La tovaglia cortaDopo la Brexit, il Regno Unito si fa i suoi DOP e IGP enogastronomici ignorati dal resto d’Europa

Londra vara la “geographical indication” con cui marchia i prodotti alimentari per mezzo di un bollino di autenticità valido solo in Inghilterra, Scozia e Galles ma non nell’Irlanda del Nord, che è rimasta all’interno del mercato comunitario. È un passo indietro rispetto alle certificazioni Ue, che tutelavano le specialità britanniche in tutta l’Unione

AP Photo/Peter Morrison

La Brexit enogastronomica è quasi peggio di quella geopolitica. La carne d’agnello del Galles è la prima specialità a rientrare nella nuova “indicazione geografica” protetta, valida però solo nel Regno Unito, a differenza dello schema europeo che tutelava i prodotti britannici in tutto il mercato unico. Dopo la “guerra delle salsicce”, per ora ferma in una tregua, i generi alimentari restano uno dei fronti aperti per Bruxelles, persino con la Norvegia, intenzionata a ridimensionare le quote di pescato europee al largo delle isole Svalbard sul modello del sovranismo ittico di Londra. 

Una cosa alla volta. La “geographical indicationvarata da Downing Street è una triade di bollini da esporre perché i consumatori possano riconoscere le eccellenze autentiche dalle imitazioni. A parte questo riconoscimento alla filiera, la sua efficacia è ancora da dimostrare: sarà valida solo in Inghilterra, Scozia e Galles, ma scomparirà nell’Irlanda del Nord rimasta all’interno del mercato comunitario. Nel caso della carne salata d’agnello, quindi, la certificazione assicurerà che provenga da animali nati e cresciuti nella penisola di Gower. Gli allevatori festeggiano, ma ora dovranno iniziare a pagare per estendere la protezione fino agli scaffali dei negozi europei. 

«Un altro dividendo della Brexit», analizzava, meglio di un editoriale, la sezione commenti del Times. «Lo status protetto che abbiamo perso a causa della Brexit è stato sostituito da un programma inferiore che difende le merci solo all’interno del Regno Unito». In effetti, il nuovo sistema assomiglia a una toppa, una fotocopia scolorita dei tre bollini (in italiano DOP e IGP, quest’ultimo da sdoppiare per il vino) dei meccanismi europei a tutela della qualità, copiati persino nei nomi: a parte i colori diversi, le tre classi suonano molto simili (“designated origin”, geographic origin” e “traditional specialty). 

Downing Street intende estendere l’elenco. «Raccomando ai produttori di tutto il Regno Unito di fare domanda», ha detto la ministra responsabile del progetto, Victoria Prentis, «così potremo celebrare e proteggere ancora di più i nostri prodotti locali e garantire che ricevano l’apprezzamento che meritano». Tra i candidati ci sono il vino del Sussex, culla di un quarto della produzione vitivinicola britannica, la torta Dundee scozzese e i salumi ottenuti dai maiali della New Forest, una delle più grandi zone di brughiera, pascoli e boschi nel Sud-Est dell’Inghilterra.

Il piano britannico coprirà, solo in patria, le specialità che un tempo avrebbero beneficiato della tutela europea. Si salvano invece i prodotti inseriti prima del 31 dicembre 2020, come le patate Jersey Royal e la Melton Mowbray pork pie (una torta salata a base di carne di maiale del Leicestershire). In totale, i generi protetti sono 39 in Inghilterra, 14 in Scozia, 7 in Galles, 4 in Irlanda del Nord, 2 nell’Isola di Man e uno sull’isola di Jersey, che a maggio è stata al centro di una “battaglia navale”.

A proposito di scontri in alto mare, sale la tensione tra Bruxelles e la Norvegia, con accuse reciproche d’aver violato la legge internazionale ed esaurito le rispettive quote di pescato. Politico.eu parla di una “cod war” imminente, cioè una «guerra del merluzzo». C’entra la Brexit: dopo accordi di Natale 2020, Bruxelles ha riassegnato al largo delle isole Svalbard una quota del tonnellaggio perso nelle acque britanniche. L’ha fatto in virtù di un trattato del 1920. Oslo la contesta come un’ingerenza: spetta a lei stabilire quel tetto e l’ha fissato a 18mila tonnellate contro le 24mila previste dall’Unione europea. 

Ora la Norvegia minaccia confische e arresti sui pescherecci comunitari. Dietro c’è l’influente industria ittica del Paese scandinavo, ma sono chiare anche le preoccupazioni geopolitiche: Oslo teme che sia una scusa per aumentare il peso e la presenza dell’Unione in una regione che il surriscaldamento climatico globale, aprendo nuove rotte, ha reso sempre più strategica. 

Infine, non c’è stato un armistizio nella “guerra delle salsicce” tra Regno Unito ed Ue. Ricalcando il copione degli anni di negoziati, c’è stato un rinvio che si limita a mettere in pausa il problema. Quando la moratoria finirà, andrà in replica quanto visto a giugno. Londra riterrà inaccettabili gli stessi standard di sicurezza alimentare che ha osservato per 45 anni: quelli che impedirebbero, se non rispettati, di importare carne refrigerata, come le salsicce, nell’Ulster. I conservatori chiederanno di azzerare i controlli, dal continente faranno notare come le regole servano proprio a quello. Si riparlerà dell’«articolo 16» sulla sospensione del protocollo, tra extrema ratio e spauracchio nei bilaterali. 

Sul piano interno, il conflitto permanente con Bruxelles consente a Boris Johnson, che ha venduto il patto di recesso a Westminster spergiurando che non ci sarebbero state ricadute sulla provincia, di mostrarsi dalla parte degli unionisti. La tregua sulla carne refrigerata (ma non solo) scade il 30 settembre. Non risultano accordi.

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