La nuova stagioneLa fine del blocco dei licenziamenti (senza drammi) è il capolavoro di Draghi

Con un accordo, il premier è riuscito ad accontentare le parti sociali e ha convinto i sindacati a smettere di provare a fermare il mondo. Ora il governo garantisce che i lavoratori siano tutelati e mette in piedi le condizioni per prendere il treno della ripartenza

di Aleksandr Barsukov, da Unsplash

Quando si commettono degli errori e si persevera a rimanere nella stessa situazione per quasi 500 giorni, la prima questione da risolvere è quella di uscirne, appena possibile, anche a costo di negoziare sui tempi.

Il governo Conte 2, il solo ai tempi della pandemia, aveva di propria iniziativa vietato – a tutte le imprese a prescindere dal numero dei dipendenti – di procedere a licenziamenti individuali per motivi oggettivi (economici) e di avviare procedure per licenziamenti collettivi. Si era trattato di un eccesso di zelo, nell’ambito della retorica dell’«andrà tutto bene» che ha accompagnato la prima (e funesta) tranche del lockdown.

Si pensava, infatti, che mettendo l’economia in apnea per qualche mese il virus si sarebbe persuaso a togliere il disturbo. Tanto valeva chiudere la porta con due mandate: la cig in deroga ad libitum e il blocco dei licenziamenti. Poi quando si è capito che la cosa sarebbe andata per le lunghe, si sono rese necessarie alcune proroghe, per accontentare i sindacati i quali – grazie al divieto – si erano tolti il pensiero di come fronteggiare le ricadute della crisi sull’occupazione.

Naturalmente era necessario assumere delle iniziative e predisporre delle tutele del lavoro e del reddito anche per i settori esclusi dal sistema di protezione. In verità, ciò accade per l’inerzia delle parti sociali, avendo la più recente legislazione sul lavoro (dalla legge Fornero sul mercato del lavoro del 2012 al pacchetto del Jobs act del 2014-2015) individuato nella istituzione di strumenti bilaterali quell’estensione in senso universalistico degli ammortizzatori sociali di cui si (stra)parla in continuazione per il futuro perché non si è in grado di occuparsi del presente.

La crisi del 2020 ha prodotto effetti più gravi e più concentrati nel tempo di quella iniziata nel 2008 sul piano finanziario implementata nel 2010 dai rischi di default dei debiti sovrani. Ma in quell’occasione non venne in mente a nessuno di bloccare i licenziamenti, perché bastò un’ampia operazione di carattere amministrativo e finanziario sulla cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga, per salvare – come fu stimato allora – ben 700mila posti di lavoro.

I risultati – mutatis mutandis – del regime del blocco sono purtroppo sotto gli occhi di tutti. Secondo le nuove metodologie di stima convenute a livello europeo a partire dal 1 gennaio del 2021 l’Istat ha quantificato la perdita effettiva dei posti di lavoro oltre le 900 mila unità. Nella “perdita” ci sono anche le mancate assunzioni, a termine ma non solo: perché è comprensibile che un’azienda, se le viene arbitrariamente sottratta la gestione dell’organico, stia attenta ad assumere, soprattutto quando lamenta di non trovare personale all’altezza delle sue esigenze.

Al dunque, come ha scritto Natale Forlani, «il blocco dei licenziamenti si è trasformato in via di fatto in un aumento dei posti di lavoro sussidiati dallo Stato». Mario Draghi, comunque, ancora una volta ha messo un punto ed è andato a capo.

La proroga del blocco dei licenziamenti per le grandi imprese sarà valida, dal 1 luglio al 31 ottobre, solo per le aziende del tessile, delle calzature e degli altri comparti della moda scelti dalla cabina di regia.

Per tutte le altre imprese, invece, i licenziamenti potranno tornare liberi. Si aggiungono 13 settimane in più di cassa integrazione gratuita che saranno concesse non solo alle imprese al centro delle grandi crisi, ma anche a quelle che fanno riferimento a piccole e micro-vertenze regionali e provinciali. Inoltre, le imprese che usufruiranno di questa tranche di cig non potranno licenziare prima di averla utilizzata tutta.

Ma il capolavoro di Draghi sta nell’aver convinto le parti sociali (Confindustria, Confapi, Alleanza Coop e sindacati) a sottoscrivere un avviso comune in cui è previsto l’impegno a raccomandare l’utilizzo degli ammortizzatori sociali vigenti e quelli che saranno introdotti (vi è l’auspicio che si realizzi presto la riforma e si implementino le politiche attive) «in alternativa alla risoluzione del rapporto di lavoro».

I sindacati – che avevano manifestato sabato scorso – si sono dichiarati soddisfatti. Bene. Anche le guerre per errore devono essere evitate.

Ma quando mai è accaduto che – in presenza di esuberi – non si siano adottate tutte le alternative possibili? Tralasciamo di ricordare la consueta sindacalizzazione della procedura – prevista dalla legge – in caso di ricorso a licenziamenti collettivi; ma nella legislazione vigente è previsto un ricco ventaglio di strumenti di gestione degli esuberi, prima e dopo la risoluzione del rapporto di lavoro.

A seguire il dibattito degli ultimi mesi su questo problema è sembrato che i sindacati fossero degli spettatori impotenti: che le aziende potessero licenziare senza remore, nel momento in cui fossero tornate a poter gestire il proprio personale.

Ma i sindacati e i lavoratori non stanno in quelle stesse aziende? Hanno provato, con il blocco dei licenziamenti, a fermare il mondo per poter scendere; ora devono prepararsi a gestire il dopo.

Per fortuna ci sarà, un dopo: l’ultimo bollettino sulla congiuntura del Centro studi della Confindustria conferma che è ora di togliere il gesso e tornare a correre. «In Italia – è scritto – ripartenza più rapida del PIL: consumi e servizi si affiancano già nel secondo trimestre a investimenti e industria in consolidamento. La fiducia è stata ripristinata, ci sono più ordini, più credito e i tassi di interesse restano bassi. L’export italiano cresce sopra i livelli pre-crisi, grazie agli scambi mondiali in aumento, ma le commodity sono carissime per le imprese. Anche l’Eurozona riparte già nel secondo trimestre del 2021, mentre negli USA la crescita annua va molto oltre le attese».