hamburger sbriciolato sopra, il cheddar e la salsa barbecue. Lo mangio con mio figlio, che ha 15 anni. La prima volta ci siamo divertiti, ma dopo la seconda volta ci siamo trovati a desiderare di mangiare altro», spiega Cesari.

Questione di gusto (pieno)

Poi c’è il gusto: pieno, dolce, piccante, mai delicato, sempre incisivo. Una ricetta come quella dei Mac & Cheese, se consumata in versione industriale, può portare al disgusto, ma non si riesce a smettere di mangiarlo per la sovrabbondanza di condimento. «Dal punto di vista palatale, a ogni morso di qualsiasi cibo industriale americano si vive un’esplosione di sapore, buono o cattivo che sia. È la rappresentazione gastronomica dell’opulenza – spiega Cesari – Ci sono tante proteine, tanto umami. Anche negli snack ci sono sapori che non piacciono, ma molto prepotenti. Per noi uno spaghetto al pomodoro è buonissimo, ma proprio per la sua semplicità di gusto, non potrebbe esistere così, semplice, nella cucina americana. Loro ci devono mettere panna, cheddar, pepe. Dev’essere tutto molto cremoso, filante, con una parte grassa importante». Se ci pensiamo anche la “nostra” Carbonara ha un gusto molto americano.

Il fascino che i cibi e i sapori americani hanno sui figli degli anni Ottanta è legato anche all’impero della panna. «A quei tempi era ovunque: o c’era il pomodoro o c’era la panna – ricorda Cesari – Scomparsa a fine anni Novanta, è rimasta la questione texture della panna: come facciamo a fare lo stesso piatto cremoso e saporito senza la panna? E da lì sono nate le cremine nella cacio e pepe, nelle tagliatelle ai funghi o negli ormai annegati risotti».

Cose su cui gli americani non si battono

Ma se c’è una cosa su cui gli americani sono imbattibili secondo Cesari è la cottura della carne. Su questo, abbiamo solo da imparare. Sono talmente bravi che hanno inventato le catene di fast food, dove hamburger e altri tagli meno pregiati sono cotti alla perfezione, in serie e sempre uguali. Da questa sapienza è nato anche il trend del pulled pork. «Noi ci stiamo avvicinando a questo tipo di cotture, fatte con carbone e a bassa temperatura, ma abbiamo tanto da imparare, soprattutto alla cucina del sud degli Stati Uniti», aggiunge Cesari.

«La scalabilità delle catene delle aziende di prodotti americani è molto più facile di quella italiana – spiega Borri – Hanno fatto della replicabilità e delle operation la loro religione. Le catene McDonald’s erano facili da fare e negli anni Ottanta, al loro sbarco in Italia, era figo mangiare lì. La nostra cucina è fatta di più manualità. Abbiamo fatto nostri anche hamburger e Mac & heese, utilizzando i nostri ingredienti, come la pasta di Gragnano e i nostri formaggi. E in questo io ci vedo il bello della contaminazione culturale e gastronomica, resa possibile dalla globalizzazione».

E il junk food made in Italy?

Ma dobbiamo essere onesti: il junk food lo produciamo anche noi. Avete presente quella crema alla nocciola venduta in barattolo, famosa in tutto il mondo, con una sua ricorrenza dedicata chiamata Nutella? «Una delle robe più goduriose ma junk mai viste – ricorda Cesari – Noi avevamo i Ringo e non gli Oreo. Avevamo gli Smarties. Insomma, avevamo delle copie!». Oggi, grazie alla globalizzazione, anche gli snack Made in Italy conquistano sempre più fette di mercato. La differenza con il Nuovo Mondo è che (per fortuna) noi sappiamo anche cucinare.

 

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