Il ritmo della cittàStorie di gangster e afroamericani nella New York di Colson Whitehead

L’ultimo romanzo dello scrittore americano assume la forma del poliziesco per raccontare la vitalità di un quartiere come Harlem, la vita dei suoi abitanti e lo scontro per il potere tra il drammatico e l’esilarante

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Suo cugino Freddie lo coinvolse nella rapina in una calda sera di inizio giugno. Ray Carney stava vivendo una delle sue giornate frenetiche – uptown, downtown, sfrecciando da un capo all’altro della città. Senza neppure spegnere il motore.

Prima di tutto in Radio Row, per scaricare gli ultimi tre mobiletti, due RCA e una Magnavox, e riprendere la tv che aveva lasciato. Con le radio ci aveva rinunciato, non ne aveva venduta neanche una in un anno e mezzo, malgrado avesse abbassato i prezzi e implorato i clienti. Ora stavano nel seminterrato, a occupare lo spazio che gli serviva per le nuove poltrone reclinabili che dovevano arrivare dall’Argent la settimana seguente, e per tutto ciò che avrebbe raccattato quel pomeriggio nell’appartamento della signora morta. Le radio erano le migliori in commercio tre anni prima; adesso i loro lucidi armadietti di mogano erano nascosti sotto coperte imbottite e assicurati con cinghie di cuoio al cassone del pick-up, che sobbalzava sulla maledetta rotaia della West Side Highway.

Proprio quella mattina sul “Tribune” c’era un altro articolo sulla demolizione della sopraelevata. La strada, stretta e acciottolata alla bell’e meglio, era stata un disastro fin dall’inizio. Nei giorni migliori era un’unica fila di macchine, un continuo stridio di clacson e imprecazioni, e nei giorni di pioggia le buche diventavano infide lagune, l’intera strada un orrendo pantano. La settimana prima un cliente era entrato in negozio con la testa bendata come una mummia – colpito da un pezzo di parapetto caduto da quell’accidente di strada. Voleva fare causa. «Ne ha tutto il diritto» gli aveva detto Carney. Nei pressi di 23rd Street le ruote del pick-up affondarono in un cratere e Carney pensò che una RCA sarebbe volata nell’Hudson. Si sentì sollevato quando riuscì a defilarsi in Duane Street senza incidenti.

L’uomo di Carney in Radio Row si trovava a metà di Cortlandt Street, vicino a Greenwich Street, proprio al centro dell’azione. Parcheggiò davanti a Samuel’s Amazing Radio – RIPARIAMO TUTTE LE MARCHE – e andò a vedere se c’era Aronowitz. Nell’ultimo anno gli era già capitato due volte di arrivare fin lì e trovare il negozio chiuso in pieno giorno.

Qualche anno prima, passeggiare davanti alle vetrine stracolme era come girare la manopola di una radio: un negozio sparava in strada jazz a tutto volume dagli altoparlanti a megafono, un altro sinfonie tedesche, poi ragtime, e così via. S&S Electronics, Landy’s Top Notch, Steinway the Radio King. Adesso era più probabile sentire rock and roll, un disperato tentativo di attrarre la scena adolescenziale, e trovare le vetrine ingombre di televisori, le ultime meraviglie di DuMont, Motorola e via dicendo. Mobiletti in legno massiccio chiaro, le nuove linee eleganti delle tv portatili, e i combinati hi-fi tre-in-uno con tubo catodico, sintonizzatore radio e giradischi nello stesso armadietto, geniale.

Quel che non era cambiato era il girovagare di Carney sui marciapiedi, attorno agli enormi bidoni e secchi pieni di valvole termoioniche, trasformatori audio e condensatori che attiravano gli aggiustatutto dell’intera area metropolitana. Qualunque pezzo ti serva, tutte le marche, tutti i modelli, prezzi modici.

C’era un buco nell’aria dove prima passava la sopraelevata di Ninth Avenue. Quella cosa scomparsa. Quando era piccolo, suo padre ce l’aveva portato un paio di volte nei suoi misteriosi vagabondaggi. A volte gli sembrava ancora di sentire il treno che rimbombava sotto la musica e le contrattazioni della strada.

Aronowitz, curvo sopra il banco di vetro con una lente d’ingrandimento incastrata nell’orbita, picchiettava su uno dei suoi congegni. «Signor Carney». Tossì.

Non erano molti i bianchi che lo chiamavano signore. Downtown, se non altro. La prima volta che Carney era andato in Radio Row per affari, i commessi bianchi avevano finto di non vederlo, servendo gli hobbisti che erano entrati dopo di lui. Carney si era schiarito la gola, aveva gesticolato, ed era rimasto un fantasma nero, un negozio dopo l’altro, accumulando le solite umiliazioni, finché non aveva salito i neri gradini di ferro di Aronowitz & Sons e il proprietario gli aveva chiesto: «Il signore desidera?». Il signore desidera, cioè Il signore desidera? invece di Cosa vuoi? Ray Carney, nei suoi anni d’oro, sapeva cogliere le sfumature.

Quel primo giorno Carney gli aveva detto di avere una radio da riparare; aveva appena scelto la sua attività secondaria nel campo degli elettrodomestici seminuovi. Quando aveva cercato di spiegargli il problema, Aronowitz l’aveva interrotto e si era messo al lavoro per svitare l’involucro. Nelle visite successive Carney non aveva sprecato il fiato, limitandosi a piazzare le radio davanti al maestro e lasciandolo fare a modo suo. La procedura era questa: sospiri e grugniti affaticati mentre Aronowitz sondava il problema, con un colpetto e uno scintillio dei suoi attrezzi d’argento. Il diagnometro testava fusibili, resistori; lui calibrava il voltaggio, rovistava negli anonimi cassetti degli schedari d’acciaio che rivestivano le pareti del tetro negozio. Se c’era in ballo qualcosa di grosso, Aronowitz ruotava sulla sedia e si precipitava nel laboratorio sul retro, con ulteriori grugniti. A Carney ricordava uno scoiattolo del parco che correva a casaccio in cerca delle noci smarrite. Forse gli altri scoiattoli di Radio Row capivano quel comportamento, ma per un profano come lui era solo follia animale.

da “Il ritmo di Harlem”, di Colson Whitehead, Mondadori, 2021, pagine 360, euro 20