III cerchioDel perché i golosi non vanno più all’inferno

Per leggere Dante dovremmo rifarci una coscienza. Il professor Cardini spiega la difficoltà di capire la Divina Commedia, scritta nella nostra lingua, ma con un pensiero completamente diverso dal nostro. Anche per quanto riguarda il cibo

Andrea Pierini - Dante alla corte di Guido Novello

«Una bischerata». Il professor Franco Cardini è molto chiaro: cercare di capire cosa ci fosse sulla tavola di Dante Alighieri guardando i suoi scritti non ha senso. Scrittore, giornalista, saggista, Professore Emerito dell’Istituto Italiano di Scienze Umane alla Scuola Normale Superiore di Pisa, Cardini è uno storico capace di inquadrare la figura del Sommo Poeta all’interno dell’epoca medievale cui apparteneva: il suo nuovo libro “Dantesca – dodici brevi saggi”, contiene anche un capitolo dedicato alla cucina.
«Per capire quale fosse la cultura alimentare di Dante bisogna guardare a come e cosa si mangiava nel suo tempo, bisogna usare strumenti scientifici, informarsi correttamente, non piluccare qua e là nei suoi testi». Insomma, non basta creare una giustapposizione di passi noti o meno noti della Divina Commedia. «Ci sono – spiega il professore – personaggi storici di cui conosciamo le abitudini quotidiane a tavola: sappiamo che Napoleone mangiava male, di corsa; sappiamo che Stalin era un vero gourmet. Ma non abbiamo notizie di Dante e dei suoi gusti: nulla ci lascia supporre che avesse attitudini diverse da quelle dell’epoca. Possiamo dire che forse aveva qualche problema di salute, probabilmente legato al fegato, cosa che spiegherebbe la sua magrezza e il colore olivastro. Ma non abbiamo elementi per pensare che fosse incline a gusti particolari.

Giorgio Vasari – Ritratto di sei poeti toscani

Poche sono le informazioni registrate dai suoi biografi più attendibili, pochissime sono le indicazioni che si possono ricavare dalle sue opere. Troppi hanno lavorato di fantasia nel cercare di interpretare quei versi della Commedia che sembrano alludere alla gastronomia». Tra questi sicuramente sfruttati e citati sono in versi 58 e 59 del Paradiso, “Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui”: «Il riferimento è semplicemente al sale delle lacrime che bagnano il pane durante l’esilio. Una lettura superficiale motiva queste parole con l’abitudine toscana di mangiare pane “sciocco”, insipido, abitudine dettata da motivi economici. E anche su questa abitudine si sono formulate speculazioni fantasiose e talvolta ridicole». Un ragionamento simile si può fare riguardo a quei versi del canto XXIV del Purgatorio in cui si citano “le anguille di Bolsena e la Vernaccia” come esempio della golosità di papa Martino IV: «In questo caso si è arrivati a ipotizzare che il Papa uccidesse le anguille affogandole nel vino. Le anguille erano già morte, e si parla probabilmente di una marinata in vino o in un misto di vino ed erbe. Ma non siamo di fronte a una ricetta di cucina: Dante usa queste parole per sottolineare il vizio del Papa a partire da una notizia vera».
E la condanna del goloso fa parte del modo di pensare dell’epoca, ma non rientra più nella nostra cultura: «Nel frattempo siamo diventati atei, e l’esercizio della virtù è crollato in favore di un esercizio del piacere. L’Occidente non è più cristiano, è insensibile al pensiero religioso. Tutto l’edificio filosofico medievale su cui si fondava la Divina Commedia è crollato. È difficile capire Dante, perché parla la nostra lingua, ma ha strutture mentali diverse dalle nostre: c’è stata una rivoluzione molto più grande di tutte quelle che studiamo a scuola, la più grande di tutte le rivoluzioni, quella con cui l’Occidente si è distaccato dalle sue radici. Oggi tutti guadagniamo per guadagnare, inventiamo per inventare, non c’è più un fine. Oggi si agisce perché l’imperativo è andare sempre più avanti, senza concepire un limite. Dante ha condannato fermamente l’agire senza un limite, basta leggere il canto XXVI: Ulisse è il simbolo del fare per fare ancora di più, dell’andare oltre. Questo per Dante non era accettabile». Quell’Ulisse che per noi è simbolo della libertà e della grandezza umana, per Dante era semplicemente un peccatore.
Del resto sono molti i critici a ritenere la Commedia una summa di conoscenze per arrivare alla salvezza, una sorta di guida per chi desiderava la redenzione: noi non leggiamo più la sua opera in questa chiave, perché non siamo più abituati a pensare in termini religiosi. Una considerazione che si adatta anche al tema del cibo. Oggi, a differenza che nel Medioevo: «Mangiamo per mangiare, ed è chiaro in questo settore l’inganno che ci tende il mercato. Tutto spinge verso un consumo eccessivo e fine a se stesso. Perfino il ritorno ai cosiddetti “cibi genuini” è ingannevole». E Dante, al contrario di quanto accade ai nostri giorni, mangiava come tutti i suoi contemporanei, muovendosi in un ambito alimentare definito dalla necessità e dalla disponibilità del territorio. «Non è importante – continua Cardini – cosa mangiava o cosa beveva Dante, quali cibi abbia incontrato nel suo percorso di vita, che l’ha portato da Firenze alla Garfagnana, al Casentino, al Veneto, fino a Ravenna. Comunque si muoveva all’interno delle abitudini del suo tempo. Leggere Dante attraverso il filtro della nostra epoca, senza ricostruirsi una coscienza, non serve a niente». Cercare improbabili paralleli e interpretazioni che piegano il testo alla nostra sensibilità è un esercizio sterile: «Tanto vale leggere Topolino».

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