Nuove preghiereIn quali divinità crederemo nel futuro

Secondo quanto scrive Marco Ventura nel suo libro “Nelle mani di Dio” è in questo tempo che viene disegnata la traiettoria di una super-religione, più grande e più potente delle singole religioni che essa ingloba, in un meccanismo di fusione e insieme di competizione

Fotografia di Edgar Chaparro, da Unsplash

Le super-potenze

Nel febbraio 1945, due mesi prima dell’esecuzione di Bonhoeffer, la Conferenza di Yalta ha deciso il nuovo ordine internazionale.

Mentre il teologo e resistente tedesco scrive della potenza e dell’impotenza di Dio, stanno nascendo le super-potenze sovietica e americana. Dura un trentennio quell’ordine. Comincia a incrinarsi negli anni Settanta dopo la crisi petrolifera del 1973 e si consuma nel corso degli anni Ottanta, quando le due super-potenze vengono sconfitte in nome di Allah, dapprima in Iran, gli americani, e poi in Afghanistan, i sovietici.

Nei trent’anni seguiti al crollo dell’impero sovietico si afferma la super-potenza cinese, difende il primato la super-potenza americana, rinasce quella russa, emergono nuove super-potenze commerciali e finanziarie, fino ai giganti dell’industria digitale dell’ultimo ventennio.

È in questo tempo – negli ultimi decenni e oggi – che le tre mani del Dio contemporaneo – mano armata, mano invisibile e mano aperta – disegnano la traiettoria di una super-religione della quantità, più grande delle singole religioni che essa ingloba, e di una super-religione della qualità, più potente della potenza di ogni singola religione.

La religione più grande

Il primo carattere della super-religione è quantitativo. Le tre mani del Dio contemporaneo spingono i credenti e le loro comunità verso gli stessi obbiettivi: verso la risposta alla violenza e alla povertà, verso la pace e lo sviluppo, verso una buona programmazione.

Lo scenario accomuna i credenti e le comunità, per quanto diversi, giacché li induce a impiegare le risorse nella stessa direzione e comunque a misurarsi con le medesime questioni.

I comuni obbiettivi disegnano una super-religione quando spingono a una cooperazione consapevole e deliberata, come nell’impegno interreligioso per lo sviluppo sostenibile.

Tuttavia le religioni si sommano e si superano anche nella competizione e nello scontro, perché sono comunque parte della stessa congiuntura e devono misurarsi con lo stesso orizzonte, perché inevitabilmente si specchiano le une nelle altre e si influenzano a vicenda.

La super-religione tracima così oltre gli argini, come ben mostra il conio nell’arena internazionale di categorie quali spirituality, religion or belief, religion and non-religion, religious, secular and spiritual identities.

Anche quando queste espressioni emergono in contrapposizione alla religione, come spesso la spirituality o sempre la non-religion d’impronta atea e umanista e le fedi create artificialmente contro i privilegi religiosi sull’esempio dei cavalieri jedi e dei pastafariani, esse sono in realtà sempre additive. Sempre esse finiscono con l’allargare il campo del religioso.

In effetti, come ha spiegato il sociologo italiano Enzo Pace, le religioni sono «formidabili compassi».

Appoggiandosi sulla punta «infissa in un punto preciso nel tempo e nello spazio», il compasso apre progressivamente il proprio arco e «traccia cerchi sempre più larghi», cosicché le religioni si espandono lontano dall’origine.

La super-religione del nostro tempo è tale perché il suo è un super compasso e perché i suoi cerchi sono di ampiezza superiore; consapevolmente o meno, volontariamente o meno, collaborativamente o meno, essi superano non soltanto la differenza tra hindu e buddhisti, ma anche quella tra affiliati e non affiliati, e tra credenti e non credenti.

La religione più potente

Oltre che più grande, la super-religione è anche più potente. Nel discorso del gennaio 2016 in un college cristiano di Sioux Center nell’Iowa, il presidente Trump grida «il cristianesimo salirà al potere».

Nelle ore del conteggio dei voti nel novembre 2020, quando i trumpiani passano dall’euforia alla paura, risuona in rete la preghiera della consigliera spirituale di Trump, presagio della resistenza che il 6 gennaio 2021 irrompe nel Campidoglio.

Paula White-Cain denuncia il «complotto demoniaco» contro la «decisione di Dio». Un po’ in inglese e un po’ nelle lingue della pentecoste, la pastora della chiesa City of Destiny di Apopka proclama di udire «un suono di vittoria»: «Il Signore dice che è fatta. Il Signore dice che è fatta. Sento vittoria, vittoria, vittoria nei viali del paradiso. Proprio adesso gli angeli sono stati liberati. Dall’Africa, dal Sudamerica. Proprio adesso gli angeli sono stati inviati».

La religione contemporanea vuole potenza in tante forme, tra cui quelle spettacolari e partigiane di Trump, e quelle sottili e bipartisan di Biden che prega per l’avversario vittima del coronavirus.

Come per la dimensione quantitativa, anche per quella qualitativa la super-religione si rende manifesta nell’incontro tra pezzi di religione che riconoscono di necessitare l’uno dell’altro perché le mani di Dio possano di più contro la violenza e contro la povertà, per la pace e per lo sviluppo.

Anche in questo caso, tuttavia, la potenza della super-religione non ha bisogno della partecipazione, della cooperazione, né di consapevolezza e volontà da parte degli attori.

La super-potenza sta anche, se non soprattutto, nella competizione, nella corsa alla supremazia, in ogni forma di antagonismo intorno a ciò che può Dio e a ciò che possono credenti e noncredenti, poiché proprio in queste dimensioni si manifesta la voglia di potenza e si alimenta la realtà della potenza.

da “Nelle mani di Dio. La super-religione del mondo che verrà”, di Marco Ventura, Il Mulino, 2021, pagine 192, euro 15