Agenda omofobaLa scandalosa proposta di legge del Ghana contro l’omosessualità

Il Paese africano sta valutando se adottare un decreto che arriva a criminalizzare chi si presenta come lesbica, gay, bisessuale, transgender, transessuale o sotto qualsiasi altra identità sessuale. La pena per chi trasgredisce andrebbe dai tre ai dieci anni di carcere. Ancora nessuna reazione da parte del Vaticano

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È tra i 69 Paesi al mondo e tra i 27 dei 49 dell’Africa subsahariana, in cui i rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso sono considerati reato e perseguiti penalmente. Ma il Ghana, il cui Codice penale del 1960 sulla base delle Sezioni 104 (1b) e 294 commina fino a tre anni di carcere alla «conoscenza carnale innaturale» tra maschi di età superiore ai 16 anni, è a un passo dall’inasprire la propria legislazione con un progetto normativo parzialmente simile ai provvedimenti ungherese e russo contro la cosiddetta “promozione” o “propaganda dell’omosessualità”.

Provvedimenti, invero, che impallidiscono se messi a raffronto col testo bipartisan ghanese, già sottoposto, il 21 giugno, da Samuel Nartey George e da altri sette deputati all’attenzione del presidente del Parlamento, Alban Sumana Kingsford Bagbin, e presentato ufficialmente tre giorni fa in Aula. 

Intitolato Promozione di adeguati diritti umani sessuali e valori familiari del Ghana (Promotion of Proper Human Sexual Rights and Ghanaian Family Values) e attualmente all’esame della Commissione parlamentare Costituzione e Affari Legali, la proposta di legge, che si compone di 25 articoli, arriva a criminalizzare chi «si presenta come lesbica, gay, bisessuale, transgender, transessuale, queer, pansessuale, ally, non binary o sotto qualsiasi altra identità sessuale o di genere contraria alle categorie binarie di maschio e femmina».

La relativa sanzione prevista dall’articolo 6 è il carcere da tre a cinque anni. Pena, questa, che il medesimo articolo commina inoltre a chi sposa o dichiara di sposare una persona dello stesso sesso, a chi effettua o collabora alla realizzazione di interventi chirurgici di riassegnazione del genere «tranne che nel caso di correzione di anomalia biologica inclusa l’intersessualità», a chi esercita «attività pansessuale», a chi ha rapporti sessuali sia «tra o con persone dello stesso sesso», compresi quelli orali o effettuati con l’ausilio di sex toy, sia con animali sia di tipo pansessuale. 

Ma non si arresta qui l’elenco di misure draconiane contenute in una proposta di legge, che l’associazione umanitaria Rightify Ghana è arrivata a definire «il testo più omofobo mai visto al mondo». Si rischia il carcere da cinque – sei, nel caso in cui l’attività incriminata è indirizzata a minori – a dieci anni per propaganda, promozione e sostegno delle questioni Lgbt+ sotto qualsiasi modalità: da radio, giornali, tv fino a social media e siti internet (art. 12-13). Un minimo di sei e un massimo di dieci anni, invece, per chi costituisce, promuove, partecipa o sostiene, direttamente e indirettamente, gruppi, società, associazioni, club e organizzazioni Lgbt+ (art. 16). Realtà tutte, che, qualora già in essere prima dell’entrata in vigore della norma, sono dichiarate sciolte (art. 15). 

Proscritta inoltre all’articolo 10 quale «grave indecenza», punibile con la reclusione da sei mesi a un anno in quanto reato minore, qualsiasi «manifestazione pubblica di relazioni amorose tra o con persone dello stesso sesso» oppure «tra o con persone di cui una o più si sono sottoposte a riassegnazione di genere o di sesso». Come tale è anche vietato e sanzionato allo stesso modo il cross-dressing, ossia l’indossare abiti del genere opposto al proprio.

Si va poi dall’obbligo civico di denuncia delle attività vietate dalla legge (art. 5) all’invalidità di certificati esteri di matrimonio tra persone dello stesso sesso (art. 9), dall’istituzione di servizi pubblici per terapie di conversione e interventi chirurgici correttivi su genitali di bambini intersex (art. 24) alla richiesta d’estradizione di ghanesi Lgbt+ (art. 25). Insomma, una vera e propria galleria degli orrori. 

Come tale ne parla a Linkiesta Leonardo Monaco, presidente dell’Associazione radicale Certi Diritti, per il quale «nell’articolato della proposta di legge destano particolare preoccupazione le norme che vorrebbero incoraggiare la delazione tra la popolazione o prevedere il ricorso all’estradizione per strappare le persone Lgbt+ ghanesi dai Paesi stranieri dove cercano salvezza. Certi Diritti e All Out avevano già denunciato il decreto interministeriale “Paesi Sicuri”, emanato a firma Di Maio, Lamorgese, Bonafede durante il Conte II, e l’inserimento del Ghana in questa lista, dove la criminalizzazione dell’omosessualità è tutt’altro che una novità».

Ma adesso, sottolinea l’attivista, «con la nuova legge, che rischia di passare tra poche settimane, rivedere il decreto e in generale i criteri di definizione dei Paesi “sicuri” è un’urgenza non rinviabile per il Governo Draghi. Serve agire in nome dei diritti umani delle persone Lgbt+, delle garanzie per i richiedenti asilo e per lanciare un primo segnale come Paese europeo contro quest’infame proposta di legge».

L’iniziativa legislativa è in realtà l’acme di una nuova stagione di progressiva omofobia e persecuzione delle persone Lgbt+ in Ghana, che, iniziata con la conferenza regionale africana del World Congress of Families (Congresso mondiale delle Famiglie) tenutasi ad Accra il 31 ottobre – 1 novembre 2019, è stata scandita nell’anno in corso dalla chiusura del centro di Lgbt+ Rights Ghana nella capitale (24 febbraio) e dall’arresto di 21 attivisti impegnati in un corso di formazione per i diritti della comunità arcobaleno (20 maggio), rilasciati in giugno dietro cauzione.

Associazioni Lgbt+ e umanitarie ghanesi indicano tra i maggiori colpevoli del crescente clima d’odio omofobico nel Paese il giurista Moses Foh-Amoaning, già relatore alla conferenza di Accra, cui intervennero, fra gli altri, Brian Brown, presidente dell’International Organization of Families – Iof, e Theresa Okafor, presidente della Foundation for African Cultural Heritage e promotrice della legge nigeriana del 2014 criminalizzante le relazioni tra persone dello stesso sesso, lo scambio di effusioni in pubblico, la frequentazione di locali e associazioni Lgbt+.

Ora, Foh-Amoaning è il segretario esecutivo della National Coalition for Proper Human Sexual Rights and Family Values, da cui prende appunto il nome il progetto di legge. Istituita il 18 dicembre 2013 «con l’unico scopo di fornire una risposta intellettuale mirata e precisa alla crescente minaccia delle attività per i diritti Lgbt nel mondo», la Coalizione nazionale è un’organizzazione mista di istituzioni, governanti, leader cristiani, musulmani e di altre religioni.

Ne fa parte anche la Conferenza episcopale cattolica, che, artefice di una massiccia campagna per la chiusura del centro Lgbt+ di Accra, è arrivata a diramare, il 10 febbraio, un violento comunicato «per condannare tutti coloro che supportano la pratica dell’omosessualità in Ghana» e «sostenere la posizione del giurista Moses Foh-Amoaning e la Coalizione che da anni sta combattendo la crociata contro l’omosessualità».

In un Paese di oltre 30 milioni di abitanti a maggioranza cristiana (poco meno dell’80%) i cattolici, che sono la terza confessione dopo pentecostali e luterani, esercitano un notevole influsso soprattutto a livello gerarchico. Cattolico inoltre è il presidente del Parlamento, Alban Bagbin, che il 7 aprile è stato pubblicamente elogiato dal vescovo di Wa, Richard Kuuia Baawobr, per l’inflessibilità contro la promozione dei diritti Lgbt+ nel Paese e da questi esortato a non cedere ad alcuna pressione esterna.

«Grazie – queste le parole pronunciate dal presule alla presenza di Bagbin – per aver risposto con chiara determinazione all’Alto Commissario australiano e ad altri che il nobile matrimonio nel diritto consuetudinario ghanese è tra un uomo e una donna e non quello che viene promosso dalla comunità Lgbt+».

È opportuno notare che Richard Kuuia Baawobr, dopo un sessennio da superiore generale dei Missionari d’Africa o Padri Bianchi, è stato nominato vescovo di Wa da Papa Francesco il 17 febbraio 2016 e dallo stesso Bergoglio designato, il 4 luglio 2020, a componente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Il presule ha più volte unito la sua voce a quella dell’episcopato ghanese nel condannare le rivendicazioni delle persone Lgbt+.

In tale contesto non meraviglia il silenzio, invero assordante, del cardinale Peter Turkson, già presidente della Conferenza episcopale ghanese dal 1997 al 2005, che, elevato il 21 ottobre 2003 alla porpora da Giovanni Paolo II, è stato tenuto in considerazione tanto da Benedetto XVI quanto da Francesco.

Questi, il 31 agosto 2016, lo ha nominato prefetto del nuovo superdicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale. Insomma, un uomo per tutte le stagioni che, pur essendosi scagliato nel 2014 contro il disumano progetto di legge ugandese anti-Lgbt+ (fedele in questo al nuovo corso bergogliano), è noto per le passate dichiarazioni sull’equiparazione tra omosessualità e pedofilia e l’opposizione alla depenalizzazione dell’omosessualità in Africa, come richiesto nel 2012 dall’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon.

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