Intermittenze del cuoreI migranti affogano a centinaia. «E che ci possiamo fare?». Tutto: salvarli

Una delle banalità del male è la banalità delle cose che potrebbero evitarlo. Così noi, che potremmo quasi sempre raccogliere i naufraghi, allarghiamo invece le braccia come se fossimo impotenti. In adempimento delle istanze ecologiste, l’immondizia in mare la recuperiamo, ma di armare navi per salvare “chi ci ruba il lavoro” non se ne parla

LaPresse/ Federico Bernini

Una delle banalità del male è la banalità delle cose che potrebbero evitarlo. L’ultima strage di migranti – i cento e passa che qualche settimana fa sono affogati nonostante la notoria premura della guardia costiera libica – poteva essere evitata non solo facendo ciò che è pressoché sempre possibile fare, se si vuole, e cioè salvando quella gente anziché aspettare che crepi: poteva essere evitata se quelle pregresse, tutte uguali, tutte avvenute davanti agli occhi chiusi della nostra presunta civiltà, non fossero state registrate nel bollettino di inevitabilità con cui il sistema dell’informazione ha raccontato tutte le puntate di questo massacro. Il prevedibile intensificarsi degli sbarchi di questi giorni dice che è questione di poco tempo la prossima tragedia. E un’altra volta non sarà evitata: in primo luogo, appunto, perché non siamo stati capaci di tenere aperti gli occhi sull’orrore di quelle che l’hanno preceduta.

I più giovani di oggi allora non c’erano, ma un Paese intero e un presidente della Repubblica furono uniti nella trepidazione sul bordo di un pozzo che aveva inghiottito un bambino: i giornali e le televisioni si accanirono nella cronaca della voce sepolta di quel poveretto, e dei tentativi inutili con cui per ore un eroe gracile, minuto abbastanza per calarsi in quel pertugio, provava a salvarlo. Fu insopportabile per la sensibilità di tutti l’atrocità dell’agonia di quel bambino che nessuno riusciva a tirar su dal buio di quel buco.

Ecco, ci sono tanti bambini con i polmoni gonfi dell’acqua di mare che li ha soffocati, e molte madri che li hanno guardati mentre affogavano, se non sono affogate con loro. Ma sono scene che solo episodicamente la cronaca ci rinfaccia: perché perlopiù si svolgono nel mare anche più vasto dell’inerzia e dell’indifferenza che non richiama telecamere.

La storia di tutte le tragedie dell’umanità, di tutti i genocidi, di tutti gli stermini, denuncia impietosamente qual è il requisito che li rende possibili e ne permette la reiterazione: che non siano “visti”, e possibilmente che non se ne sappia nemmeno. Ci arriva una volta ogni tanto, quando proprio è impossibile occultarla o presentarla come ineluttabile casualità, l’immagine di un cadavere di bambino con la faccia affondata nella sabbia; capita che l’inopinata presenza di un microfono ci rimandi l’urlo di una madre disperata per il figlio che in quel mare ha anche meno valore di un’immondizia, perché i sacchi di plastica andiamo a recuperarli nell’adempimento dell’istanza ecologista ma di armare navi per salvare i negri che portano virus e ci rubano il lavoro non se ne parla. Ma è appunto un reportage intermittente, che non revoca e anzi istiga il riflesso comune: le braccia allargate perché non ci si può fare niente. E invece sarebbe facile – banale, appunto – fare tutto: salvarli. E il primo modo è non nascondere e non nascondersi il conto di quelli che non abbiamo salvato.