Non possiamo non dirci CristianoLa grandezza limpida e glaciale di Ronaldo, il campione che ha solo sé stesso come rivale

Dalla Juve al Manchester, il vero erede di George Best torna a casa e comincia l’avventura che probabilmente chiuderà il suo ciclo

LaPresse - Tano Pecoraro

A George Best piaceva Cristiano Ronaldo. Quando gli chiedevano chi fosse il suo erede, il più degno di portare la maglia numero 7 del Manchester United, la maglia sua e di Eric Cantona, quella che nel cambio inglese vale quanto la 10 da noi, e gli nominavano qualche possibile candidato, storceva il naso a ogni nome. Di David Beckham, ha raccontato Federico Buffa, disse: «A parte che non ha il piede sinistro, a parte che non dribbla nessuno, a parte che non la prende mai di testa, a parte che in molti momenti della partita non esiste, per il resto è ok». Di Ronaldo non disse molto, a parte “ok”: non c’era bisogno d’altro. 

Che a Best, sgarrupato, ciarliero, bulimico, smodato, con quella fossetta sul mento che sembrava una cicatrice e quegli occhi da lupo, uno che a meno di trent’anni era già spacciato, e che è morto di eccessi, e infatti l’ultima cosa che ha voluto dire al mondo è stata «Non morite come me», ecco, che a uno così piacesse Cristiano Ronaldo, un bello da copertina ma non da cinema, astemio, benefattore, donatore di sangue e di midollo osseo, cuore di mamma, la dice lunga su chi era Best, sulla sua grandezza e sullo sguardo che aveva. 

Best era un dissipatore, Ronaldo un conservatore. Best considerava perduto il tempo senza una donna. 

Ancelotti ha raccontato che Ronaldo, quando torna a casa dopo una partita di Champions, vinta e stravinta per merito suo, quindi dopo aver fatto gol su gol, non va a riposarsi, non va a letto con sua moglie: no, lui va a tuffarsi in una piscina ghiacciata e fa 40 minuti di vasca. Allegri ha detto: «Si pone ogni giorno un obiettivo personale: quelli non personali, a 34 anni, li ha raggiunti quasi tutti».  

È affascinante guardare nella diversità di questi due campioni che si sono riconosciuti e che, per ragioni diverse, hanno mancato un appuntamento. 

La grandezza di Ronaldo, gigantesca, limpida e glaciale, pure immune da tutti i vizi e i limiti di quella di Best, non è stata abbastanza. Troppo pulita, troppo fredda, troppo spettacolare. Può essere? Per mesi, e ieri soprattutto, molti analisti che di calcio sanno tutto ma non capiscono tutto, hanno parlato di flop e hanno presentato il conto: alla Juve i gol di CR sono costati 3 milioni l’uno e la Champions League è rimasta un miraggio. I medesimi analisti dicono anche che i tifosi sono scontenti. Davvero? 

Cosa volevano i tifosi? La Champions o le acrobazie, la marca o il valore, il risultato o la partita? Volevano tutto, naturalmente. Ronaldo ha lasciato la casa bianca e splendente, un atelier di vincenti, e se n’è tornato in quella di Best, rossa e carnale, dove è cresciuto. Se l’è filata poco prima dell’annuncio della cessione al Manchester United: ha preso un aereo ed è volato a Lisbona in un battibaleno, senza nemmeno il tempo di una cena, una passeggiata, un saluto a Torino: praticamente se l’è filata alla Ghani, il presidente afghano che ha lasciato il paese dopo la caduta di Kabul, ma rimpianto decisamente di più.  

Immune a tutto: a uno scandalo sessuale in pieno #metoo, al papà alcolizzato, all’obbligo di simpatia e a quello di empatia, al riposo, alle rughe, alla curva. Ronaldo è uno che quando tutto il mondo parlava della ragazza che lo aveva accusato di averla stuprata in una camera d’albergo e venne fuori che lo aveva denunciato subito, a fatto avvenuto, diceva continuamente di essere tranquillo, felice e, soprattutto, di godersi la vita. Un mese dopo l’inizio di quella faccenda, ordinò un Borgogna da 20 mila euro e un Pomerol Petrus da 11 mila euro durante una cena da Scott’s, il ristorante del Bulgari Hotel. 

E il mondo fuori diceva: se è colpevole, e non può che essere colpevole, sarà il più grosso colpo all’immaginario maschile di sempre – «Tutti i maschi del mondo s’accorgeranno di cos’è il metoo», scrisse l’Huffington Post. 

Non successe niente di tutto questo, perché finì tutto archiviato per assenza di prove, ma lui non poteva saperlo. 

Si sente invincibile o sa che vincere è impossibile? Dove sta il suo guasto, la sua resa, il suo spreco? Dove s’incontra con Best, Cristiano Ronaldo? 

Se ne va perché non vince abbastanza o perché vincere non è abbastanza? Se ne va perché è un mercenario? Perché vuole pensare a sé stesso? Niente, in questa storia, ci riporta a quello che abbiamo visto alle Olimpiadi, quando alcuni atleti hanno ceduto per auto conservazione, per amarsi attraverso lo sport e non il contrario, per smetterla di sacrificarsi e dire che può esserci anche un altro modo, un nuovo criterio, una dedizione non assassina. 

Quando Allegri dice che Ronaldo non ha che obiettivi personali, forse, illumina il punto: Ronaldo non è un eroe, non fa ciò che deve ma ciò che vuole, e ciò che vuole è ciò di cui ha bisogno. Ha bisogno di vincere contro sé stesso, ha bisogno di battersi. In fondo, è quello che ha fatto George Best, arrivandoci da un’altra strada, finendo malissimo, pentito come Ronaldo non può essere, almeno non ancora, perché per pentirsi ci si deve smagliare.