La lezione del CovidPerché prepararsi per la prossima pandemia è molto complicato

Di fronte ai disastri organizzativi e logistici, la carenza di materie prime e le frequenti interruzioni della supply chain, molti Paesi sperano di riuscire a produrre in proprio tutto il necessario. Ma non è semplice e, in un certo senso, nemmeno consigliabile

AP Illustration/Peter Hamlin

Gran parte dei danni provocati dalla pandemia, come tutti hanno potuto notare nei mesi passati, è stata causata dal basso livello di preparazione mostrato dai diversi Paesi. Non si tratta soltanto dell’incapacità di intervenire in modo rapido, con chiusure mirate, tracciamenti e misure anti-contagio. Come spiega questo interessante articolo del Financial Times, in ballo c’è il desiderio, da parte dei governi, di avere a disposizione stabilmenti in grado di produrre, in modo accelerato, vaccini e farmaci essenziali.

A impressonarli (a ragione) sono stati i ritardi, le complicazioni logistiche, la carenza di medicinali essenziali (a New York gli ospedali hanno dovuto litigare tra di loro per assicurarsi delle forniture, in Francia era stato razionato il paracetamolo) che hanno reso ancora più difficili i mesi della pandemia. Ma non solo: la distribuzione dei vaccini è rimasta a lungo confinata nelle aree di produzione, cioè in via principale Stati Uniti, Europa, India. Molti Paesi hanno dovuto aspettare. Molti lo stanno facendo anche adesso.

Nonostante le intenzioni, si tratta di piani molto complicati da realizzare. Progettare stabilimenti di produzione da mantenere in sonno nei periodi inter-pandemici (espressione molto usata tra gli epidemiologi) può portare a rischi imprevisti. È successo proprio negli Stati Uniti, dove la struttura gestita da Emergent BioSolutions, a causa di una serie di problemi, ha portato a contaminare 10 milioni di dosi Johnson & Johnson con Astrazeneca. Un danno gravissimo che ha danneggiato il piano di distribuzione.

Il fatto è che, in generale, non esiste un modello che funzioni, per dimensioni e ambizioni, per ogni Paese. Questo obbligherebbe a pensare soluzioni diverse per realtà diverse, imponendo squilibri e difficoltà di coordinamento. È un dato importante, dal momento che è impensabile – almeno adesso – immaginare un ciclo produttivo che inizi e finisca nella stessa area, o meno ancora nello stesso Paese. Un vaccino come Pfizer necessita di 280 ingredienti, che ha ottenuto da 19 Paesi diversi. Come si può fare tutto in house?

La verità è che le stesse aziende farmaceutiche sono scettiche sul trasferimento dei centri produttivi. Piuttosto spingono per l’abbattimento delle barriere doganali e per il sostegno alla libera circolazione delle merci. Questo faciliterebbe il trasporto e lo scambio dei materiali necessari alla produzione, senza ingolfare in modo eccessivo la catena. Ma non solo. Se davvero Paesi come la Francia intendono riportare nei propri confini la creazione di medicinali di base, dovranno prepararsi a pagarli di più.

Ma il rischio maggiore è che, di fronte al disastro provocato dal Covid, i governi prendano decisioni affrettate, investano su tecnologie sbagliate o inutili trascurandone altre:quella del Rna messaggero, per esempio, non era mai stata impiegata prima. Ma al tempo stesso non può venire considerata una panacea perché, al momento, risulta efficace soltanto contro il Covid.

Pensare di tenere in piedi strutture che, tra una epidemia e l’altra, svolgano altri compiti è altrettanto complicato, anche perché trascura il problema della preparazione del personale, che da sola può arrivare a richiedere anche un anno.

Servirebbe, insomma, una struttura flessibile, in grado di funzionare in modo rapido e capace di adattarsi ai diversi contesti. Esiste, per esempio, quella della Univercells, azienda belga che ha inventato un complesso in stile Ikea, capace di essere smontato e rimontato e in grado di essere trasportato all’interno di un container. Certo, per le emergenze può funzionare. Ma la produzione di un vaccino deve essere di massa.

Servirebbe, insomma, un approccio che gli studiosi definisono “a coltellino svizzero”. Che sia flessibile e pronto all’imprevisto, che contempli l’acquisizione preventiva di materie prime (gli ingredienti per i farmaci, che resistono più a lungo dei farmaci stessi), la disponibilità di strutture per la produzione, attrezzate per sviluppare nuove tecnologie, ma anche la capacità di coordinarsi con altri Paesi per accelerare la catena globale e rendere più equa la distribuzione. Non è una cosa facile, ma la pandemia ha insegnato – almeno – che qualcosa di questo andrà fatto. Per evitare di essere presi, di nuovo, alla sprovvista.